Author Archives: Sara

Responsabilità e comunicazione del rischio ambientale – UN PAIO DI SPUNTI

La prima lezione pratica del giornalismo locale è che la comunità con cui bisogna confrontarsi è la stessa in cui si torna ogni volta che si è chiuso un pezzo o pubblicato un approfondimento, quella che continua a entrare nella quotidianità al termine di ogni evento più o meno eclatante.

Sono tornata sulla riflessione ascoltando gli interventi di un interessante convegno sulla responsabilità del sistema istituzionale nella comunicazione del rischio ambientale e antropico che si è svolto all’Università di Potenza. Il convegno aveva un intento formativo indirizzato soprattutto a una platea di avvocati e amministratori, ma in tutti gli interventi le esperienze o le sentenze oggetto di studio utilizzate come focus facevano sempre un riferimento al confronto con il sistema dell’informazione.

Segnalo qui alcuni degli spunti più interessanti, in modo disordinato, a mo’ di appunti. Tutti, secondo me, da sviluppare.

La crescita esponenziale dei procedimenti giudiziari

dati CIMAIn dieci anni, ha spiegato Mauro Altamura, della Fondazione CIMA, è cresciuto esponenzialmente il numero dei procedimenti aperti, a fronte di una frequenza più o meno costante degli eventi calamitosi (sismici o idrogeologici) verificatisi nel Paese. Secondo l’osservatorio nel 2008 sono stati aperti 3 procedimenti, nel 2015 i procedimenti aperti sono saliti a 14.

È evidente che questo stato di cose abbia influito e modificato il comportamento degli amministratori e di quanti hanno responsabilità istituzionale verso la collettività, generando spesso un ricorso preventivo alla prudenza. In questo carico di pressione il ruolo (toni, tesi, atteggiamenti) dei media è determinante.

Il linguaggio nel racconto delle emergenze

La prevenzione, ha ricordato Angelo Masi, ordinario di Tecnica delle Costruzioni all’Unibas, non è un tema emergenziale, richiede educazione, tempo e volontà. Quando, però, in caso di emergenze, tempo a disposizione non ce n’è, il rischio è quello di veder travolto ogni sforzo fatto.

Masi ha raccontato del timore con cui affronta un’intervista ogni volta che è chiamato a parlare di rischio sismico e prevenzione: secondo il rituale tipico dell’informazione italiana è generalmente contattato in fase di emergenza, durante un evento calamitoso, per commentare o dare indicazioni. In un momento, cioè, in cui è difficile pensare di costruire un approfondimento non emotivo o di ricevere attenzione. Vale per chi scriverà il pezzo, vale per chi ne sarà fruitore.

 

Dalla parte del pubblico con il linguaggio

copertina robinson 26.02.2017Non è un caso se nel numero di Robinson dedicato alla crisi dell’italiano come lingua, parlata e posseduta, ci sono due articoli dedicati alla divulgazione della scienza. Il filo è sempre quello della comprensione: perché la comprensione sia possibile, tra i vari fattori utili al processo, lo sforzo del mittente è forse quello indispensabile (cosa che per i giornalisti segna la scarto tra il parlare agli addetti ai lavori e il rivolgersi ai lettori).

Oggi  nell’inserto culturale de La Repubblica il tema della divulgazione scientifica è affidato a un testo di Piero Angela e a un’intervista al fisico britannico Brian Cox, con testo di Luca Fraioli e illustrazione di Agostino Iacurci.

Piero Angela su Robinson

Dice Angela: «Oggi è estremamente importante divulgare cultura scientifica per capire le profonde trasformazioni che scienza e tecnologia stanno provocando in ogni campo. C’è però un problema: il linguaggio.»

L’intermediazione positiva legata alla spiegazione di fatti, dati o connessioni ha a che fare soprattutto con l’atteggiamento di chi parla.

«Divulgare vuol dire mettersi dalla parte di chi ti legge e  di chi ti ascolta. La scienza è piena di cose straordinarie  che si possono spiegare usando la creatività e immaginandosi le persone a cui ci rivolgiamo. Non esiste una formula del “saper spiegare” altrimenti tutti l’applicherebbero: l’unica regola è quella di essere dalla parte degli scienziati per i contenuti e da quella del pubblico per il linguaggio.» Facendo ricorso anche ad esempi, disegni, schemi e connessioni emotive.

Le parole di Cox – scienziato, divulgatore, autore di documentari per la BBC e protagonista di conferenze i cui biglietti muovono persino i bagarini – rafforzano l’idea che esista una via alla semplificazione corretta. «A chi mi dice: non è possibile insegnare a un pubblico generalista la relatività generale o la meccanica quantistica, io rispondo: allora non le hai capite abbastanza bene.»

Se la fisica delle particelle è diventata di recente un pezzo pop della cultura generale è perché la ricerca sul bosone di Higgs è stata trasmessa «con la storia del Large handron collider e delle persone che lì cercano di riprodurre le condizioni presenti nell’universo primordiale».

Allora è vero, di conoscenza c’è un gran bisogno; ma di conoscenza a me pare che in giro ci sia soprattutto una gran voglia.

Gestire la complessità | giornalismi ovunque #1

Che sia convinta del bisogno di mescolare mondi e professioni per raccontare il presente (e il futuro) ormai lo sapete. E probabilmente mi avrete anche sentito dire spesso che i giornalisti hanno bisogno di altre professioni, troppo a lungo considerate come pezzi distanti della conoscenza.

Dentro effenove, soprattutto nei periodi dedicati alla progettazione, transitano artisti, visual designer, ingegneri, informatici, tecnici, fotografi, architetti. In questo passaggio mi imbatto spesso in parole nuove e in processi particolari. E non è raro ritrovarmi a indagare su più o meno concreti collegamenti con il giornalismo.

manichinoHo pensato che appuntare alcuni di questi collegamenti può essere utile, anche quando sembreranno forzature. Ma è un modo per ragionare su quanto, da giornalista, impari anche fuori da una organizzazione tradizionale dell’informazione.

Michele, che un paio di anni fa ha fondato con me effenove, è naturalmente una delle mie fonti principali di stupore (rigore da ingegnere, fantasia da esperto di animazione e precisione da modellatore 3D; per farvi un’idea sbirciate tra le copertine con cui ogni tanto aggiorna il suo profilo Facebook).

È suo il primo spunto che provo a condividere. Il termine è ostico: RITOPOLOGIZZARE. Lo ha spiegato in una delle immagini con cui descrive la quotidianità di un modellatore 3D.

copertina

Il procedimento permette di prendere una immagine densa di punti nata da una scansione, ripulirla da una marea di informazioni e renderla, così, più leggera, ma non per questo meno complessa. Non vuol dire trasformare l’immagine, solo renderla gestibile.

Con le notizie dovrebbe funzionare allo stesso modo: mantenere i dati, eliminando il caos superficiale.

Io ho subito pensato a quante volte in cronaca avrò riempito le storie di superfluo, commenti e dati non necessari, convincendomi che fossero storie complesse e rendendole, invece, solo poco comprensibili.

L’informazione in formati lunghi per la tv

“Fukushima. A nuclear story” è un viaggio giornalistico nella realtà. Pio D’Emilia, giornalista di SkyTG24, racconta che cosa è accaduto nella centrale nucleare giapponese, a partire dalle ore del terremoto del marzo 2011 e del successivo tsunami che investì l’area.

Il film di Matteo Gagliardi è prodotto da Teatro Primo Studio e Film Beyond, in collaborazione con Sky.

Pio D’Emilia, giornalista SkyTG24

Quello che accadde allora e quello che oggi resta delle scelte legate al disastro nucleare di Fukushima è spiegato attraverso vari linguaggi, usati ciascuno per un livello di indagine.

La voce fuori campo di Massimo D’apporto tira le fila dell’intera narrazione. Le immagini e le preziose interviste girate all’epoca da D’Emilia nel tentativo di capire che cosa stesse davvero accadendo – girò in lungo e in largo da solo, varcando limiti imposti e registrando ogni cosa – restituiscono la violenza del sisma e dell’onda anomala, la reazione della popolazione, le risposte di autorità e vertici della Tepco, la società che gestisce l’impianto di Fukuhima.

Il fumetto manga ricostruisce alcuni momenti particolarmente drammatici, come quelli relativi ai tentativi di isolamento dell’impianto. La grafica 3D arriva in soccorso nella spiegazione più scientifica: come funziona un reattore nucleare?

Mi è piaciuto perché sono arrivata alla fine con addosso lo sgomento e l’allerta che una buona informazione dovrebbe produrre nelle persone. E perché c’è una grande dose di chiarezza nell’esposizione: il ricorso a linguaggi diversi, soprattutto alle infografiche animate, è una strada molto funzionale.

Credo che prodotti simili siano l’approdo del giornalismo in formato lungo. Qualità e struttura cinematografica, ma non per questo fiction.

Sempre più storie come queste, costruite con cura, con livelli multipli di racconto e linguaggi diversi, affiancheranno lo sviluppo del consumo di informazione d’approfondimento su piattaforme televisive e on demand.

Il peso della scelta delle parole

locandinaDue persone a me care mi hanno chiesto di partecipare alla presentazione di un bel libro. Il testo di intitola “Ammazzare le donne è facile. La ballata dell’uomo triste” e parla di femminicidio.

È un lungo monologo di dolore, sdegno, orrore e consapevolezza. La cosa dirompente è l’angolazione: a parlare è l’uomo che sta davanti ai resti della moglie uccisa.

Oggi pomeriggio (22 febbraio 2016) alle 18.00 ne discuterò con l’autrice, Giuseppina Pieragostini, nell’aula magna dell’Unibas in via Nazario Sauro a Potenza. L’idea è quella di dar vita a una breve conversazione aperta.

Dal canto mio, parto da una consapevolezza che questo libro mi ha ri-sbattuto in faccia. C’è una responsabilità profonda nel parlare delle cose, nel chiamare le cose con il proprio nome, nello scegliere toni, sostantivi, aggettivi. Da giornalista ne ho spesso sentito – impotente – il peso, sapendo che il linguaggio è uno strumento importante nella restituzione di un contesto.

C’è una frase che l’assassino dice mentre spiega che, prima di ammazzarla fisicamente, a quella donna ha tolto identità: «Nelle conquiste di tutti i tempi, l’atto di forza iniziale ha il suo naturale proseguimento  nel modificare apparenza, lingua, dei, costumi, nomi.»

Allora quanta responsabilità tradiamo ogni volta che liquidiamo la cronaca in un groviglio di luoghi comuni, titoli a effetto, metafore sempre uguali, la foto scelta in modo automatico con la ricerca del tag? Finisce che anche la violenza diventa un format.