Monthly Archives: Maggio 2012

La persistenza del giornalismo

“Non appena le informazioni approdano su Internet, quel contenuto non è caduto nel vuoto”. I feedback, dice Sean Blanda, arrivano immediatamente. Eppure, ancora oggi, il contenuto pubblicato rimane per troppo tempo “statico”, non aggiornato.

E’ questo il discrimine tra il vecchio e il nuovo modo di immaginare il racconto dei fatti.

Se si parte dal presupposto che l’unità atomica del giornalismo è il fatto, non l’articolo, forse è più facile riuscire a immaginare nuovi modi di organizzare le informazioni.

Soprattutto su carta, l’articolo nasceva per vivere poche ore, prima di essere buttato via. Il contenuto on line, invece, non muore mai: è per questo che ha senso solo un continuo aggiornamento del racconto.

Suggerisce Jeff Jarvis: “Un link è una risorsa che il lettore può esplorare a piacimento”. Una storia, sul web, è immaginata  come composta da più parti. “Una volta separate, il narratore (il giornalista) ha la possibilità di proporre numerosi sentieri al lettore”. E attraverso quei collegamenti, il lettore si costruisce un articolo personalizzato, scegliendo i sentieri che ritiene più interessanti.

Che è un po’ la differenza tra la proposta di “contenuto” e l’organizzazione di “informazioni”. Perchè – dice John Borthwick di Betaworks in un resoconto di Mathew Ingram – il rischio di fermarsi sul termine contenuto è di badare troppo alla confezione.

Invece, focalizzando l’attenzione sulle informazioni, si passa ad immaginare che cosa gli utenti cercano e come mettere a sistema il valore di quelle informazioni.

Giornalisti che si allontanano dal pubblico

“A furia di lavorare per i grandi media, molti giornalisti – dice Ross Hawkes – si sono allontanati troppo dal loro pubblico”.  Questo non vuol dire, spiega il fondatore di Lichfield live, un sito di news dal taglio iperlocale, che per raccontare una comunità bisogna esserci dentro con una redazione fisica.
La tecnologia permette oggi di costruire ovunque una redazione.

Quello che invece  costruisce la relazione tra il giornalista e la comunità è la “fiducia”.

Il successo di un sito iperlocale nasce, dice Hawkes, in un modello di narrazione basato sul percepire il giornalista “uno di noi”. In altre parole, nei contesti locali, c’è ancora bisogno di una funzione capace di raccogliere e mediare storie.

Il punto resta capire con quali strumenti si costruisce quella narrazione. Sul Guardian,  Greenslade ha riproposto un estratto di David Baines: la prospettiva per i giornalisti tradizionali in contesti iperlocali non è delle migliori. Del resto, spiega, la maggior parte delle testate che coprono specifiche aree geografiche, viene realizzata altrove, senza ricadute economiche per quelle comunità.

Se invece si guarda ai siti indipendenti, con le possibilità attuali di racconto immediato (soprattutto mediato dai social network), è più facile costruire collaborazione con il pubblico. Ma anche in questo caso, dice Baines, non è detto che serva il cronista.

Da un lato sembra esserci ancora bisogno  di un giornalismo capace di raccontare (e interpretare) spazi più o meno ristretti di mondo. Ma l’altra faccia della medaglia è una scarsa sostenibilità della funzione.

Io tendo a essere ottimista. Il contesto locale si presta meglio alle sperimentazioni di  forme nuove di racconto, capaci di incrociare le aspettative del pubblico.

Meglio di me, però,  lo aveva detto qualche tempo fa Sergio. Nell’era dell’information overload, la qualità della narrazione è lo scarto di efficienza. “Ma il vero scarto del nostro tempo sta nel far parlare gli oggetti e le azioni che non fanno notizia oppure la fanno in luoghi e circostanze imprevedibili, distanti dai circuiti organizzati”.

 

Giornalista e pure un po’ geek

In tutte le redazioni c’è il collega geek, quello a cui ti rivolgi per risolvere le rogne tecnologiche o provare a  interpretare i messaggi criptici, che all’improvviso appaiono sullo schermo. Ma quando quel collega non c’è?

Leggendo un riferimento di Thierry Crouzet (La strategia del cyborg), mi sono chiesta quanto alto debba essere il mio livello di comprensione di funzionamento delle macchine perché possa davvero utilizzarle al meglio, per “guadagnare in creatività ed evitare sprechi”.

Mentre il mondo dell’informazione cambia continuamente e tende ad abbandonare il processo analogico,  fin dove deve spingersi l’alfabetizzazione digitale di un giornalista? Il racconto di una storia o la comprensione di un fatto, sempre più spesso passano per l’organizzazione di dati. Ma quanto è  necessario saper programmare (e non solo usare) gli strumenti con cui organizziamo quei dati?

Il dibattito è parecchio interessante. Con posizioni molto  lontane sull’urgenza di aggiungere la conoscenza dei linguaggi di programmazione alle abilità di un giornalista del terzo millennio. Ma non è detto che si debba diventare piccoli geni del software. Forse avere una conoscenza di base su come funzionano i computer può davvero aiutare. Magari cominciando con qualche ripetizione dal collega geek a disposizione nella redazione.

 

Scenario melting pot del #terremoto

Vogliamo sapere, e vogliamo accada in fretta. Se poi l’evento è imprevisto e tragico, al desiderio di capire si aggiunge il bisogno di rassicurazione.

Connessi sempre con mezzo mondo, è su canali come Twitter che andiamo a cercarla. Il terremoto in Emilia Romagna è passato (prima di tutto) da lì. I canali di informazione mainstream hanno cominciato a diffondere la notizia diverse ore dopo la prima scossa.

Per chi voleva capire, come spiega Giovanni, “restava Twitter, con i tweet dei tuoi amici che geolocalizzavano la scossa e la sua entità, mettendo a fuoco l’evento. Milano, Genova, Bologna, Modena, Venezia, Ferrara”. La mappatura dei tweet ha costruito “l’epicentro emotivo”, che ha subito svelato l’epicentro sismico.

Era già successo (lo spiega g.g.) che Twitter raccontasse il terremoto in diretta, anticipando addirittura la percezione fisica dell’evento. E così siamo tornati a ragionare di racconto e social media, del ritardo dei media tradizionali e di come Twitter, di fronte a particolari fatti, riesca a costruire una bozza di racconto condiviso.

Io, però, preferisco la tesi di Sergio. “Dovremmo considerare lo straordinario tempo reale condiviso attraverso Twitter e Facebook qualcosa in più, un arricchimento per tutti, non una competizione con le testate giornalistiche”, dice. Troppo diversi tempi e presupposti del modo di fare informazione, per cercare paragone. Piuttosto, un tweet diventa importante se mi fido della fonte.

Poi, magari, posso accendere la tv e dal tg mi aspetto qualcosa di altro, di più profondo. Non sempre, è vero, lo trovo. Da queste parti la parola terremoto fa sobbalzare un po’ tutti. Non c’ero ancora in quella domenica del 1980, ma ci ho pensato pure io stamattina. Ancora una volta è stato Twitter a costruire il ponte tra luoghi (e in questo caso tra passato e presente).

La fotografia della torre a metà di Finale, diffusa presto in rete, mi ha rinviato a quella che a Potenza è stata per anni l’immagine simbolo del terremoto. C’era un orologio anche in quel caso. Me la sono andata a riguardare su un vecchio giornale di carta. L’ho fotografata e condivisa.

Poi ho fatto vedere entrambe le fotografie a mia nonna sul tablet. Non si è stupita più di tanto. Mi ha chiesto: “È successo anche lì? Accendi la tv che ascoltiamo”. Lei di Twitter non sa nulla. Ha bisogno di uno sguardo sul mondo modello mainstream che, per questo, non può essere in contrapposizione.

E io mi sono accorta che da ore saltellavo da un mezzo all’altro, connessa col mondo via social media, ma sbirciando tv e siti tradizionali. Stavo banalmente costruendo il mio scenario senza contrapposizioni di quel #terremoto

Il giornalista che ascolta

Una delle regole che mi hanno ripetuto spesso è: quando scrivi un articolo (per la carta), spiega sempre, fino alla nausea. Riassumi ogni volta le puntate precedenti, perchè potresti incappare in un lettore che non compra il giornale tutti i giorni o in un forestiero che lo compra per caso.

Lo sforzo di chiarezza del giornalista è un impegno che vale sempre, su carta e su web. Ma a cambiare, sono le possibilità con cui si può proporre una maggiore comprensione dell’argomento, del fatto o del problema di cui siamo raccontando.

Oltreoceano, nei corsi di studio, si sono cimentati con alcune sperimentazioni interessanti, su più piattaforme e tipologie di approfondimento. La tecnologia mette a disposizione spazi e strumenti a cui un giornalista può far ricorso.

Con due consapevolzze di partenza. La prima è che un giornalista non deve per forza sapere tutto. Ma se impara a conoscere un contesto lavorandoci su, è facile che riesca a intercettare le domande e i dubbi del pubblico.

La seconda è tutta ancora da sviluppare. La costanza dello scambio coi lettori che il web permette – con i giusti filtri e senza dimenticare mai la verifica – può moltiplicare conoscenza e partecipazione. E costruire così la comprensione.