Author Archives: Sara

Indagare il territorio attraverso la scienza

Il giornaliLocandina "Dalla terra alla luna"smo locale mi ha insegnato che i luoghi e le storie che lo abitano non si conoscono mai abbastanza.

Ce ne sono sempre di nuovi, avventurosi, tristi e belli da imparare. E alla fine di un’esplorazione c’è sempre  un qualche tipo di scoperta. Anche quando lo spazio da indagare è il proprio territorio.

A patto, però, di saper cambiare prospettiva, almeno di tanto in tanto.

Per questo sono contenta di essere parte di un bell’appuntamento organizzato da Liberascienza domani a Potenza.

I ragazzi dell’associazione hanno preso il territorio e ci hanno girato dentro per raccontarlo in modo insolito.

Lo spazio è sempre lo stesso, la Basilicata da promuovere. Solo che hanno inseguito strade nuove, scegliendo la scienza come itinerario.

Ne è venuto fuori un viaggio tra i luoghi e gli uomini che hanno fatto scienza in Basilicata, da Pitagora ai supertecnici del centro di geodesia spaziale di Matera, passando per le riflessioni di Giuseppe De Lorenzo.

Ne hanno fatto un documentario che domani sarà proiettato in anteprima (se siete in zona, ci farei un salto: qui il programma).

A me toccherà partecipare a una chiacchierata su un territorio, quello locale, da riscoprire e divulgare. Anche con la scienza, appunto. E staremo lì a scambiare idee su turismo, divulgazione e innovazione: giornalisti, scienziati, docenti universitari, esperti di turismo, creativi.

Su un percorso insolito, e con la consapevolezza che «La Basilicata è anche Lucania e, come il suo nome, così anche la sua storia può essere duplice. E voi, con buona probabilità, avete ascoltato sempre e solo l’altra».

Gli stranieri al luogo

1camminataSono convinta che i luoghi vadano esplorati, e non giudicati.

E credo che l’esplorazione sia la via migliore della conoscenza.

Quando sono in un posto nuovo – ma vale anche per il mio posto abituale – mi piace che a raccontarmelo siano quanti lo hanno attraversato e scoperto prima di me. Meglio se mezzi stranieri, o residenti che hanno la capacità di applicare lo sguardo da fuori.

È quello sguardo speciale, di chi ti ti introduce ai luoghi e te ne fa amare i dettagli, non i panorami.

Ho ritrovato traccia di questa sensazione in uno dei testi raccolti da Vittorio Gregotti in 96 ragioni critiche del progetto. La sua idea di sguardo dello straniero è racchiusa in una lettera indirizzata a Wim Wenders:

«Credo che per conquistare un luogo, una città o un paesaggio al nostro animo prima ancora che all’architettura abbiamo bisogno di due cose: che in quel luogo (o con quel luogo) si lavori concretamente e non solo lo si visiti e che qualche Virgilio ci introduca, ci accompagni, ci aiuti. Altri che, come noi e prima di noi, abbiano frequentato, interpretato, amato quel luogo. (…) Parlo proprio di quegli stranieri al luogo ci hanno fatto da traduttori, da tramite, lungo un percorso che essi stessi avevano compiuto per conoscere.»

Ci sono cose di cui non occuparsi

In redazioneQualche giorno fa su R2 c’era un estratto di un’intervista a Jürgen Habermas su democrazia, filosofia e il mondo accademico che guarda alle cose.

Nello spiegare il contributo che Internet può apportare alla democrazia («l’innovazione dei media non crea automaticamente progresso nella sfera pubblica», dice) richiama il ruolo del giornalismo.

Ormai interessi, temi e notizie si mescolano e moltiplicano all’inverosimile, e spesso manca «un collante inclusivo». Per questo, dice Habermas, «non dovrebbero andare perse quelle competenze del buon vecchio giornalismo che oggi sono non meno indispensabili di ieri».

Mi è tornato in testa un pezzo  di qualche settimana fa. Jeff Israely, fondatore di Worldcrunch, ha provato a ragionare su come un giornale dovrebbe scegliere di che cosa occuparsi, sempre in bilico tra fidelizzazione del lettore e bisogno di monetizzare l’attenzione, mediando tra «pubblico interesse e interesse del pubblico».

«Come direttore di un piccolo sito di notizie che copre il mondo intero, il mio compito giornaliero più importante è identico a quello dei direttori di una volta: decidere quale storia raccontare, quali temi approfondire, scegliere i toni, fare le scelte giuste, rendere il giornale armonioso». Di più, c’è la necessità di scegliere «quali nuove forme usare per diffondere un contenuto».

Il punto: da dove si comincia? «Spesso il punto di partenza è decidere di cosa non occuparsi. Chiedersi quanto ci si vuole allontanare da ciò che ti rende speciale».

La scrematura, ti insegnano quando cominci a scrivere, è il guizzo che distingue. Quando capita di dover cambiare all’improvviso l’organizzazione del giornale il mio direttore dice sempre: togliere è più difficile che aggiungere.

Non si tratta della capacità di sintesi, ma dello scegliere – e assumersi la responsabilità di quella scelta – che cosa valga la pena raccontare, approfondire, armonizzare. È quella cosa che consegna al giornalista ancora un posto nella relazione con il lettore.

C’entra, e molto, la qualità. «Il problema – scrive Emanuele Bevilacqua su Pagina 99 – è costruire il giornale in modo che non deluda le aspettative». La riflessione riguarda la prospettiva del mestiere: Stampa in crisi, la qualità è il futuro.

In quell’intervista,  Habermas, pungolato sulla complessità dei suoi scritti, spiega: «Io non ho mai avuto come obiettivo quello di raggiungere un vasto pubblico (…). Ciò cui io miro non è avere tanti lettori, ma far circolare determinate idee».

Attraversare la città, e restituirla

mariSe fai il giornalista locale impari presto che raccontare il territorio, e quello che in quel territorio accade, è una questione di immersione e sguardo all’esterno.

I posti cambiano – nella percezione, nella consapevolezza collettiva – anche a seconda di come li spieghiamo.

Per questo ogni tanto mi serve addentrarmi in quei luoghi. Anche se sono gli stessi miei luoghi di sempre.

Attraversare la città è una fase del racconto, ed è un’abitudine buona del giornalista.

Perché è attraversando i luoghi, e osservandoli, osservandoli sul serio, con l’idea della scoperta, senza pregiudizio, che ci si imbatte in prospettive da raccontare. In nuove cose.

Attraversare la città, finirci dentro, camminare lungo la dorsale dei quartieri, o tra i pezzi di identità passate, significa imbattersi in storie e persone, e contarle. Passano davanti una dopo l’altra, a volte in fila, a volte disordinate, sorprendono all’improvviso, qualche volta travolgono con il peso della sommatoria.

Restituire la cittá significa ascoltarne i dolori e i lutti, puntare le finestre e i portoni, domandare di abitudini cambiate, calcolare le saracinesche chiuse meno le insegne nuove, spiegare le piazze rotte e le vie rinnovate, raccogliere le idee e sollecitare visioni, guardare orizzonti, spostare prospettiva, contarne gli amori.

La politica lucana, da una settimana di ferie

mtHa ragione Lucia quando dice che «per merito o per colpa, ma sicuramente noi giornalisti siamo complici dell’autoreferenzialità della politica». Lo aveva scritto qualche giorno fa per spiegare come, dopo settimane passate a discutere, analizzare, raccontare del congresso Pd, in Basilicata, non se ne facesse poi un argomento di dibattito. Non fuori dalle stanze del Pd o andando un po’ oltre il confronto di addetti ai lavori.

Ha ragione Lucia perché, è vero, il mondo che ci circonda tende a somigliare al racconto che ne facciamo. Almeno, su di esso si poggia  e ne assume l’indirizzo. Ci pensavo di nuovo in questi giorni che alla politica lucana ho guardato con l’occhio ogni tanto distratto dell’essere in vacanza e scoprendola leggendone in giro.

Questi sono alcuni pensieri sparsi che ho messo insieme guardando alla politica lucana da una settimana di ferie.

  • parlare delle regole

Prima e dopo la presentazione delle liste a sostegno dei tre candidati alla segreteria lucana del Pd, i democratici hanno discusso molto di regole. Lo hanno fatto – e noi giornalisti con loro – rispetto all’ipotesi di riapertura dei termini per la presentazione delle candidature, e rispetto al caos della presentazione delle liste a sostegno dei candidati alla segreteria. Ma non se ne sarà discusso troppo? La sensazione è che quando il dibattito ruota molto attorno alle regole, è perché manca il contesto per il cambiamento, per un sussulto alla solita rotta, che non si programma quasi mai, in genere arriva. Nel Pd non arriverà con questo congresso.

  •  la posizione della politica

A Domenico Pittella, figlio del capogruppo europeo del Pse Gianni, è toccata la posizione 51 nella lista a sostegno del candidato Luca Braia. Il metodo di elezione è un proporzionale puro: su cento componenti dell’assemblea, ogni lista ne otterrà tanti quanti ne indica la percentuale di voti ottenuta. Più che il tema dinastia caro ad avversari e detrattori, mi colpisce l’immagine di un nome tenuto in ostaggio. Come a dire, serve darsi da fare, e parecchio, perché quella è la soglia da superare. Al di là del risultato finale (qui c’è chi, molto meglio di me, riesce a elaborare una previsione), la politica parla e si racconta anche per simboli: in questo caso spiega un metodo.

  • i giovani, poi, guardate che ci sono

Sto seguendo a distanza, soprattutto online, il dibattito che sta nascendo attorno alla Garanzia Giovani. È una di quelle opportunità, declinate in fondi e indirizzi, che l’Europa consegna ai territori. Se ne sta occupando il Forum dei Giovani di Basilicata che si innesta in un percorso già avviato dalla Regione Basilicata – che ne è soggetto attuatore – e diversi attori sociali (sindacati, categorie). Osservare i lavori della commissione dedicata al tema interna al Forum fa bene, si ha la sensazione che lì fuori sia pieno di teste pensanti e di gente che ha voglia di fare politica, nonostante la politica. Sarebbe un peccato se burocrazia e logiche istituzionali tenessero fuori questo pezzo di società dalla gestione di un provvedimento che la riguarda direttamente. Se non altro per non ripetersi come un ritornello vuoto che i giovani vanno via. Quelli che sono qui, almeno ascoltarli.

  •  l’approccio di genere

Il nuovo sindaco di Potenza, Dario De Luca, ha presentato pochi giorni fa la giunta. Non mi ha colpito la presenza della donne in esecutivo, quanto le deleghe che a questi assessori sono state assegnate: bilancio, fondi europei, urbanistica, istruzione. Deleghe pesantissime per ogni Comune, ancora di più in una città che come Potenza da decenni si destreggia (e sopravvive) tra conti in rosso e un’architettura urbana caotica, irrazionale e spesso portatrice di conti giudiziari salati. Deleghe legate a un’idea di futuro, non solo all’esistente. Non ne faccio una questione di quote rosa – significherebbe liquidare il tema della rappresentanza in una prospettiva che non mi appartiene – ma, anche in questo caso, di sguardo. C’è un modo delle donne di stare in politica che è portatore di uno sguardo diverso sul bene comune. Credo dipenda in qualche modo dall’educazione, dalle convenzioni sociali che ci portiamo dietro, dall’abitudine alla cura. È di questo che ha senso parlare con politica di genere: mi è piace dare credito all’idea che la progettazione della città del domani sia stata affidata (spero) a un approccio diverso nella gestione della comunità.

  • i toni, quelli contano sempre

A Potenza, il sindaco De Luca si è imposto per tante ragioni. Complice una guerra interna e ormai duratura nel Pd, più in generale nel centrosinistra, complice un malcontento cittadino ormai radicato nei confronti dell’amministrazione uscente, il centrodestra ha saputo raccogliere e interpretare la voglia di cambiamento. Il che è soprattutto una grande responsabilità. Peccato, allora, osservare i toni in cui scade talvolta la narrazione della sfida del governare la città. Perché il buon governo è soprattutto una questione di restituzione della fiducia, non di guerriglia continua.

  • il Pd che si racconta

Al Pd, dice il segretario dei Giovani Democratici di Basilicata, serve «una normalizzazione». Tradurre il concetto, significa recuperare l’argomentazione sul racconto della politica.  «La verità – aggiunge – è che ci assegniamo troppa importanza, spesso più di quanta ne abbiamo davvero tra le persone. Ma nel frattempo, a quelle persone, risultiamo incomprensibili. Se a questo partito togliessimo il gossip non resterebbe un gran che.»