A proposito di informazione locale – UN QUESTIONARIO

Ho sempre sostenuto che il giornalismo locale salverà il giornalismo. La verità è che si tratta di un’affermazione ardita e decisamente tarata sulle mie aspettative.

Nessuno al momento, soprattutto in Italia, ha in tasca la soluzione perfetta per rendere sostenibile il giornalismo locale. Esistono, però, eccezioni interessanti, progetti che funzionano, spazi in cui il giornalismo di qualità ha trovato un modo per resistere e alimentarsi indipendente.

Amo profondamente il giornalismo locale e non ho mai smesso di discuterne con amici e colleghi ogni volta che è stato possibile: come è cambiato? come continua a cambiare? quando funziona? ce ne accorgiamo?

Negli ultimi tempi sono aumentati attorno a me i segnali di crisi delle aziende editoriali locali, sono nate alcune iniziative digitali, c’è stato un primo ricambio generazionale nei vari presidi storici del giornalismo locale, sono cambiate definitivamente le abitudini dei lettori. 

 Ma poi, conosciamo davvero queste abitudini?

Io per prima – dismessa la vita di redazione – ho profondamente cambiato i ritmi di fruizione delle notizie e le modalità con cui cerco le stesse. Mi sono così chiesta: come leggo? dove leggo? mi basta ciò che trovo in giro per conoscere a fondo il mio territorio? e se toccasse a me, come dovrei parlarne per offrire cose nuove e accurate?

Mi sono così accorta che, pur parlandone spesso, la conoscenza del rapporto tra i miei concittadini e il giornalismo locale non è poi così approfondita: sono anche io in una bolla.

Dopo alcune settimane di confronto con alcuni amici, esperti e benevoli tester, è nato il questionario che condivido qui, poche righe oltre.
L’idea è quella di realizzare una piccola indagine, senza poter contare su una cornice scientifica, ma con la maggiore accuratezza possibile.

Proverò per due mesi a raccogliere le risposte di chi vorrà cimentarsi (solo quesiti a scelta multipla e anonima, bastano davvero un paio di minuti!), sperando di riuscire a indagare soprattutto le abitudini dei cittadini con cui condivido il territorio.

Se vi va di dedicare un paio di minuti a raccontarmi del vostro rapporto con il giornalismo locale, basta un click sul link in basso per cominciare. Con un grande grazie!

A proposito di informazione locale – QUESTIONARIO



Il “Nuovo corso” del giornalismo

Da alcune settimane mi porto in testa un libro: IL NUOVO CORSO, di Mario Pomilio. Erano gli anni Cinquanta, sul finire, e i fatti a cui si ispira sono quelli dell’Ungheria. Decenni dopo è una storia contemporanea e attuale. È una storia che tutti i giornalisti dovrebbero leggere.

In una sola città di una nazione controllata da un regime totalitario arriva in edicola un’edizione de “La verità” (!), l’organo di stampa nazionale – l’unico in circolazione, che annuncia l’avvento della libertà. Ciò che accade in seguito riguarda la scoperta di responsabilità, diritti, possibilità. Con l’improvvisa delusione quando la comunità locale dovrà affrontare la falsità di quella notizia – bufala o fakenews, per stare sulla contemporaneità – che ha ormai modificato comportamenti e aspettative dei cittadini.

Scritto in tempi decisamente ante-digitale e pre-rete, leggere oggi questo romanzo aiuta a ricordare che ci sono comportamenti a cui un giornalista (più di chiunque altro abbia l’opportunità o il diritto-dovere di diffondere informazioni) deve prestare attenzione. Non è un problema di internet o di reti sociali, è un problema di responsabilità, più semplicemente di scelta.

Sono solo ventiquattro le ore di “nuovo corso” di cui disporrà la città, trascinata dal giornalaio Basilio, primo inconsapevole diffusore/venditore della falsa libertà restituita. Ma vanno lette, utili come sono a ripassare alcuni fondamentali.

  • Ci sono fonti e mezzi che valgono di più, che hanno un peso specifico maggiore, per autorevolezza acquisita o indotta, per affezione o per ruolo. E se la notizia falsa arriva da queste fonti, contrapporre una visione alternativa è un processo faticoso e a rischio fallimento. Ma se da qualche parte bisogna cominciare, meglio dai dati che dall’indignazione.

«Un annunzio, per quanto imprevedibile, strano, distante da tutto ciò che era lecito sperare o aspettarsi, appena fosse apparso su un quotidiano che era ormai il veicolo ufficiale delle notizie e delle idee, sarebbe stato accettato immediatamente come una verità: che nessuno avrebbe osato dubitarne o pensare a un errore, nessuno discuterla, rifiutarla, negarla.»

  • L’informazione è alla base di ogni processo democratico. Il giornalismo serve a questo Paese come prima, come il pane.

«(…) vendere giornali non era, no, come vendere pane o scarpe, perché, sì, questi servono per vivere , ma quelli servono per avere delle idee, e con delle idee si fanno i vestiti e le scarpe, ma con le scarpe non si fanno le idee.»

  •  Il giornalismo dovrebbe servire a ricordarci se e come siamo liberi.

«E cercava di spiegare che la libertà, quella vera, non serve solo per godersela e per dire: Sono libero, ma anche per fabbricare le case e le officine, o meglio, le idee in base alle quali costruirle, quelle case, i criteri secondo i quali farle funzionare, quelle officine, e farci star bene chi ci lavora dentro: e se nascono idee, ecco che le idee cambiano il mondo, e non c’è nessun pericolo che il mondo possa arrestarsi. E neppure si fa vecchia, secca e vizza, la libertà, ma siamo noi che ci facciamo vecchi, a poco a poco, accanto ad essa, e appena lei se ne accorge di botto ci abbandona e va a unirsi con chi ha il cuore giovane per amarla.»

  • Ai giornalisti capita spesso di avere la responsabilità di vite tra le mani. Le parole hanno un peso, e su quelle vite cadono sempre con un peso maggiore della forza impressa in partenza. Il punto è che pesano anche le parole non dette.

«E il direttore rimase all’improvviso sgomento d’aver potuto per il passato sottovalutare così facilmente simili nodi d’affetto, ignorare quante altre vite d’un colpo si spezzavano, come rami al cadere di un albero, al cader di una vita; sbrigarsela, di fronte a se stesso, col dire: Ho fatto il mio dovere.»

Personalissimo resoconto dell’assemblea dell’Ordine dei Giornalisti

Domenica scorsa ho partecipato all’assemblea dei giornalisti iscritti all’Ordine della Basilicata. Non è stata la prima volta in cui ci sono andata, ma per la prima volta ho capito di esserne uscita con un sentimento diverso.

Fino a poco tempo fa, diciamo fino a quando ho potuto fregiarmi, se non altro per età, del titolo di appartenente alla nuova generazione di giornalisti lucani, ho vissuto questi appuntamenti come un inutile rituale. Mi faceva rabbia notare la platea invecchiare, mi sentivo poco rappresentata ascoltando appelli all’unità e alla solidarietà della categoria, mi sentivo fuori luogo. Temi e problemi ripetuti, dobbiamo cambiare, del resto è cambiato il mondo. Mi sembrava un ritornello stanco, trovo che lo sia tuttora.

Domenica però ho riconosciuto un sentimento brutto, ma che mi riguardava profondamente: mi sono sentita ingiusta.

Perché in tutti questi anni non sono intervenuta? Perché non ho condiviso il mio punto di vista su come si vive oggi l’appartenenza alla categoria che raccoglie chi fa (o aspira a fare) il mestiere più bello del mondo?

Da tempo, a ogni appuntamento dell’ordine, ai corsi di formazione e a ridosso delle elezioni, incrocio colleghi, come me freelance, o che si sono riconvertiti, o che hanno un approccio al giornalismo diverso da quello con cui abbiamo cominciato anni fa. Ma resta tutto lì, in qualche discussione un po’ rabbiosa, un po’ demoralizzata, l’ordine va ripensato, i giornali sono in crisi, il digitale non paga, le generazioni che ci hanno preceduto hanno mangiato tutto, la categoria si è rintanata nella torre d’avorio. E io? Non ho mai utilizzato un luogo pubblico come l’assemblea dei colleghi per dire qualcosa. Ed ho sbagliato.

Perché la verità è che finché l’ordine dei giornalisti ci sarà, ho il dovere di crederci e di agire perché migliori con me dentro.

Sia chiaro, sono fermamente convinta che il concetto stesso di appartenenza all’ordine vada riformulato, che la nostra professione non sia certificata da un esame di Stato o da un tesserino, che la rete e il digitale sono la più grande occasione di questo tempo se vuoi fare il giornalista, che i social network non ci hanno rubato il mestiere, ma siamo noi ad aver perso autorevolezza.

Ma allo stesso tempo so che finché l’ordine ci sarà, è mio dovere rispettarne i principi e le regole, magari segnalando quello in cui non mi ritrovo, ma provando a dire qualcosa che abbia il portato di una proposta, che sia capace di spiegare perché c’è ancora spazio per l’entusiasmo.

Ecco allora che un paio di cose ho voglia di dirle, provando a recuperare qui l’incapacità di non aver colto l’opportunità di confronto che quell’assemblea, in qualche modo, rappresenta sempre.

  • Pagare la quota di iscrizione non è facoltativo. E al netto delle difficoltà dei singoli (ma in questi casi so che l’Ordine di Basilicata sa trovare il modo di sostenere chi ha bisogno di tempo), la quota associativa è un dovere verso noi stessi e verso gli altri. Se non bastasse l’onòre sbandierato dell’essere nell’elenco dei giornalisti, se non bastasse il titolo da inserire nel curriculum, se non bastasse l’idea di essere parte di una comunità, allora basti ricordare che la tessera dell’ordine ci permette di entrare gratis nei musei nazionali: non è una cosa scontata, è un regalo di cultura, è un privilegio che solo a noi è concesso.
  • Mi piacerebbe che questo post venisse preso per quello che è, una riflessione sulla consapevolezza di voler ragionare molto di più a livello locale su come questa professione è cambiata e su come possiamo davvero costruire una rete di relazioni, supporto, studio, futuro. Perché è a livello locale che il giornalismo può fare piccole grandi cose.
  • L’ordine dei giornalisti di Basilicata ha al proprio interno risorse umane preziose e gli organismi che tutti noi abbiamo eletto fanno un lavoro importante, tra mille difficoltà e regalando tempo, molto tempo.
  • Continuo ad avere molta voglia di incontrare altri giornalisti da cui imparare a pensare e con cui osare, qui in Basilicata. E no, non è un tema di età.

[Postfazione: le elezioni dell’ordine fortunatamente si sono svolte da poco, quindi no, questo lungo pensiero non è assolutamente un manifesto :)]

L’esercizio è imparare a scegliere che cosa tenere

9788807019425_quartaHo letto Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo e ho deciso di scriverci alcune righe. Poiché mi sono accorta di aver avuto voglia di parlarne con diverse persone, mi sono detta che valeva la pena fissare quello che mi ha lasciato.

Mandami tanta vita è il racconto di un incontro desiderato, inseguito e poi praticamente sfumato tra un giovane aspirante disegnatore, pieno di attese, ma non di determinazione, e l’editore, Piero Gobetti, a cui vorrebbe dimostrare di saper combinare qualcosa.

Tutto si svolge nell’ultimo periodo di vita di Gobetti, tra Torino e Parigi, tra le lettere, la famiglia, le aspirazioni, il fascismo che avanza, la nazione che cambia. Moraldo vorrebbe sapere come diventare adulto, ma forse non sa come si fa. Piero adulto ci è già nato, ma non potrà diventarlo fino in fondo.

La parte che più ho amato del romanzo è la postfazione dell’autore che Di Paolo ha intitolato “il museo di un romanzo”.

Di Paolo, nell’edizione dell’Universale Economica Feltrinelli 2017, in questa postfazione spiega come ha ricostruito il contesto storico della vicenda: un periodo preciso, gli ultimi mesi di vita di Gobetti nel 1926.

Per farlo si è «inabissato», dice, in quel periodo. Ha letto documenti, acquistato manifesti, comprato cartoline, poster, giornali dell’epoca, diversi oggetti. Una ricerca durata tanto tempo, che ha prodotto molto materiale e di cui tra le pagine scritte resta molto, molto meno di quanto ha anche materialmente accumulato per imparare a descrivere quei giorni.

Che cosa resta di un romanzo che abbiamo scritto? Un file salvato nel computer, sì, e molti appunti: quaderni fitti di idee che avremmo voluto sviluppare. Molte la abbiamo dimenticate, perse di vista, tradite. Restano frasi su post-it gialli che sembrano indicazioni geografiche a vuoto. “Esuli di Joyce va in scena la sera del 14 febbraio 1926”. E allora? Allora un romanzo, qualunque romanzo, è sempre inferiore all’idea astratta che ne avevamo in partenza.

Il mio caporedattore diceva sempre che il difficile è togliere. Ci si affeziona alla storia, al personaggio, a una prospettiva. Tutto sembra importante. L’indagine su una storia ha una caratteristica: tende a diventare infinita, ad aprire una strada di ricerca dopo l’altra, a mettere davanti materiale, risposte e nuove domande. E a lasciare un archivio di materiale, anche fisico, che diventa un’appendice mai scritta della storia.

Alla fine l’esercizio è imparare a scegliere che cosa tenere.

Rocco, i camion e il giornalismo locale

3° Memorial Rocco Lauria

La premessa è che questo post mi riguarda. Accade sia perché questa storia ha aggiunto un paio di tasselli importanti al mio essere e fare la giornalista locale sia perché tocca la famiglia di mio cognato Peppe, cioè un uomo a cui voglio un bene profondo e che dà un centro a mia sorella, quindi tocca la mia famiglia. 

Questa, che è una storia della mia piccola città, è la storia di Rocco Lauria, il fratello di mio cognato Peppe, una passione smodata per i camion e 18 anni appena quando un incidente se l’è portato via nel 2013.

L’ambiente in cui è cresciuto Rocco è un ambiente sano, fatto di amicizie e vicinanza di famiglie che, senza avere necessariamente legami di sangue, dividono lavoro e quotidianità, nel recinto di contrade che sono pezzi di città pieni di vita, spesso inesplorata. Nella sua vita c’erano i camion, quindi tanti camionisti. 

 

Da tre anni a questa parte gli amici di sempre organizzano un Memorial per ricordare Rocco. Decine di camionisti di Potenza e dintorni si ritrovano in un piazzale in periferia, con amici e parenti, a parlare, mangiare, raccontarsi.

L’omaggio alla memoria è un rito particolare: in fila, risuonando con sirene e clacson, per un paio di ore attraversano alcune strade di Potenza, come fosse un saluto ideale all’amico che non c’è più e che avrebbe certamente gradito il carosello.

Per quanto detto in premessa, io mi sono affezionata all’appuntamento.
Ma se lo racconto qui è perché ci sono cose che hanno a che fare con il giornalismo, con il giornalismo locale, che la storia di Rocco mi ricorda ogni volta.

La responsabilità di un giornalista nei confronti di una storia non dovrebbe certo avere scale di efficacia basate sull’estensione geografica del pubblico di riferimento. Ma la verità è che il giornalismo locale richiede uno sforzo di cura ulteriore. Soprattutto nelle piccole comunità le persone di cui si raccontano le storie finiscono con il far parte del quotidiano del giornalista,  sicuramente è altissimo il rischio di incrociarlo. A tutti i giornalisti locali prima o poi capita di dover scrivere di un fatto brutto mentre quel fatto brutto fa a pezzetti il cuore perché ha coinvolto qualche caro. 

Il giornalismo locale è soprattutto un mappamondo di storie. Ce ne sono alcune che sembrano del tutto insignificanti nella classificazione tipica del “che cosa è una notizia”. Ma nella dimensione locale ha invece senso esplorare universi semplici, piccoli, banali. Aprono finestre su pezzi di città che nella maggior parte dei casi sono sconosciuti agli stessi abitanti.

Quando accade un fatto tragico, raccontarlo a livello locale significa lavorare anche sulla memoria collettiva recente di un luogo.  È giusto, e credo molto sensato, lasciare traccia delle persone che hanno fatto la comunità e che sul luogo hanno avuto un impatto, seppur minimo. Ci pensavo di nuovo ieri mentre i camion degli amici di Rocco attraversavano la città deserta nel primo vero sabato di estate e i pochi rimasti a casa si affacciavano, tra sconcerto e curiosità, a chiedere che cosa fosse tutto quel baccano. Forse se avessero conosciuto la storia di Rocco, ne avrebbero anche sorriso.