Monthly Archives: Ottobre 2012

Giornalisti, pratica e principio

«L’obiettivo di noi giornalisti non è solo quello di informare il pubblico, ma soprattutto connetterci alle persone attraverso storie, esperienze condivise o gli  sviluppi importanti della nostra società», dice Craig Silverman su Poynter.

Ma perché questo accada, un giornalista proprio non si può permettere di accantonare l’umanità e certe emozioni che «ispirano la connessione tra le persone».

Il post riprende i contenuti di una conferenza dedicata all’etica del giornalismo nell’era digitale e l’esperienza di Silverman su questo tipo di ricerca: con i cambiamenti che il giornalismo sta attraversando il rischio è quello di concentrarsi sulle «pratiche e perdere, così, di vista i principi generali che contano». Cura e correzione degli errori sono pratiche. Oppure, c’è il rischio di concentrarsi sui principi di uso e applicazione di una singola tecnologia o di un solo canale per volta.

Il titolo del post è sia premessa sia conclusione dell’intera riflessione: Journalism ethics are rooted in humanity, not tecnology.

Silverman ammette subito che si tratta di un tema aperto, su cui bisogna ragionare molto. L’unica consapevolezza è che i giornalisti non dovrebbero mai accantonare l’empatia con il proprio pubblico e una buona dose di buonsenso.

A proposito di empatia dei giornalisti, in questo altro bel post, sempre su Poynter, Janet Bilancia ci rassicura: il mito dell’oggettività non va in frantumi se il racconto si carica anche di affezione e compassione. Ci sono storie in cui deve restare l’etica, certo, ma serve anche un bel po’ di umanità: Compassion is not journalism’s downfall, it’s journalism’s salvation.

La foto digitale e la narrazione allargata

È semplicemente un altro segno dei tempi, dice Michael Zhang su Peta Pixel: uno dei concorsi fotografici più prestigiosi al mondo non ammette più scatti su pellicola.

Il regolamento della 34esima edizione del Nikon Photo Contest esclude dalla gara le scansioni di foto fatte con macchine analogiche. Con l’annuncio, Zhang recupera anche il regolamento dell’edizione precedente, in cui il digitale non era l’unica opzione del contest: Nikon Photo Contest No Longer Accepts Photos Shot Using Film Cameras.

Sul sito della storica azienda giapponese ci spiegano come la scelta fosse inevitabile:  un modo per adattarsi al cambiamento profondo che la fotografia ha vissuto negli ultimi dieci anni, con la diffusione sempre ampia di macchine digitali.

A cambiare profondamente il racconto fotografico, in un lasso di tempo decisamente più ristretto, è stata la diffusione virale di smartphone e tablet. È cambiato il modo in cui la fotografia – soprattutto la fotografia instantanea – racconta il mondo intorno a noi. Ma è cambiata anche la fruizione della narrazione: come accade per le notizie, consumiamo anche le immagini in modalità mobile.

È soprattutto il nuovo modo che abbiamo di viaggiare tra le storie e le notizie ad aver convinto la Ruters a costruire una nuova applicazione disponibile, al momento, per Ipad. Si chiama The wider image, letteralmente immagine allargata.

In collaborazione con la Canon, l’agenzia di stampa sta proponendo al lettore – non solo appassionato di fotografia – un modo nuovo di approcciare alla possibilità narrativa. Ce lo racconta Federica Cherubini in un post che fornisce anche alcuni dettagli tecnici dell’applicazione: New storytelling for photojournalism: Reuters’ The Wider Image app.

Ho scaricato l’applicazione (gratuita) e ho girovagato un po’ tra le storie in sommario: racconti, casi, luoghi di ogni parte del mondo, raccolti negli ultimi mesi. L’immagine fotografica è l’elemento centrale della narrazione, che si costruisce con brevissime didascalie e la possibilità di accedere alle gallerie, da gustare in modalità presentazione, scorrimento verticale, per singole foto.  Ci sono anche i commenti dei fotografi, alcune interviste, audio di contesto.

La logica di base è quella delle gallerie fotografiche che ritroviamo su tutti i siti di news. Ma è la comodità di fruizione, su tablet e con un’architettura diversa degli scatti, a rendere  intensa la narrazione. L’immagine non è solo parte del contenuto, lo genera.

 

 

Le parole del giornalista

Blogger contro giornalisti? «Davvero non ha più molto senso.» In fondo, è solo una delle tante dicotomie che ripeschiamo, quando si tratta di discutere del cambiamento dei media.

Il lungo post di Bora Zivkovic su Scientific American ne analizza parecchie. Il giornalismo spesso ha costruito – e difeso – la propria organizzazione mettendo in contrapposizione vecchi e nuovi modelli. Qualche volta semplicemente modelli diversi.

Giornalisti settoriali e giornalisti generalisti, settori o tematiche, report specialistico o approfondimento, limite di battute da colonne o foglio aperto online. Per ogni descrizione di un pezzetto della professione, la connotazione spesso cambia: dipende dalla posizione di chi deve attribuirla. «Molti di noi – dice Zivkovic – qui, in Rete, a volte sono blogger, a volte editorialisti, a volte meravigliosi cantastorie, a volte qualcosa nel mezzo.»

Come accade sempre per ogni settore, man mano che il giornalismo si modifica,  cambiano le parole che ne descrivono modelli, organizzazione, fruizione.

Così, è interessante lo slittamento di senso che si può assegnare all’idea del diritto/dovere di raccontare, pensando, per esempio, agli avvenimenti della Primavera araba.

Le rivolte di piazza, le rappresaglie  e la caduta dei regimi ci sono state raccontate attraverso i social network dalla stessa comunità protagonista di quei fatti. Da quel momento i corrispondenti dagli esteri, dice Alan Cowell sul New York Times, in un articolo del 2009, recuperato in rubrica la scorsa settimana, hanno perso il privilegio esclusivo della narrazione.

Questione di orientamenti

A Potenza, tra qualche giorno, riconsegneranno alla comunità la piazza principale, dopo una profonda riqualificazione. Da qualche tempo, sui giornali locali e nei bar, è l’argomento principale di discussione, tra polemiche sui pro e contro, grandi riserve e curiosità.

Ieri sera, passandoci ancora una volta mi sono trovata a osservarla con attenzione e a notare quanto fosse cambiata, non solo dal punto di vista estetico. Soprattutto, mi sono accorta di come era già cambiato l’approccio dei cittadini a quello spazio.

La nuova pavimentazione, le panchine, gli alberi e una serie di pali dell’illuminazione ne hanno cambiato l’orientamento. La facciata principale non è più quella che si poggia sul corso, ma il lato che staziona di fronte al teatro comunale: un cambio di prospettiva importante.

In pochi minuti, le tre persone che avevano superato i leggeri cordoni di plastica, messi lì a farne ancora un cantiere chiuso al pubblico, sono diventate gruppetti di ragazzi, coppie, capannelli di adulti intenti a commentare, bambini con al seguito un pallone. In pochissimo tempo, e senza che nessuno ci badasse molto, il cordone di delimitazione è stato strappato, è andato giù, è stato scavalcato. E piazza Mario Pagano (ma da queste parti è per tutti piazza Prefettura) si è riempita di un tiepido sabato sera.

La prima cosa che ho pensato è che se i cordoni erano caduti giù così in fretta, senza riserve, è perché i cittadini avevano voglia di riprendersi comunque quello spazio. In quel riempirsi improvviso della piazza – ancora non del tutto pronta – c’era l’urgenza di viverla. E di viverla ciascuno con le personali relazioni sociali, con la curiosità di osservare, capire, giudicare.

In molti, poi, si sono ritrovati sulle panchine che adesso segnano in qualche modo il limite posteriore della piazza: da quella prospettiva ci si gode la luce migliore.

Così, mi sono detta che quanto accaduto nel centro di Potenza suonava quasi come una metafora di quello che sta accadendo nelle vite di tutti noi, nella società e, restringendo il campo, nelle professioni come quella del giornalista. Stanno cambiando in maniera radicale.

Le persone continueranno ad avere urgenza di relazioni, più o meno numerose, più o meno intense. E avranno bisogno sempre di spazi per costruirle e viverle. Vale per quelli fisici e per quelli, sempre più frequentati e sociali, della rete.

In rete, come nella vita reale, si misurano bisogni, comportamenti, ci si adatta o meno a delle regole, si costruiscono comunità.

E chi quei bisogni e quelle comunità deve interpretarli e raccontarli – giornalisti o amministratori, insegnati o politici – deve fare i conti con un cambiamento irreversibile. Le tecnologie hanno cambiato il modo di vivere la realtà. E pure di raccontarcela.

Qui, in città, a molti la nuova piazza non piace e – come spesso accade con i cambiamenti – la comunità si divide. Io sono soprattutto curiosa di scoprire come la città si riapproprierà di questo spazio, come cambierà la fruizione del luogo, ora che ne è cambiata la prospettiva.

Al cambiamento si può resistere, ma in genere prevale la scoperta. Qualche tempo fa, parlando dello slittamento di prospettiva del giornalismo, meglio di me, lo aveva detto Giuseppe: è questione di presente avanzato. È, pensandoci, tutta questione di orientamenti.

Il giornalista che sta tra la tecnologia e la comunità

Nel nuovo modello di giornalismo locale (o di comunità), «plasmato e influenzato dalle tecnologie, è la comunità a produrre giornalismo», dice Tom Grubisich su Street Fight.

Il modello a cui guarda è quello dell’interazione tra cittadini che – connessi in Rete – hanno accesso a una serie di dati da analizzare, rielaborare e riproporre. Capita che da questo processo emergano suggerimenti per migliorare le pratiche legate a un servizio o a un settore della vita locale.

Il caso significativo a cui fa ricorso è quello della scuola del posto. Genitori e insegnanti – o chiunque sia interessato al tema – possono analizzare  i punteggi ottenuti dall’istituto e confrontarli con altri. Condividendo in rete osservazioni e analisi,  possono produrre indicazioni da inoltrare a chi dirige l’istituto: soprattutto se il peso della comunità è forte, probabilmente ne terrà conto.

L’esempio è solo uno dei casi in cui accesso e approccio alle informazioni, specialmente in dimensioni marcatamente locali, stanno insegnando ai giornalisti a interagire di più con il pubblico.

Il giornalista deve condividere con la comunità le informazioni in rete, esattamente come fa in strada, al bar o alle riunioni delle scuole del posto. Oggi i cittadini hanno accesso a molti dati sulla quotidianità della vita locale (amministrazione, scuola, commercio) e stanno imparando a condividerli e rielaborarli. E da qualche tempo si stanno sviluppando tecnologie e applicazioni per rendere più semplice l’analisi dei dati, che al momento è riservata soprattutto a chi ha un livello medio-alto di competenze informatiche.

Questo non vuol dire che il ruolo del giornalista perda senso. Piuttosto è da ripensare una funzione, che deve tenere conto di come le tecnologie stanno cambiando l’approccio alle informazioni. Anche di quotidianità. E, soprattutto a livello locale, la sua funzione di mediazione deve farsi carico dell’interazione di singoli e gruppi. Deve imparare a raccontarne il protagonismo di comunità.