Monthly Archives: Settembre 2012

Il consumo di news sempre più mobile (e giovane)

La tendenza è quella che ci raccontiamo da un po’.  Il percorso di approdo alla notizia è cambiato. E sono cambiate le abitudini del consumo della notizia.

Sempre connessi, ci informiamo soprattutto su dispositivi mobili. E tra i giovani la tendenza è in crescita marcata.

Uno studio del Pew Research Centre for the People and the Press spiega che un terzo del pubblico  sotto i trent’anni arriva alle notizie attraverso i social network. Nella vasta platea esaminata, la crescita maggiore si registra proprio nella fascia di età più bassa (18-24 anni): rispetto al 2010, +22% sul consumo di notizie attraverso canali sociali, +27% nell’utilizzo di social network in generale.

E sempre a proposito di abitudini, i più giovani (in particolare se istruiti o benestanti) sono più disposti a leggere attraverso le app dedicate per smartphone o tablet.

Questi dati sono interessanti non solo perché confermano una tendenza ormai chiara. I giornalisti devono imparare pensare che al pubblico – giovane o meno – non arrivano più attraverso una modalità univoca (come accadeva quando al mondo esterno si guardava solo con giornali  tv).

Ma l’esercizio più difficile, forse, è incrociare le esigenze di un pubblico, la cui composizione sta cambiando velocemente. Sempre più giovane e alfabetizzato, veloce e iperconnesso.

Uno spunto assai provocatorio è quello suggerito da Paula Poindexter in un panel all’Huffington Post. «I millennials trovano le notizie noiose, ripetitive, finte» e  perdono la voglia e la curiosità di informarsi.

La riflessione è di quelle che subito richiamano vedute opposte (ce ne è traccia nello stesso panel). Mai come in questa epoca, in fondo, l’accesso all’informazione e alle notizie in generale è facile. Soprattutto per i più giovani, quelli cresciuti in perenne stato di connessione.

Qualche tempo fa, Giovanni, partendo anche dall’esperienza personale, ha saputo raccontare in modo intenso la relazione che c’è tra i più giovani (quel pubblico in crescita), le notizie (tutte, anche quelle drammatiche) e le loro abitudini di fruizione. Erano i giorni della bomba alla scuola di Brindisi. Il post merita davvero: Le news per un adolescente.

La comunità e l’abitudine alle notizie

Nelle aree urbane  i cittadini recuperano informazioni sulla propria comunità locale mescolando piattaforme diverse – social network compresi – e consumando le notizie in modalità mobile.

Nelle aree periferiche o rurali, invece, è ancora solida l’affezione al giornale del posto: è lì che i cittadini incrociano fatti e informazioni di sevizio.

Nelle città molto piccole, poi, il passaparola resta ancora una via privilegiata di informazione.

I risultati di un sondaggio condotto per il progetto Pew reasearch center for excellence in journalism and Internet & American Life Project, in collaborazione con la fondazione Knight (la ricerca è stata avviata nel 2011) descrivono un contesto che, in fondo, ci aspettiamo.  Le abitudini sul consumo di notizie locali cambiano rispetto al luogo in cui si vive e a molti altri fattori, che al primo sono collegati. La platea è quella statunitense, ma i risultati sono generali.

Gli abitanti delle grandi città, distanti a lungo dalla comunità locale, si concentrano poco, per esempio, su notizie legate alla tassazione. Ma sono attivi nel partecipare alle discussioni on line.

Nelle aree di dimensioni ridotte si scelgono canali “tradizionali”, come la televisione. Vivono qui i lettori che temono di più la chiusura del giornale locale.

Lo studio riflette per l’informazione locale una condizione generale: nel consumo contano il livello di alfabetizzazione, i supporti a  disposizione, il lavoro (gli abitanti delle aree suburbane, per esempio, si informano molto via radio durante i lunghi spostamenti nel traffico).

La conferma è legata, invece, alla prospettiva generale. Cambiano abitudini, modalità e preferenze. E spetta a giornalisti ed editori saperle intercettare.

Quello che non cambia è la necessità di capire che cosa accade nella propria  comunità.

Il report completo, con cifre e dettagli, qui: How people get local news and information in different communities

 

L’iperlocale e il “moderato conflitto”

Il tema è di quelli che lavorando in una testata locale si ripropongono giorno dopo giorno. E’ davvero possibile, in giornali che parlano a piccole comunità, tracciare una linea di separazione netta tra l’informazione di servizio e quella che sa di pubblicità?

Non credo di ricordare una sola recensione critica di un’azienda locale o di un ristorante. E, francamente, va bene così”, racconta Alex Salkever su Street Fight.

Cita l’esperienza personale da lettore del Baltimore Messenger, ma il problema che pone è di ordine generale.

Il ragionamento non guarda alle inchieste, alla cronaca o magari alla politica, è chiaro. Ma pensando all’informazione di servizio (che ha ruolo centrale nella dimensione iperlocale), il racconto della quotidianità è fatto anche di tendenze, novità, mode passeggere, appuntamenti. 

E’ evidente che dare un giudizio negativo su un’azienda, un ristorante, un evento  significa poi – in un giornale locale – preventivare la possibilità di perderne la pubblicità. In un momento in cui le testate locali sono impegnate a sopravvivere e a reinventarsi, quella linea di separazione si è fatta persino più sottile.

Camminarci sopra in equilibrio non è facile, ma Alex suggerisce che un “moderato conflitto” è meglio di una “mancata copertura”: Hyperlocal Sites Making a Church-and-State Mistake?

 

Una nuova razza di giornalisti

“Quello che gli editori cercano oggi, è una nuova razza di giornalisti.”

Servono competenze e capacità molto diverse da quelle che il mestiere richiedeva una decina di anni fa. Soprattutto ora che le uniche prospettive per chi si affaccia alla professione sono sul versante del digitale.

Alle prese spesso con la scelta di nuovi collaboratori, Bob Cohn, dell’Atlantic, prova a elencare le competenze che cerca in un giornalista. Deve saper raccontare storie, stare al desk, lavorare sul montaggio fotografico, titolare, costruire grafici, vivere i social network, controllare il lavoro di altri. Insomma, deve saper fare un po’ di tutto. Persino codificare dati. Quasi un direttore responsabile di se stesso.

Ne avevamo parlato qualche giorno fa grazie al testo pubblicato da Carlo: il mestiere è cambiato. E il giornalista che non raccoglie la sfida del cambiamento culturale – perché di questo si tratta nell’epoca del digitale – somiglierà sempre di più a un fantasma.

La buona notizia è che Cohn mette sul tavolo una discreta dose di ottimismo. È cambiato il profilo tipo del giornalista, deve cambiare anche lo sguardo di chi lo recluta. E la cosa positiva, dice, è che il giornalista della nuova razza può arrivare da percorsi insoliti e inaspettati. Basta cominciare ad allargare prospettiva.

 

 

Se il fact-checking si fa democratico

Secondo una consapevolezza diffusa, le tante notizie falsate (o, peggio, false) di cui veniamo a conoscenza testimoniano il declino dei tradizionali meccanismi di controllo del lavoro del giornalista.

Ma c’è anche una prospettiva che ribalta le ragioni della casistica di questa cattiva informazione.

Non si è spezzata la pratica del fact-checking. Piuttosto, suggerisce Greg Beato,  si è democratizzata. Di più, è nella sua epoca migliore (il titolo del post è indicativo: Welcome to the Golden Age of fact-checking).

Il post è lungo, ma è divertente seguirlo: l’autore dimostra attraverso casi concreti come sia spesso facile, nell’epoca del digitale, verificare il contenuto di certe citazioni sbagliate. Il rovescio della medaglia è la stessa facilità con cui, in Rete, informazioni non corrette si conservano e rispuntano fuori con i motori di ricerca. Se il giornalista non le verifica, ancora una volta, l’errore si ripete.

Quello che sembra un limite, invece,  è  il “punto” in cui il controllo delle notizie diventa una pratica democratica: alla fine del processo, quando già sono state pubblicate.

Nell’era del Web, dice Beato, i giornalisti sanno che in ogni momento il loro lavoro può essere esaminato. Accadeva anche prima, certo, ma l’errore sarebbe rimasto, nella maggior parte dei casi, oggetto della sola discussione interna alla redazione. Oggi il rischio è quello della derisione pubblica.

Allora, è nella somma di questi fattori che l’accesso diffuso alle vie del fact-checking fa bene al giornalismo: consegna maggiore responsabilità.