Monthly Archives: Giugno 2012

L’attenzione al mondo, a certe condizioni

“Con tutti i device a disposizione, stiamo costruendo davvero una cultura della distrazione?”. Mathew Ingram, su PaidContent, se lo chiede in modo un po’ retorico. La sua risposta è, come sempre, un invito al buon senso.

Partendo dallo j’accuse di  Joe Kraus, partner di Google Ventures, Ingram ricorda che questo tipo di “bandierina”, dai toni più o meno allarmistici, viene sollevata spesso (il dibattito su quanto lo stato di connessione perenne ci renda incapaci di relazioni con gli altri nel mondo reale, si è sviluppato più volte attorno alle tesi della psicologa del MIT, Sherry Turkle).

Kraus sa bene che non è possibile cancellare l’orizzonte tecnologico in cui siamo immersi, ma suggerisce di prendersi di tanto in tanto una “pausa” da tutti quei dispositivi (smartphone, tablet, modem) che producono questo gap di attenzione: una camminata, un libro (a patto che sia di carta, altrimenti, dice, non sarebbe una vera pausa).

La verità, risponde Ingram, sta invece nello stato delle cose:  la tecnologia inevitabilmente ha cambiato – e sta cambiando – la società. Ma perché questo dovrebbe per forza indicare una perdita? Basta un po’ di moderazione.

Qualche tempo fa, Erik Sass, lo aveva spiegato con una sintesi , secondo me, immediata. Non è la tecnologia a essere antisociale – aveva scritto  – sono le persone a esserlo. “Se scegliamo di distrarci dal mondo che ci circonda è, appunto, una scelta, basata proprio sui nostri desideri e sulla necessità di sperimentare il mondo alle nostre condizioni”.

L’iperlocale e le tre mosse per sopravvivere

Mentre i grandi gruppi editoriali sono costretti a riprogettarsi e i giornali regionali tendono a scomparire, la dimensione iperlocale – sviluppata online – comincia a dare qualche segnale positivo.

Emma Knight raccoglie alcuni dei casi di successo. Attraversando orizzonte, strategie e organizzazione di ciascuna di queste realtà, costruisce un elenco breve di regole utili alla sostenibilità dell’informazione locale. I punti sono tre:

  • essere riconoscibili significa anche puntare sulla diversità (i giornalisti di Dichtbij, un sito iperlocale olandese che riesce a generare profitto,  sono considerati “organizzatori di comunità” e trascorrono metà del proprio tempo in strada o sui social network a raggiungere/conoscere i cittadini/lettori).
  • lo scambio tra giornalista e comunità deve essere paritario (in Galles, sul blog iperlocale Wrexham.com, i lettori possono accedere alle pagine del sistema e aggiornare i prezzi del carburante applicati ai distributori. Il servizio è di utilità per tutti).
  • la sostenibilità va difesa (l’ultima regola è di saggezza popolare: meglio puntare a obiettivi realistici o, detto altrimenti, restare con i piedi per terra).

Persi in 140 caratteri

“Basta con queste regole sull’uso di Twitter”, suggerisce Rebecca Greenfield su The Atlantic. Soprattutto basta con questo continuo indicare ai giornalisti come usare i 140 caratteri. “E’ tempo dell’anarchia su Twitter

Quella della Greenfield è una provocazione. Con l’ironia, risponde ai decaloghi che stanno provato a scrivere le regole di comportamento da tenere su Twitter, se si è giornalisti. Una delle ultime ricognizioni sulle cose da non fare è apparsa sul Daily Intel: Things journalists do on Twitter that we despise. Tra queste la semplice aggiunta del “+1” per condividere un messaggio.

Jeff Sonderman, su Poynter, ha però risposto punto per punto a quella lista. L’articolo si intitola: In difense of the despicable things jurnalist do on Twitter. Sonderman ridimensiona le critiche a quelle abitudini che sembrano un po’ degli estremi. Non bisogna certo retwittare tutto, dice, ma i social media sono come un cocktail party. La conversazione cresce con l’aggiunta di spunti. Perciò, se un lettore risponde proponendo un punto di vista diverso, perché non dargli attenzione?

Tra tutti questi mini manuali di comportamento, arriva il paradigma “anarchico” della Greenfield. Ancora un elenco di regole. Ma superata la provocazione iniziale, quelle della Greenfield sembrano solo norme di buon senso. “Se non ci piace quello che un altro ha twittato, basta respirare un momento e ignorare, o non seguire più quella persona”. E’ un diritto del giornalista e del lettore pure quello.

Cose che impattano qui

 

“Mentre tecnologia, mercati e comportamenti definiscono la futura connessione globale, i loro effetti si sentiranno molto di più a livello locale”.

Per questo, dice Jon Kingsbury di Nesta, è un buon esercizio provare a immaginare che cosa sarà l’informazione iperlocale tra cinque anni.

Lo spazio locale – ha suggerito in un panel di una conferenza sulla connessione delle  comunità – vale sia in termini geografici che di prossimità. Ed è “il filtro più forte attraverso cui decidiamo che cosa è importante”.

Della relazione tra giornalista e pubblico avevo scritto qui. Il tema, però, fornisce sempre nuovi punti di vista e credo valga la pena approfondire.

“Una volta informate di una notizia a valenza locale, le persone vogliono continuare a conoscere ciò che accade nella propria comunità”. E questo, spiega Sarah Johnson, discutendo di giornalismo locale nel blog di Roy Greenslade, non dovrebbe sorprendere più di tanto. Oppure, per dirla con Charlie Beckett, direttore di Polis, “se la forma più naturale di comunità è quella a livello locale, perché un giornalismo basato sul collegamento tra le persone non dovrebbe avere successo?”.

Il caso di West Hampstead Life, fa notare la Johnson, è emblematico: si può costruire un’esperienza di buon giornalismo locale persino in una metropoli come Londra. Jonathan Turton lo ha fatto raccontando la vita di quartiere tra Twitter e un blog. L’affiliazione dei cittadini è arrivata assieme all’interesse dei grandi media. “Lo spirito di comunità non è morto. Turton non ha fatto altro che toccare un qualunque interesse fosse già presente in quella comunità e ha facilitato l’incontro tra vicini”.

Quegli interessi, poi, vanno trasformati in “lunghe catene di conversazione”.  Dice Tom O’Brian, di MyMuswell, un altro sito di notizie locali di base a Londra. “Ci siamo accorti che ciò che risultava popolare erano le minuzie”. Le hanno rilanciate in una piattaforma che – con una metafora immediata – hanno chiamato piazza digitale.  “Quelle minuzie facevano da collante agli interessi che definiscono una comunità”.