Monthly Archives: Febbraio 2014

Capire da professionalità diverse

lugPensando a come cambieranno i modelli di organizzazione aziendale, forse non c’è bisogno di spingersi molto oltre per immaginare tra quanto «la collaborazione sarà la norma».

Lo scenario che disegna Dana Ardi (7 Predictions For The Future Of Work) non tocca solo le grandi organizzazioni. Credo investa molto l’approccio del singolo al mestiere.

Nel caso del giornalismo, poi, credo siano opzioni che dovremmo già cominciare a praticare.

È cambiato il ruolo del giornalista, che soprattutto a livello locale  dovrebbe saper essere un connettore. E sono cambiate le competenze che deve poter portare nel gruppo di lavoro e nella comunità a cui si relaziona.

Così come si sono modificate le professionalità di cui c’è bisogno in una redazione: sempre più capaci di costruire servizi e immaginare progetti dall’interno, in bilico tra la missione culturale e di crescita sociale e la ricerca di modelli di sopravvivenza.

L’Open Data Day messo su a Potenza senza pretese e dal basso è stata l’occasione per ricordarmi tutto questo.

Prima una bella giornata di monitoraggio civico di un pezzo del patrimonio locale, con l’adesione spontanea di alcuni cittadini all’iniziativa Monithon. Poi l’esercizio di mappatura in formato aperto del centro storico di Pignola, grazie al team messo su dall’associazione Lug.

A trovarmi immersa in una rete civica di professionalità, storie e curiosità diverse, mi sono ripetuta alcune cose.

  • A livello locale il giornalista può trasformarsi in un hub funzionale di competenze ed esperienze presenti sul territorio.
  • Le competenze utili al mestiere sono cambiate, necessariamente spostate su quello che le grammatiche di rete e le possibilità del digitale richiedono. Ma difficilmente tutti i giornalisti presenti oggi nelle redazioni possono diventare sviluppatori, sistemisti, esperti di codice. Piuttosto è importante entrare un po’ in quei meccanismi, relazionarsi con queste figure, provare, sbagliare e fare pratica di questi linguaggi. Il giornalista può imparare così che cosa può chiedere e cosa no. Soprattutto può imparare a immaginare altri modi di raccontare e indagare sulle cose.
  • Ogni territorio ha le sue buone pratiche, le aree di innovazione, gli esperimenti riusciti e mille storie di chi ha qualcosa da dire, insegnare e mettere a disposizione. Ma l’unica via per costruire una rete funzionale è l’inclusività.

La narrazione di una città speciale

pz1Da qualche giorno il Guardian ha inaugurato Cities, un sito  supportato dalla fondazione Rockefeller, che si occupa delle città da prospettive diverse: urbanistica, dei servizi, culturale, tecnologica.

Metropoli o area periferica, l’idea è quella di indagare la realtà in cui il cittadino si trova ad abitare.

Per inaugurare questo spazio Mike Herad ha chiesto ai lettori di descrivere che cosa rende speciale la propria città. La chiamata collettiva alla riflessione su luoghi così diversi  – metropoli o borghi delle periferie più lontane – ha prodotto un risultato interessante.

I lettori non hanno negato i problemi che attanagliano le città in cui vivono, dai più comuni disagi di traffico alla violenza che esplode nei quartieri crocevia del traffico di droga. Ma le descrizioni, nella maggior parte dei casi, si sono concentrate sul buono che c’è: The best bits of your cities – what you told us.

Complice forse anche il tipo di call declinata in modo positivo – che cosa rende speciale la tua città? -, i lettori hanno messo l’attenzione su pezzetti della quotidianità urbana che sono opportunità o su quello che rende unico l’abitare un determinato luogo.

Senza rinuncia allo sguardo critico, soprattutto in realtà piegate da violenza e povertà, i lettori hanno costruito il racconto del posto che chiamano casa con l’entusiasmo tipico della scoperta.

È lo sguardo dello straniero sulla città in cui viviamo. Ed è uno dei migliori consigli che abbia ricevuto a proposito dell’essere giornalista locale (l’altro è non smettere di starci male).

Significa piuttosto capire che l’impatto con una città sta nel racconto che la comunità ne fa. Con una responsabilità più forte da parte di quanti sono chiamati quotidianamente a un ruolo in quella narrazione. Potrebbe essere essere costruita parlando di innovazione, crescita, opportunità.

Lo spiegava Giuseppe in un pezzo pubblicato sul Quotidiano della Basilicata: «Noi non abitiamo la città, abitiamo il racconto della città. Un racconto di cui noi stessi, per primi, siamo coautori. Se continuiamo a raccontarci senza speranza, non costruiremo mai speranza.»

Anche a Potenza, città di area laterale, si possono fare cose belle.  «Basta immettere idee, pensiero, abituarci al confronto con il diverso, a guardare le cose in maniera differente.»

Tra l’altro, il digitale e Internet hanno anche abbattuto l’alibi dell’isolamento culturale a cui la periferia era destinata.

L’articolo di Giuseppe arriva dopo la diffusione di un dato che a Potenza ha fatto rumore. Secondo una ricerca dell’istituto Erich Fromm di Prato, in base ad alcuni indicatori sulla vivibilità urbana, la Provincia di Potenza sarebbe la più infelice. Risultato che in città è stato ripreso, criticato, commentato, rilanciato.  Giuseppe, invece, ha scelto di rispondere con racconto diverso, da “straniero”: Quello che i potentini non vedono.

Potenza sta sempre lì, in ogni riga. Ma il pezzo spiega un metodo generale.

La cosa più interessante, però, è accaduta dopo. In meno di 12 ore il pezzo ha fatto migliaia di condivisioni, numeri importanti, forse persino inaspettati, per una realtà piccola come quella potentina. È comparso sulle bacheche di centinaia di cittadini, ha alimentato commenti, costruito dibattito.

A me è sembrato che la città abbia davvero voglia di un racconto nuovo.

Non significa nascondersi le cose, ma «allargare l’orizzonte, guardarsi da fuori».

La comunità ha voglia di partecipare nel costruire questa narrazione. Ed è questa una delle lezioni che tocca a noi giornalisti.

Anche perché una volta aperto il fronte, poi la città sorprende.  E magari capita che il flusso di positività messo in moto si allarghi in mille modi. Compresa una pagina Facebook che spiega, dentro e fuori Potenza, come qui, in fondo, siamo anche un po’ felici.