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Scrivere non per caso

IMG_20150526_084755Quanto è complicata la relazione con i luoghi  che abitiamo quando dobbiamo scriverne. In questo primo racconto della Ginzburg ve n’é profonda traccia, con una densa interpretazione soggettiva. La prospettiva da cui si guardano le cose è, del resto, sempre un’esperienza personalissima.

 

 «E mi dissi ancora una volta che io non dovevo raccontare nulla che mi fosse indifferente o estraneo, che nei miei personaggi dovevano sempre celarsi persone vive a cui ero legata da vincoli stretti. Apparentemente non mi legavano vincoli stretti alla gente del paese, che incontravo passando e che era entrata in quella mia storia: ma stretto era il vincolo d’amore e di odio che mi legava all’intero paese ; e nella gente del paese s’erano mescolati  i miei amici e fratelli. E pensai che questo significava scrivere non per caso.  Scrivere  per caso era lasciarsi andare al gioco della pura osservazione e invenzione, che si muove fuori di noi, cogliendo a caso fra esseri, luoghi e cose a noi indifferenti. Scrivere non per caso era dire soltanto di quello che amiamo. La memoria è amorosa e non è mai casuale.»

Natalia Ginzburg, La strada che va in città – prefazione

Indagare il territorio attraverso la scienza

Il giornaliLocandina "Dalla terra alla luna"smo locale mi ha insegnato che i luoghi e le storie che lo abitano non si conoscono mai abbastanza.

Ce ne sono sempre di nuovi, avventurosi, tristi e belli da imparare. E alla fine di un’esplorazione c’è sempre  un qualche tipo di scoperta. Anche quando lo spazio da indagare è il proprio territorio.

A patto, però, di saper cambiare prospettiva, almeno di tanto in tanto.

Per questo sono contenta di essere parte di un bell’appuntamento organizzato da Liberascienza domani a Potenza.

I ragazzi dell’associazione hanno preso il territorio e ci hanno girato dentro per raccontarlo in modo insolito.

Lo spazio è sempre lo stesso, la Basilicata da promuovere. Solo che hanno inseguito strade nuove, scegliendo la scienza come itinerario.

Ne è venuto fuori un viaggio tra i luoghi e gli uomini che hanno fatto scienza in Basilicata, da Pitagora ai supertecnici del centro di geodesia spaziale di Matera, passando per le riflessioni di Giuseppe De Lorenzo.

Ne hanno fatto un documentario che domani sarà proiettato in anteprima (se siete in zona, ci farei un salto: qui il programma).

A me toccherà partecipare a una chiacchierata su un territorio, quello locale, da riscoprire e divulgare. Anche con la scienza, appunto. E staremo lì a scambiare idee su turismo, divulgazione e innovazione: giornalisti, scienziati, docenti universitari, esperti di turismo, creativi.

Su un percorso insolito, e con la consapevolezza che «La Basilicata è anche Lucania e, come il suo nome, così anche la sua storia può essere duplice. E voi, con buona probabilità, avete ascoltato sempre e solo l’altra».

Gli stranieri al luogo

1camminataSono convinta che i luoghi vadano esplorati, e non giudicati.

E credo che l’esplorazione sia la via migliore della conoscenza.

Quando sono in un posto nuovo – ma vale anche per il mio posto abituale – mi piace che a raccontarmelo siano quanti lo hanno attraversato e scoperto prima di me. Meglio se mezzi stranieri, o residenti che hanno la capacità di applicare lo sguardo da fuori.

È quello sguardo speciale, di chi ti ti introduce ai luoghi e te ne fa amare i dettagli, non i panorami.

Ho ritrovato traccia di questa sensazione in uno dei testi raccolti da Vittorio Gregotti in 96 ragioni critiche del progetto. La sua idea di sguardo dello straniero è racchiusa in una lettera indirizzata a Wim Wenders:

«Credo che per conquistare un luogo, una città o un paesaggio al nostro animo prima ancora che all’architettura abbiamo bisogno di due cose: che in quel luogo (o con quel luogo) si lavori concretamente e non solo lo si visiti e che qualche Virgilio ci introduca, ci accompagni, ci aiuti. Altri che, come noi e prima di noi, abbiano frequentato, interpretato, amato quel luogo. (…) Parlo proprio di quegli stranieri al luogo ci hanno fatto da traduttori, da tramite, lungo un percorso che essi stessi avevano compiuto per conoscere.»

«Immersi nelle relazioni sociali costruite sulla fiducia»

Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di incrociare esperienze e saperi molto diversi. Soprattutto, negli ultimi mesi ho imparato a guardare a queste esperienze non più come ambiti di specializzazione a cui ricorrere se ho bisogno di una spiegazione rispetto a una materia che padroneggio poco.  Credo davvero che, cambiato il mestiere del giornalista, la collaborazione con altre professionalità sia una strada importante di crescita e di elaborazione delle idee.

Il giornalista deve funzionare un po’ da hub territoriale, incrociare storie e mettere in contatto esigenze e saperi.

Il racconto di una comunità è anche la narrazione dei nodi e dei legami, l’incrocio di domande e bisogni, delle continue connessioni e delle inaspettate occasioni.  Ma quel racconto ha senso solo se lo si riesce a condividere. Magari, poi, cresce anche la capacità di mutuare conoscenza.

Così ho pensato di condividere alcune chiacchierate che mi capita di fare incontrando per lavoro o solo per caso quelle professionalità.  Capita di indagare il significato di città, l’idea di comunità, la prospettiva, lo sguardo sul futuro. A pensarci sono in fondo i temi in cui si snoda la riflessione sull’innovazione in un territorio.

Poi, se hanno pazienza, mi accontentano anche nel rendere pubblico qualche loro pensiero.

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Marco PercocoComincio con il condividere quelli di Marco Percoco. È un economista, di quelli innamorati dell’ambito locale. Insegna a valutare le politiche pubbliche alla Bocconi e il suo blog si chiama Geografie sociali. Questo è il suo punto di vista sulla dimensione urbana.

Sei un economista ed insegni uno sguardo sociale sui territori: dove si trova il punto d’incontro?

L’economia sta conoscendo un momento di grande fervore, anche se mi rendo conto che poco riesce a trapelare dalle aule universitarie, ormai ridotte a circoli culturali elitari. Oggi, la frontiera è nella contaminazione con le altre scienze sociali, e per quanto mi riguarda questo significa leggere i territori con la consapevolezza che l’uomo e le famiglie, gli agenti economici primordiali (rappresentano pur sempre la domanda), vivono lo spazio fisico, anche costruito, e sono immersi nello spazio delle relazioni sociali che sanno costruire. Sono relazioni fatte di affetti, reciprocità e fiducia. Se non esistesse la fiducia, non esisterebbe il commercio (prendere anche solo il caffè al bar significa fidarsi che il barista usi gli ingredienti giusti) ed ultimamente non esisterebbero le città.

Che cosa significa dare valore sociale all’innovazione?
La rilevanza sociale di una nuova tecnologia dipende ovviamente dalla sua utilità ma anche, e forse soprattutto, dalla sua accessibilità. In questo, i nostri alleati sono il freeware, gli open access, le licenze creative commons. Detto questo, oggi dobbiamo anche puntare sull’innovazione sociale, ovvero su un modo diverso di condurre la società, soprattutto per migliorare la gestione dei beni comuni e per garantire migliori servizi alla persona.

La tua idea di città?
È una città che si comporta come un organismo vivente, ovvero coordinata nei movimenti e che si prenda cura di se stessa. È’ una città vivibile per i cittadini, prima ancora che per le imprese, e che pianifica il suo sviluppo in maniera equilibrata. Faccio un esempio. Pianificare un nuovo quartiere, significa far crescere una città, ma non dobbiamo farci bastare le sole tonnellate di cemento utili per costruire lo spazio da abitare. Dobbiamo domandare quei servizi alla persona essenziali per costruire anche lo spazio relazionale (scuole, luoghi di incontro, servizi culturali, trasporto pubblico, etc.).

La tua idea di comunità?
Non è lontana da quella di città. La differenza, soprattutto oggi, sta nella prossimità spaziale. Ovvero, perché una città sia tale, è necessario che le persone siano in qualche modo vicine fisicamente. Oggi le comunità possono essere delle meta-città.

Come è cambiato negli ultimi anni il modo di osservare i territori? 
Devo ammettere che le idee sono tutto sommato sempre le stesse da oltre un secolo a questa parte. Ma questo, se vuoi, è il dramma delle scienze sociali. Cambiano gli strumenti. Oggi, tracciando i segnali GPS, riusciamo a visualizzare le città e i territori non solo dal punto di vista dello spazio costruito o della geografia fisica, ma anche delle interazioni tra le persone. Ed in questo le città diventano ai nostri occhi davvero degli organismi viventi perché l’immagine di una città alle 10 del mattino, con una certa concentrazione di persone in alcuni luoghi, è diversa da quella delle 10 di sera.

Che cosa significa programmare?
Significa due cose. Avere una visione (ragionevole) di ciò che sarà e potrà essere un territorio. Ideare e far accadere le cose. La nostra Basilicata pecca, ahimè, nell’una e nell’altra cosa. Ma devo ammettere che in questo è in buona compagnia della maggior parte delle regioni italiane. Siamo i sommi sacerdoti delle occasioni perdute.

La tua visione di futuro?
Spero un futuro più trasparente e consapevole: individui e comunità che partecipano alle decisioni collettive in maniera razionale ed informata, senza possibilità di manipolazioni di sorta. Ma so che questo è solo un pio desiderio.

Un patrimonio delle piccole e medie città

persone seduteNel 2010 il sindaco di Instabul, intervenendo al forum dei leader locali, spiegò dove stava andando il futuro, almeno in ambito urbano: «Le piccole e le medie città, quelle che nessuno conosce, cresceranno più velocemente».

La citazione fa parte di un pacchetto di dichiarazioni e punti di vista raccolti da Urbantimes, uno spazio collettivo che si occupa di città e persone.

A scorrere tutte le citazioni (Twenty of the best quote about sustainable cities) emerge la consapevolezza che lo sviluppo dei luoghi arriva  – o può arrivare – lì dove si mette l’attenzione sulle persone, sul loro rapporto con l’ambiente, sulle relazioni tra le persone in quell’ambiente.

Ed è facile intuire che le dimensioni ridotte facilitino la progettazione disegnata sulle comunità. Nelle piccole città è più facile recuperare rete, costruire relazioni, mettere in circolazione idee.

Certo, gli spazi adatti a ciascuno e a ogni cosa è più difficile trovarli che nelle metropoli. In genere bisogna mediare, sperimentare, fallire, ripensare, battagliare. È una negoziazione continua capace, però, di produrre spazi creativi, soluzioni, nuove piccole comunità.

Nel 2008, prima dello scoppio della bolla finanziaria, un gruppo di ricercatori italiani ha provato a spiegare l’apparente contraddittoria coesistenza di un aumento del reddito e di uno scarso benessere collettivo negli Stati Uniti. L’unico fattore in grado di equilibrare la serenità dei cittadini, spiegarono i ricercatori, è il capitale sociale, costruito sui network sociali e nelle relazioni di ciascuno.

Se ne parla nel libro Happy City di Charles Montgomery di cui il Guardian pubblica un estratto: The secrets of the world’s happiest cities.

Che cosa fa di una città il posto ideale in cui vivere? La mobilità, l’incontro tra abitanti, il costo degli affitti?

In molti degli esempi raccolti in giro per il mondo la svolta positiva è arrivata dove le amministrazioni hanno saputo costruire una strategia di cambiamento che coinvolgesse in modo positivo la comunità, lavorando su abitudini, atteggiamento, immaginario.

È un’idea che gli amministratori locali dovrebbero sempre tenere presente. Soprattutto ora che in periodo di campagna elettorale in tanti si prodigheranno a raccontare e proporre le città da cambiare.

È un principio che coinvolge tutti quelli responsabili della crescita delle comunità, politici certo, ma anche giornalisti o formatori.

La spinta maggiore all’innovazione e al cambiamento arriva da un capitale sociale fatto di esperienze, competenze, storie, persino errori.

La spinta arriva quando c’è scambio di conoscenze, quando non c’è isolamento.

La classe dirigente ha la responsabilità di capire che la comunità, quel patrimonio, vuole poterlo utilizzare.