Monthly Archives: Aprile 2013

Il giornalismo di taglia longform

Medium, piattaforma editoriale del co-fondatore di Twitter, Evan Williams, ha acquisito Matter, un sito di informazione scientifica basato sul long form journalism.

Matter, che per un po’ non muterà la modalità di rilascio dei propri contenuti, garantisce ai lettori una storia al mese, scaricabile a 99 centesimi. Era nato, tra l’altro, con un’operazione di crowdfundig su Kickstarter, a cui aveva partecipato lo stesso Williams.

È interessante tornare indietro di qualche mese e sbirciare l’appello dei fondatori di Matter (Jim Giles, autore pluripremiato, e Bobbie Johnson, ex firma del Guardian, poi a GigaOM).  «Il web è il futuro del giornalismo, ma cerchiamo di essere onesti, il futuro non è all’altezza delle aspettative.»

Con il diffondersi del consumo iperveloce delle notizie, le testate – nella maggior parte dei casi impreparate a reggere il cambiamento di approccio all’informazione e travolte dalla spinta del digitale – hanno smesso di investire in tempo, accantonando le grandi inchieste, e cercando di coprire la realtà nell’immediato.

Matter, allora, nasce «per fare una cosa e farla eccezionalmente bene». Solo «una storia imperdibile a settimana», puntando su autori di rilievo, capaci di approfondimenti su tematiche di scienza e tecnologia. 

La premessa del progetto sapeva di consapevolezza: «Il buon giornalismo non è economico: ci vogliono tempo e soldi perché i giornalisti facciano quel buon lavoro.»

Medium nasce, invece, come una piattaforma per la pubblicazione condivisa dei contenuti. Il sistema è collaborativo, stringe gli autori attorno a un tema, consente l’approfondimento, permette l’accesso a idee di altri su un argomento di interesse.

La notizia dell’incontro tra le due piattaforme è stata ripresa da parecchi: ne parlano, tra gli altri, con molta enfasi News from journalismPoynter  e il Guardian.  L’avvicinarsi dei due progetti ribadisce, credo, un paio di cose importanti.

Mentre il giornalismo contemporaneo cerca una difficile strada alla sopravvivenza, le sperimentazioni coraggiose sembrano indicare tutte una via comune. Se la tecnologia ha reso praticamente nullo il costo della notizia e abbattuto il valore economico del suo consumo, non è finita la voglia di informarsi. E di farlo bene.

«L’articolo long-form – dice Johnson – non è solo un insieme di parole su una pagina. Si tratta di un certo approccio, di rigore e di profondità che le persone non trovano più nel lavoro delle grandi organizzazioni dell’informazione.»

L’idea della necessità di testi brevi in tempo di informazione veloce non è più così solida. Qualche tempo fa Pier Luca ha scritto un post in cui, soprattutto graficamente, riesce a spiegare questo errore. Nasce, dice, da una confusione di senso: Online storytelling e long form journalism.

Il lettore forse è disposto anche a  pagare quando percepisce la qualità di un lavoro di informazione importante, indipendente, che ha richiesto tempo e dedizione.

Difficile capire ora se questo modello sarà quello sostenibile. Ma nella trasformazione  radicale in cui si è trovato stretto il giornalismo, la qualità – piuttosto che la quantità – resta l’unico parametro ad avere ancora un valore spendibile.

E la qualità è data anche dalla profondità del racconto, dalla firma che lo offre, dalla capacità dell’autore di diventare garanzia. Anche – magari – in un lavoro collettivo, a più voci, di struttura di una storia, di un approfondimento. Qualcosa di decisamente più denso del semplice scorrere poche righe su una pagina.

La lezione dell’esperienza, vista dalla periferia

Potendo mettere un momento da parte il livello del contenuto programmatico e i ragionamenti sullo scenario politico che apre, il manifesto di Fabrizio Barca racconta qualcosa di importante anche dell’informazione, soprattutto del fare giornalismo locale.

C’è un paragrafo in quelle 55 pagine che il ministro per la Coesione territoriale chiama “La lezione dell’esperienza“.

È la parte più densa, secondo me, della prospettiva condivisa. È quella dello sguardo reale su una porzione di Stato, la parte che ha attraversato, affrontato, conosciuto nei 16 mesi da ministro, alle prese con il patrimonio più importante del Paese: i territori, le comunità, gli amministratori locali.

È il punto in cui, quasi all’inizio del lungo manifesto, costruisce le premesse della sua scelta di impegno politico. Ma se sposto l’attenzione dalla finalità al semplice racconto di quel testo, è un altro il punto di vista che mi interessa.

La lezione di esperienza di Barca ci ricorda che c’è un bisogno urgente, soprattutto nelle periferie, di sentirsi parte di un progetto, attori di crescita, protagonisti della partecipazione al cambiamento. Delle città, delle zone industriali, delle scuole, del sociale, dei mestieri e del lavoro, dell’ambiente, dei diritti e dei percorsi decisionali.

Questo coinvolgimento, a livello locale, può funzionare con più intensità. Sono i livelli dove la sperimentazione e la partecipazione crescono con una cittadinanza, amministratori compresi, spesso già pronta al confronto.

C’è bisogno, però, di chi sappia raccontare le periferie che al sistema dell’informazione ancora delegano – vorrebbero – una funzione necessaria: la conoscenza del territorio, della sua gente, delle politiche amministrative.

Nel raccontare la distanza dei partiti (della politica in generale) da interi settori della società, dice Barca:

«L’ho vista nella solitudine di sindaci chiamati a fidarsi di un Ministro della Repubblica che invitava a cambiare metodo, non potendo essi contare su una rete di partito entro cui verificare i propri dubbi (“sarà la solita favola?”), dare robustezza alla propria“voce”, trovare la forza di manifestare le proprie soluzioni.»

Questione, spiega, di opportunità mancate. La distanza si è rafforzata nell’incapacità politica di costruire spazi di confronto, fisici e di rete. Spazi di accoglienza, scontro e critica.

Sono opportunità mancate anche per i giornalisti, per chi deve raccontare, provarci almeno, come stanno le cose, partendo dai fatti, dai dati, dalle immagini di tutti i giorni. La distanza, allora, sta anche qui:

E nell’impiego limitato da parte dei media, e pressoché nullo da parte dei partiti, dei dati forniti con modalità “aperte”sullo stato di attuazione o sull’efficacia di interventi pubblici, leva potenzialmente dirompente per stanare e incalzare una macchina pubblica arcaica piuttosto, partiti e Stato tendono ad agire nei territori spesso semplicemente per conservare gli assetti dati, vuoi con decisioni autoritarie, disattente alle specificità delle persone e dei contesti, vuoi con complice lassismo.

Anche il mondo dell’informazione, ce lo diciamo spesso, ha responsabilità generali nella barriera issata tra società e forme di rappresentanza. Ma quando è a livello locale che l’informazione non è capace di interpretare un luogo, sfruttando tutti i dati a disposizione, usando i vecchi  e i nuovi canali di racconto, significa un’immediata possibilità in meno per quel territorio.

Significa rinunciare a una funzione che ancora ha senso. Significa non riuscire a tutelare un pezzo del più importante patrimonio di questo Paese.