La narrazione di una città speciale

pz1Da qualche giorno il Guardian ha inaugurato Cities, un sito  supportato dalla fondazione Rockefeller, che si occupa delle città da prospettive diverse: urbanistica, dei servizi, culturale, tecnologica.

Metropoli o area periferica, l’idea è quella di indagare la realtà in cui il cittadino si trova ad abitare.

Per inaugurare questo spazio Mike Herad ha chiesto ai lettori di descrivere che cosa rende speciale la propria città. La chiamata collettiva alla riflessione su luoghi così diversi  - metropoli o borghi delle periferie più lontane – ha prodotto un risultato interessante.

I lettori non hanno negato i problemi che attanagliano le città in cui vivono, dai più comuni disagi di traffico alla violenza che esplode nei quartieri crocevia del traffico di droga. Ma le descrizioni, nella maggior parte dei casi, si sono concentrate sul buono che c’è: The best bits of your cities – what you told us.

Complice forse anche il tipo di call declinata in modo positivo – che cosa rende speciale la tua città? -, i lettori hanno messo l’attenzione su pezzetti della quotidianità urbana che sono opportunità o su quello che rende unico l’abitare un determinato luogo.

Senza rinuncia allo sguardo critico, soprattutto in realtà piegate da violenza e povertà, i lettori hanno costruito il racconto del posto che chiamano casa con l’entusiasmo tipico della scoperta.

È lo sguardo dello straniero sulla città in cui viviamo. Ed è uno dei migliori consigli che abbia ricevuto a proposito dell’essere giornalista locale (l’altro è non smettere di starci male).

Significa piuttosto capire che l’impatto con una città sta nel racconto che la comunità ne fa. Con una responsabilità più forte da parte di quanti sono chiamati quotidianamente a un ruolo in quella narrazione. Potrebbe essere essere costruita parlando di innovazione, crescita, opportunità.

Lo spiegava Giuseppe in un pezzo pubblicato sul Quotidiano della Basilicata: «Noi non abitiamo la città, abitiamo il racconto della città. Un racconto di cui noi stessi, per primi, siamo coautori. Se continuiamo a raccontarci senza speranza, non costruiremo mai speranza.»

Anche a Potenza, città di area laterale, si possono fare cose belle.  «Basta immettere idee, pensiero, abituarci al confronto con il diverso, a guardare le cose in maniera differente.»

Tra l’altro, il digitale e Internet hanno anche abbattuto l’alibi dell’isolamento culturale a cui la periferia era destinata.

L’articolo di Giuseppe arriva dopo la diffusione di un dato che a Potenza ha fatto rumore. Secondo una ricerca dell’istituto Erich Fromm di Prato, in base ad alcuni indicatori sulla vivibilità urbana, la Provincia di Potenza sarebbe la più infelice. Risultato che in città è stato ripreso, criticato, commentato, rilanciato.  Giuseppe, invece, ha scelto di rispondere con racconto diverso, da “straniero”: Quello che i potentini non vedono.

Potenza sta sempre lì, in ogni riga. Ma il pezzo spiega un metodo generale.

La cosa più interessante, però, è accaduta dopo. In meno di 12 ore il pezzo ha fatto migliaia di condivisioni, numeri importanti, forse persino inaspettati, per una realtà piccola come quella potentina. È comparso sulle bacheche di centinaia di cittadini, ha alimentato commenti, costruito dibattito.

A me è sembrato che la città abbia davvero voglia di un racconto nuovo.

Non significa nascondersi le cose, ma «allargare l’orizzonte, guardarsi da fuori».

La comunità ha voglia di partecipare nel costruire questa narrazione. Ed è questa una delle lezioni che tocca a noi giornalisti.

Anche perché una volta aperto il fronte, poi la città sorprende.  E magari capita che il flusso di positività messo in moto si allarghi in mille modi. Compresa una pagina Facebook che spiega, dentro e fuori Potenza, come qui, in fondo, siamo anche un po’ felici.