Le parole del giornalista

Blogger contro giornalisti? «Davvero non ha più molto senso.» In fondo, è solo una delle tante dicotomie che ripeschiamo, quando si tratta di discutere del cambiamento dei media.

Il lungo post di Bora Zivkovic su Scientific American ne analizza parecchie. Il giornalismo spesso ha costruito – e difeso – la propria organizzazione mettendo in contrapposizione vecchi e nuovi modelli. Qualche volta semplicemente modelli diversi.

Giornalisti settoriali e giornalisti generalisti, settori o tematiche, report specialistico o approfondimento, limite di battute da colonne o foglio aperto online. Per ogni descrizione di un pezzetto della professione, la connotazione spesso cambia: dipende dalla posizione di chi deve attribuirla. «Molti di noi – dice Zivkovic – qui, in Rete, a volte sono blogger, a volte editorialisti, a volte meravigliosi cantastorie, a volte qualcosa nel mezzo.»

Come accade sempre per ogni settore, man mano che il giornalismo si modifica,  cambiano le parole che ne descrivono modelli, organizzazione, fruizione.

Così, è interessante lo slittamento di senso che si può assegnare all’idea del diritto/dovere di raccontare, pensando, per esempio, agli avvenimenti della Primavera araba.

Le rivolte di piazza, le rappresaglie  e la caduta dei regimi ci sono state raccontate attraverso i social network dalla stessa comunità protagonista di quei fatti. Da quel momento i corrispondenti dagli esteri, dice Alan Cowell sul New York Times, in un articolo del 2009, recuperato in rubrica la scorsa settimana, hanno perso il privilegio esclusivo della narrazione.