Monthly Archives: Dicembre 2012

In tempi di crisi la redazione è un laboratorio

«La dimensione della comunità e la frequenza della pubblicazione non dettano la qualità del giornalismo». Non direttamente, almeno, scriveva Steve Buttry qualche giorno fa, commentando il rapporto sul giornalismo post industriale di C.W. Anderson, Emily Bell and Clay Shirky.

La premessa dovrebbe essere una rassicurazione per il giornalismo locale: nel pieno del processo di crisi e riorganizzazione dell’informazione, resiste il bisogno di usufruire di un buon racconto della comunità in cui si sta. E lo si può fare anche in dimensioni iperlocali.

Sono altri, dice, i fattori che incideranno molto sulla qualità del giornalismo locale. In elenco mette anche il «talento e la determinazione di singoli giornalisti» e i vincoli dell’editore, dalla situazione finanziaria ai contratti sindacali.

Senza investimento in tecnologia (soprattutto di pratiche) e tagliando su risorse e persone, la qualità dell’informazione rischia di essere accantonata. Già ora, nei giornali locali, quotidiani o settimanali, la redazione è spesso tutta impegnata sulle scadenze dell’edizione da pubblicare, con poco tempo per ricerca, sperimentazione, approfondimento.

L’articolo di Buttry mette in fila un paio di osservazioni che nei giornali locali disegnano da tempo una difficile quotidianità. Il punto di partenza rimane la buona notizia di prospettiva: Size of community doesn’t affect quality of journalism.

Resta una consapevolezza, però, che attiene al cambiamento del giornalismo in generale, e non dipende dalle dimensioni delle redazioni o della comunità di riferimento. «Le redazioni – spiega Heidi Moore, prevedendo per il Nieman Lab che cosa accadrà nel  giornalismo del 2013 – saranno sempre meno concentrate sulle notizie del giorno, gran parte delle quali saranno già state consumate nel giro di 24 ore, minuto per minuto, dal ciclo delle notizie.»

Piuttosto la redazione diventerà una sorta di laboratorio in cui pensare a «come presentare, illustrare e diffondere le informazioni chiave». Che sia successo in giornata o meno. Con i giornalisti non più pagati per gli scoop, ma per «contestualizzare le informazioni» e presentarle, meglio se su più supporti, nel modo migliore per il lettore. Nelle redazioni i ruoli di primo piano saranno tarati sui servizi interattivi, sulla comunicazione social, sulla programmazione, sui contenuti multimediali e l’assetto nei vecchi open space cambierà (dove non è già cambiato):  Newsroom as war rooms.

Questa previsione non guarda a scenari lontani. Il cambiamento – che è cambiamento soprattutto culturale -è già in atto, anche se in un contesto di crisi e tra mille difficoltà, soprattutto a livello locale.

Nella sala operativa della Protezione civile della mia città, Potenza, c’è stampata sul muro una citazione  di Patrick Lagadec, uno dei maggiori esperti di crisis management. «Per gestire una crisi occorre imparare rapidamente… Per imparare rapidamente nel corso della crisi è necessario avere già imparato molto tempo prima.» Vale nella prevenzione delle emergenze, mi sembra possa funzionare anche per il giornalismo.

Storie di città dentro uno scatto di Instagram

Capita, a volte, di trovarsi al centro di una di quelle storie che vale la pena raccontare.

Capita di riscoprire – senza smettere di sorprendersi – che le persone costruiscano comunità, indipendentemente dalle etichette assegnate.

Infine capita di giocare con uno smartphone per raccontare quella storia e quella comunità: e finisce che basta uno scatto di Instagram per sostituire mille parole.

Giuseppe lo aveva detto qui, spiegando come Instagram fosse diventato uno strumento centrale nel racconto dei fatti: è stato dirompente l’impatto che l’applicazione ha avuto durante le recenti elezioni americane o, per esempio, nelle cronache dell’uragano Sandy. Ma questo cambiamento si verifica anche in contesti più piccoli, come quelli di una città di provincia.

A Potenza, ieri sera, in una di quelle enoteche dove finisci per sentirti sempre di casa, hanno provato a mettere insieme (e a far discutere) un po’ di gente. Il tema – il rapporto tra i due capoluoghi della Basilicata – negli ultimi tempi, da queste parti, aveva costruito una lunga scia di polemica.

Tutto era nato durante i giorni dello scontro politico e amministrativo a ridosso della soppressione della Provincia di Matera a mezzo decreto. Ai titolari del locale era venuta l’idea di convocare a Potenza – il capoluogo sopravvissuto – un po’ di materani doc, per dimostrare che gli steccati identitari sono spesso una costruzione di comodo, quasi architetture fuori moda: ci sono, ce le ritroviamo, ma non ci calzano poi così addosso.

Sarà stato il cibo, sarà stato il vino o, forse, l’atmosfera di casa, per una sera amministratori, imprenditori, giornalisti o semplici abitudinari del locale hanno costruito una bella occasione di confronto e partecipazione. Hanno costruito comunità – magari temporanea – e hanno disegnato una piccola storia di cronaca locale.

A me è capitato di poterla raccontare. E ancora una volta mi è capitato di poter racchiudere il senso di una vicenda lunga settimane in uno scatto instagrammato con lo smartphone. Lasciando, poi, che venisse condivisa e commentata.

La foto ritrae il sindaco di Potenza e Giuseppe, un materano trapiantato da anni in città. Dividono, per gioco, il pane di Matera, prodotto simbolo dell’economia della città dei Sassi. Ecco, in quello scatto convivono personaggi, simboli, contesto cittadino: fanno la cronaca – fermata in un momento – di una  storia locale e della sua comunità.