Monthly Archives: Novembre 2012

Ti racconto il (mio) mondo con un iPhone

«Una fotografia è una fotografia. A chi importa davvero con quale dispositivo è stata scattata?». Che sia esposta in una galleria, pubblicata su una rivista on line o condivisa con Instagram, «non mi interessa con cosa sia nata. Tutto quello che importa è se mi smuove o no».

Anton Kawasaki è un fotografo che racconta gente e luoghi di New York e dintorni, utilizzando quasi esclusivamente il suo iPhone. Nel dibattito tra puristi della fotografia professionale ed evangelisti dello scatto istantaneo (ne avevamo parlato qui), la sua storia è un bel crocevia di sorpresa e buonsenso.

Kawasaki è diventato fotografo per caso. È diventato fotografo da iPhone per necessità. Vittima di un incidente e costretto a camminare con una stampella, aveva bisogno di qualcosa che stesse comodamente in tasca e fosse maneggevole, veloce e adatto alla sua difficoltà fisica. «Giocando» con l’iPhone ha solleticato la propria creatività e trovato il modo di esprimerla. Ne ha fatto una professione.

Si racconta in un post a tratti, secondo me, molto intenso. E le foto a corredo, poi, sono davvero indicative del bel lavoro che riesce a fare: Anton Kawasaki: What ‘mobile’ means to me

Pioniere di quel movimento che è diventata la fotografia istantanea in modalità mobile, racconta di aver imparato a girovagare per la sua città con occhi diversi, scoprendo per la prima volta posti che attraversava da sempre. «La fotografia mobile ha portato milioni di persone a vedere improvvisamente il proprio mondo in un modo completamente nuovo», dice. E la maggior parte di queste persone non sono in cerca di scatti artistici o visibilità professionale. Stanno solo «condividendo il mondo che vedono intorno».

Come per il giornalismo, la didattica, e mille altri aspetti della nostra società, il digitale ha cambiato anche la fotografia. Seguendo un motivo ricorrente: non esiste più così come la conoscevamo.

Robert Burley lo spiega in un libro in cui ripercorre la lenta dissolvenza della pellicola. La cosa interessante è scoprire, dando un’occhiata ai suoi scatti (la CNN ne ha raccolti alcuni in galleria), il racconto concreto del cambiamento: Photographer documents death of film with photos of Kodak plants being demolished.

Mentre veniva giù un magazzino Kodak, la gente stava lì, assiepata, con lo smartphone in mano, pronta a immortalare la demolizione della fabbrica di pellicole. L’era dell’analogico stava letteralmente cadendo giù.

 

 

Un ponte (fotografico) tra memoria ed esperienza

La rivoluzione della fotografia sviluppata con gli smartphone si concentra  tutta nel passaggio da memoria a esperienza. Meglio ancora, per dirla con Stephen Mayes (per  anni nella giuria del World Press Photo), lo scatto, condiviso in Rete, costruisce un ponte.

La fotografia instantanea con gli smartphone ha sfruttato «un’esigenza anche più profonda del raccogliere i ricordi o azzardare una narrazione», dice Jens Haas, che attorno all’articolo di Mayes costruisce un piccolo saggio. Richiede qualche minuto, ma è davvero interessante: From Memory To Experience: The Smartphone, A Digital Bridge.

«L’immagine scattata con gli smartphone sfugge al peso di dover essere un documento della memoria». La condivisione in diretta delle fotografie sviluppa – sia per i contesti generici,  sia per gli eventi – un fenomeno di streaming che «non è progettato per essere indicizzato. Quei frammenti non nascono per essere memorizzati». Si accavallano, si sostituiscono, man mano che vengono postati, in rapida successione.  «Ma ciascuno di quei frammenti – dice ancora Jens Haas – contribuisce alla comprensione del mondo, in quel momento, da parte dello spettatore».

Più che creazione di memoria, «si tratta di plasmare l’esperienza». Eccolo il ponte su cui viaggia la fotografia digitale istantanea e in connessione. 

C’è anche un altro approccio – positivo – al bagaglio che la tecnologia ci consente di accantonare. Jenna Wortham ne ha scritto qualche settimana fa. È possibile, magari inconsciamente e sempre senza generalizzare, che stiamo imparando a selezionare cosa merita o meno di essere fotografato. Anche in questo caso, il titolo del post è già di per sé interessante: Digital Diary: Does Technology Replace Memory or Augment It?

La resistenza dei professionisti ad accettare questa modalità di narrazione del mondo è spesso legata allo spostamento del focus di azione: dal controllo della fotocamera (abilità di pochi) alla post-produzione (che sui device mobili, tra applicazioni e social network, diventa quasi un gioco). I puristi insistono sulla trasformazione dell’immagine: «Peccato che tra vent’anni, a riguardare le fotografie fatte, ti renderai conto che un filtro falso, rende falsa l’intera immagine». Kenneth Jarecke si rivolge direttamente ai reporter o ai giornalisti che usano Instagram per ritrarre (e raccontare) il mondo attorno. In futuro, spiega, a tornarci con la memoria, verrà meno la credibilità del luogo fermato nello scatto. Il post è chiaro fin al titolo: Instagram, the Devil, and you.

Ci sono arrivata attraverso un pezzo di Michael Zhang, su PetaPixel, che ne pubblica un estratto e riassume la posizione di Jarecke, scegliendo soprattutto una emblematica immagine di copertina. Può uno scatto fatto con Instagram (o con altre applicazioni simili) resistere alla prova del tempo?

Se il terreno del dibattito è quello della memoria, azzardo a ipotizzare che non dovrò pentirmi, tra qualche anno, del racconto dei luoghi e delle persone che mi trovo sempre più spesso a fare, ricorrendo a Instagram o ad altri social network. Quello che faccio, in fondo, è raccontare – oggi – una porzione di mondo, all’instante, ritagliando lo spazio visivo in un orizzonte quadrato, colorandolo di luce attraverso i filtri. Ma il mio bagaglio di memoria comincia un secondo dopo, quando quello scatto diventa pubblico e condiviso con chi, magari solo attraverso la Rete, mi sta attorno.