Ci sono cose di cui non occuparsi

In redazioneQualche giorno fa su R2 c’era un estratto di un’intervista a Jürgen Habermas su democrazia, filosofia e il mondo accademico che guarda alle cose.

Nello spiegare il contributo che Internet può apportare alla democrazia («l’innovazione dei media non crea automaticamente progresso nella sfera pubblica», dice) richiama il ruolo del giornalismo.

Ormai interessi, temi e notizie si mescolano e moltiplicano all’inverosimile, e spesso manca «un collante inclusivo». Per questo, dice Habermas, «non dovrebbero andare perse quelle competenze del buon vecchio giornalismo che oggi sono non meno indispensabili di ieri».

Mi è tornato in testa un pezzo  di qualche settimana fa. Jeff Israely, fondatore di Worldcrunch, ha provato a ragionare su come un giornale dovrebbe scegliere di che cosa occuparsi, sempre in bilico tra fidelizzazione del lettore e bisogno di monetizzare l’attenzione, mediando tra «pubblico interesse e interesse del pubblico».

«Come direttore di un piccolo sito di notizie che copre il mondo intero, il mio compito giornaliero più importante è identico a quello dei direttori di una volta: decidere quale storia raccontare, quali temi approfondire, scegliere i toni, fare le scelte giuste, rendere il giornale armonioso». Di più, c’è la necessità di scegliere «quali nuove forme usare per diffondere un contenuto».

Il punto: da dove si comincia? «Spesso il punto di partenza è decidere di cosa non occuparsi. Chiedersi quanto ci si vuole allontanare da ciò che ti rende speciale».

La scrematura, ti insegnano quando cominci a scrivere, è il guizzo che distingue. Quando capita di dover cambiare all’improvviso l’organizzazione del giornale il mio direttore dice sempre: togliere è più difficile che aggiungere.

Non si tratta della capacità di sintesi, ma dello scegliere - e assumersi la responsabilità di quella scelta – che cosa valga la pena raccontare, approfondire, armonizzare. È quella cosa che consegna al giornalista ancora un posto nella relazione con il lettore.

C’entra, e molto, la qualità. «Il problema – scrive Emanuele Bevilacqua su Pagina 99 – è costruire il giornale in modo che non deluda le aspettative». La riflessione riguarda la prospettiva del mestiere: Stampa in crisi, la qualità è il futuro.

In quell’intervista,  Habermas, pungolato sulla complessità dei suoi scritti, spiega: «Io non ho mai avuto come obiettivo quello di raggiungere un vasto pubblico (…). Ciò cui io miro non è avere tanti lettori, ma far circolare determinate idee».

Attraversare la città, e restituirla

mariSe fai il giornalista locale impari presto che raccontare il territorio, e quello che in quel territorio accade, è una questione di immersione e sguardo all’esterno.

I posti cambiano – nella percezione, nella consapevolezza collettiva – anche a seconda di come li spieghiamo.

Per questo ogni tanto mi serve addentrarmi in quei luoghi. Anche se sono gli stessi miei luoghi di sempre.

Attraversare la città è una fase del racconto, ed è un’abitudine buona del giornalista.

Perché è attraversando i luoghi, e osservandoli, osservandoli sul serio, con l’idea della scoperta, senza pregiudizio, che ci si imbatte in prospettive da raccontare. In nuove cose.

Attraversare la città, finirci dentro, camminare lungo la dorsale dei quartieri, o tra i pezzi di identità passate, significa imbattersi in storie e persone, e contarle. Passano davanti una dopo l’altra, a volte in fila, a volte disordinate, sorprendono all’improvviso, qualche volta travolgono con il peso della sommatoria.

Restituire la cittá significa ascoltarne i dolori e i lutti, puntare le finestre e i portoni, domandare di abitudini cambiate, calcolare le saracinesche chiuse meno le insegne nuove, spiegare le piazze rotte e le vie rinnovate, raccogliere le idee e sollecitare visioni, guardare orizzonti, spostare prospettiva, contarne gli amori.

La politica lucana, da una settimana di ferie

mtHa ragione Lucia quando dice che «per merito o per colpa, ma sicuramente noi giornalisti siamo complici dell’autoreferenzialità della politica». Lo aveva scritto qualche giorno fa per spiegare come, dopo settimane passate a discutere, analizzare, raccontare del congresso Pd, in Basilicata, non se ne facesse poi un argomento di dibattito. Non fuori dalle stanze del Pd o andando un po’ oltre il confronto di addetti ai lavori.

Ha ragione Lucia perché, è vero, il mondo che ci circonda tende a somigliare al racconto che ne facciamo. Almeno, su di esso si poggia  e ne assume l’indirizzo. Ci pensavo di nuovo in questi giorni che alla politica lucana ho guardato con l’occhio ogni tanto distratto dell’essere in vacanza e scoprendola leggendone in giro.

Questi sono alcuni pensieri sparsi che ho messo insieme guardando alla politica lucana da una settimana di ferie.

  • parlare delle regole

Prima e dopo la presentazione delle liste a sostegno dei tre candidati alla segreteria lucana del Pd, i democratici hanno discusso molto di regole. Lo hanno fatto – e noi giornalisti con loro – rispetto all’ipotesi di riapertura dei termini per la presentazione delle candidature, e rispetto al caos della presentazione delle liste a sostegno dei candidati alla segreteria. Ma non se ne sarà discusso troppo? La sensazione è che quando il dibattito ruota molto attorno alle regole, è perché manca il contesto per il cambiamento, per un sussulto alla solita rotta, che non si programma quasi mai, in genere arriva. Nel Pd non arriverà con questo congresso.

  •  la posizione della politica

A Domenico Pittella, figlio del capogruppo europeo del Pse Gianni, è toccata la posizione 51 nella lista a sostegno del candidato Luca Braia. Il metodo di elezione è un proporzionale puro: su cento componenti dell’assemblea, ogni lista ne otterrà tanti quanti ne indica la percentuale di voti ottenuta. Più che il tema dinastia caro ad avversari e detrattori, mi colpisce l’immagine di un nome tenuto in ostaggio. Come a dire, serve darsi da fare, e parecchio, perché quella è la soglia da superare. Al di là del risultato finale (qui c’è chi, molto meglio di me, riesce a elaborare una previsione), la politica parla e si racconta anche per simboli: in questo caso spiega un metodo.

  • i giovani, poi, guardate che ci sono

Sto seguendo a distanza, soprattutto online, il dibattito che sta nascendo attorno alla Garanzia Giovani. È una di quelle opportunità, declinate in fondi e indirizzi, che l’Europa consegna ai territori. Se ne sta occupando il Forum dei Giovani di Basilicata che si innesta in un percorso già avviato dalla Regione Basilicata – che ne è soggetto attuatore – e diversi attori sociali (sindacati, categorie). Osservare i lavori della commissione dedicata al tema interna al Forum fa bene, si ha la sensazione che lì fuori sia pieno di teste pensanti e di gente che ha voglia di fare politica, nonostante la politica. Sarebbe un peccato se burocrazia e logiche istituzionali tenessero fuori questo pezzo di società dalla gestione di un provvedimento che la riguarda direttamente. Se non altro per non ripetersi come un ritornello vuoto che i giovani vanno via. Quelli che sono qui, almeno ascoltarli.

  •  l’approccio di genere

Il nuovo sindaco di Potenza, Dario De Luca, ha presentato pochi giorni fa la giunta. Non mi ha colpito la presenza della donne in esecutivo, quanto le deleghe che a questi assessori sono state assegnate: bilancio, fondi europei, urbanistica, istruzione. Deleghe pesantissime per ogni Comune, ancora di più in una città che come Potenza da decenni si destreggia (e sopravvive) tra conti in rosso e un’architettura urbana caotica, irrazionale e spesso portatrice di conti giudiziari salati. Deleghe legate a un’idea di futuro, non solo all’esistente. Non ne faccio una questione di quote rosa – significherebbe liquidare il tema della rappresentanza in una prospettiva che non mi appartiene – ma, anche in questo caso, di sguardo. C’è un modo delle donne di stare in politica che è portatore di uno sguardo diverso sul bene comune. Credo dipenda in qualche modo dall’educazione, dalle convenzioni sociali che ci portiamo dietro, dall’abitudine alla cura. È di questo che ha senso parlare con politica di genere: mi è piace dare credito all’idea che la progettazione della città del domani sia stata affidata (spero) a un approccio diverso nella gestione della comunità.

  • i toni, quelli contano sempre

A Potenza, il sindaco De Luca si è imposto per tante ragioni. Complice una guerra interna e ormai duratura nel Pd, più in generale nel centrosinistra, complice un malcontento cittadino ormai radicato nei confronti dell’amministrazione uscente, il centrodestra ha saputo raccogliere e interpretare la voglia di cambiamento. Il che è soprattutto una grande responsabilità. Peccato, allora, osservare i toni in cui scade talvolta la narrazione della sfida del governare la città. Perché il buon governo è soprattutto una questione di restituzione della fiducia, non di guerriglia continua.

  • il Pd che si racconta

Al Pd, dice il segretario dei Giovani Democratici di Basilicata, serve «una normalizzazione». Tradurre il concetto, significa recuperare l’argomentazione sul racconto della politica.  «La verità – aggiunge – è che ci assegniamo troppa importanza, spesso più di quanta ne abbiamo davvero tra le persone. Ma nel frattempo, a quelle persone, risultiamo incomprensibili. Se a questo partito togliessimo il gossip non resterebbe un gran che.»

Il fotogiornalismo per scoprire pezzi di mondo – due chiacchiere con Davide Monteleone

 

«Ogni fotografia, specialmente se ritrae persone, ha sempre una lunga storia alle spalle». E le storie che Davide Monteleone racconta arrivano, spiega, spesso all’improvviso, perché qualcosa ha riaperto il «cassetto di immagini» che ognuno di noi si porta inconsciamente dietro.

Davide è un narratore straordinario, di luoghi e di contraddizioni in cui probabilmente ci avventureremmo poco. Ha vinto per tre volte il World Press Photo e il premio Carmignac Gestion per il fotogiornalismo. 

La fotografia, ripete sempre, non è stata una folgorazione. Ci è arrivato con l’approccio di chi scopre uno strumento utile e pratico per andare in giro e vedere quello che accade nel mondo.

Così ho provato a chiedergli qualcosa sul fotogiornalismo, le inchieste, il mestiere cambiato con il digitale. E su come sia cambiato il lavoro dell’informazione, tra interpretazione e testimonianza.

Hai fotografato proteste, migrazioni e guerre. Ma i tuoi lavori più conosciuti sono di ricerca su comunità, popolazioni e abitudini. Come scegli dove andare?
Scelgo in base a quello che mi interessa, e in qualche caso per quelle strane combinazioni della vita che uniscono privato e professionale. Da anni ormai mi occupo della Russia, l’attenzione che ho per questa parte del mondo è notevole e quindi la scelta è “limitata” pur considerando le estensioni del Paese. Non mi dispiace, di tanto in tanto, avventurarmi in luoghi e storie di cui sono meno esperto. In fondo ho scelto questo mestiere anche per scoprire cose nuove.

Oggi che ruolo hanno nel racconto di quello che accade nel mondo i fotoreporter e il documentario fotografico?
Credo che la fotografia documentaria, o se vogliamo il fotogiornalismo, abbiano ancora una funzione testimoniale. La questione più importante è capire che a essere cambiato è chi produce queste immagini. Se fino a un decennio fa c’era un numero limitato di fotografi professionisti, oggi può esserlo potenzialmente ogni cittadino dotato di uno smartphone. La distinzione ovviamente è notevole in tanti aspetti, ma immagino principalmente per una forma di consapevolezza che i professionisti dovrebbero avere e che ai non professionisti spesso manca. Credo anche che l’evoluzione di questa fotografia porti  un certo numero di fotografi a diventare più sofisticati nelle loro ricerche, ad approfondire maggiormente le storie che affrontano. Non sono più solo testimoni ma anche “suggeritori”, opinionisti, che possono aprire le porte di storie e mondi sconosciuti. 

Digitale e Internet hanno stravolto i vecchi modelli dell’informazione: come è cambiata la relazione tra il tuo lavoro e le testate o le agenzie?
C’è ovviamente molta più competizione. L’offerta di fotografie è cresciuta e di conseguenza i compensi ridotti. Il lavoro con l’editoria non è più proficuo come qualche anno fa. Io ho pochissimi clienti nell’editoria. Relazioni che si sono consolidate negli anni e che mi garantiscono una libertà e una creatività per affrontare le storie che mi interessano o che interessano ad entrambi. Oggi molte delle mie produzioni sono il frutto di collaborazioni multiple con i media, con fondazione, con editori, gallerie e sponsorizzazioni private. Anche le agenzie hanno subito duri colpi, soprattutto le agenzia che sviluppavano solo il mercato editoriale. Se le agenzia sono nate per supportare i fotografi, oggi sono spesso i fotografi a supportare le agenzie. In cambio, in qualche caso, ne condividono il prestigio e la possibilità il lavorare e progettare collettivamente.

Quando bianco e nero e quando colore?
È una delle limitate scelte tecniche della fotografia. Non esiste per me una ragione specifica che giustifichi l’uno o l’ altra. Alle volte dipende dalla storia alle volte dal mio umore.

La tua fotografia non è solo informazione, ma anche interpretazione. Qualcosa in più del giornalismo, dell’investigazione?
La fotografia è sempre interpretazione, come tutte le forme di espressione. A anche quando si sceglie di lavorare con la realtà e si sceglie la strada dell’impassibilità del giudizio è inevitabile interpretare.

Usi ancora la pellicola per sperimentare?
La usavo fino a qualche mese fa. Ora uso una macchina molto tradizionale con un dorso digitale molto moderno.

Inseguire storie, nel tuo lavoro, può rivelarsi pericoloso. Che cosa ti resta ogni volta?
Non credo sia più rischioso di molti altri lavori. Mi rimangono tutte le esperienze che ho vissuto, tutte le storie che ho ascoltato, i cibi che ho assaggiato, le bevande che ho bevuto, le canzoni, i profumi, la noia, la paura. In una parola sola direi che mi rimane la vita.

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Le foto di Davide sono straordinarie, lo sono anche la sua storia e la sua gentilezza. Se siete a Milano in questi giorni c’è una mostra con gli scatti del suo ultimo lavoro Spasibo. Se siete altrove, Sky Arte gli ha dedicato uno dei documentari della serie fotografi del nostro tempo: Anima Russa. Dentro condensa il suo rapporto con quel pezzo di mondo che è diventato un po’ casa, che ha esplorato e scoperto, in un momento di fibrillazioni, repressioni e zar contemporanei.

(la foto del profilo di Davide è di @Internazionale)

Appunti sparsi portati via da #ijf14 e quotidianità

gingrasIn uno spazio come il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia puoi ascoltare tanto, scoprire, incuriosirti e incontrare chi raramente avresti modo di incrociare altrove.

E accade di tornare a casa con parecchie riflessioni, nella maggior parte dei casi dubbi. Che poi è il modo migliore che ho per continuare a cercare una via in questo mestiere che mestiere non è più, non come ce lo hanno fatto conoscere almeno.

Così, provo a mettere insieme un po’ di idee – disordinate, molto – su cui in questi giorni mi sono fermata a riflettere o chiacchierare.

Il giornalismo locale

Credo sia uno degli spazi più genuini dello sforzo di innovazione e cambiamento che l’informazione sta facendo.  È nelle redazioni di periferia che la lotta perenne contro piccoli numeri, risorse, tessuto locale si risolve in una continua ricerca di soluzioni, spesso casalinghe, quasi mai efficaci, improntate al prova-sbaglia-impara-risbaglia.

È il giornalismo locale quello che può misurarsi fino in fondo nella relazione con un pubblico che non è mai solo fruitore, ma sempre nodo di comunità territoriale.

Il giornalismo locale, tra mille difficoltà e il triplo degli errori, resta per me uno spazio di speranza.

I dati e la collaborazione

C’è una grande consapevolezza rispetto alla necessaria collaborazione tra professionalità diverse in una redazione. Ce n’è molta attorno alla voglia e all’esperienza che si muove nel giornalismo dei dati. C’è da studiare, sporcarsi le mani, provare, prendersi tempo. La sfida in quelle prove è recuperare contesto,  per poter così cavare da microinformazioni storie che abbiano interesse per i cittadini.

L’etica e la deontologia

L’avanzata del digitale non credo abbia cambiato i principi generali che dovrebbero muovere la professione. Ma tecnologia, canali e tempo hanno stravolto vecchi modelli di azione a cui eravamo abituati.

È cambiata la percezione di che cosa è pubblico e che cosa no. Possiamo coprire distanze lunghissime e registrare conversazioni lontane. Troviamo nel nostro stream quotidiano il personaggio di città che ci è amico e che per un caso diventa protagonista della cronaca: noi abbiamo lì, davanti, informazioni, foto, vita. Come ci comportiamo?

Per questo mi piace l’iniziativa dell’Online News Association che propone di costruire in modo aperto una sorta di codice etico personale, un mix di buone pratiche, approccio consapevole, norma. Si può partecipare qui: Build your own ethics code

La responsabilità, sempre

C’è una responsabilità che riguarda i giornalisti più di altri, ed è quella del linguaggio. È la responsabilità del come si raccontano le cose, del come si approfondiscono. Che poi è la responsabilità della scelta.

Un momento come il confronto che si è sviluppato nel panel Hate speech e libertà di parola è due volte importante. È utile per ripeterci che alcuni fenomeni della nostra quotidianità, quella che collassa continuamente in un vissuto unico online e offline, vanno affrontati a partire dall’educazione, non dalla norma.

Ma a me è servito a ricordare che in quel percorso di educazione conta anche il modo con cui, da giornalisti, scegliamo di raccontare e divulgare.  Magari, stando un po’ più attenti alla fragilità delle cose.

Gli algoritmi

Facciamo fatica ancora a capire come costruire e far circolare le nostre storie (non le notizie, quelle non spetta più ai giornalisti farle circolare). Facciamo fatica a familiarizzare con nuovi modelli di relazione con il pubblico, con i cittadini.

Ma così facciamo fatica a immaginare come sarà di qui a poco, come sarà una realtà che già comincia a parlare non solo alle persone.

Ascoltando Richard Gingras (qui il suo keynote speech) mi sono ripetuta che dovremmo familiarizzare molto di più con l’idea (e la pratica) degli algoritmi. Dovremmo farlo soprattutto da giornalisti, che di come si costruisce un racconto del mondo abbiamo un pezzo di responsabilità.

 

«Immersi nelle relazioni sociali costruite sulla fiducia»

Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di incrociare esperienze e saperi molto diversi. Soprattutto, negli ultimi mesi ho imparato a guardare a queste esperienze non più come ambiti di specializzazione a cui ricorrere se ho bisogno di una spiegazione rispetto a una materia che padroneggio poco.  Credo davvero che, cambiato il mestiere del giornalista, la collaborazione con altre professionalità sia una strada importante di crescita e di elaborazione delle idee.

Il giornalista deve funzionare un po’ da hub territoriale, incrociare storie e mettere in contatto esigenze e saperi.

Il racconto di una comunità è anche la narrazione dei nodi e dei legami, l’incrocio di domande e bisogni, delle continue connessioni e delle inaspettate occasioni.  Ma quel racconto ha senso solo se lo si riesce a condividere. Magari, poi, cresce anche la capacità di mutuare conoscenza.

Così ho pensato di condividere alcune chiacchierate che mi capita di fare incontrando per lavoro o solo per caso quelle professionalità.  Capita di indagare il significato di città, l’idea di comunità, la prospettiva, lo sguardo sul futuro. A pensarci sono in fondo i temi in cui si snoda la riflessione sull’innovazione in un territorio.

Poi, se hanno pazienza, mi accontentano anche nel rendere pubblico qualche loro pensiero.

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Marco PercocoComincio con il condividere quelli di Marco Percoco. È un economista, di quelli innamorati dell’ambito locale. Insegna a valutare le politiche pubbliche alla Bocconi e il suo blog si chiama Geografie sociali. Questo è il suo punto di vista sulla dimensione urbana.

Sei un economista ed insegni uno sguardo sociale sui territori: dove si trova il punto d’incontro?

L’economia sta conoscendo un momento di grande fervore, anche se mi rendo conto che poco riesce a trapelare dalle aule universitarie, ormai ridotte a circoli culturali elitari. Oggi, la frontiera è nella contaminazione con le altre scienze sociali, e per quanto mi riguarda questo significa leggere i territori con la consapevolezza che l’uomo e le famiglie, gli agenti economici primordiali (rappresentano pur sempre la domanda), vivono lo spazio fisico, anche costruito, e sono immersi nello spazio delle relazioni sociali che sanno costruire. Sono relazioni fatte di affetti, reciprocità e fiducia. Se non esistesse la fiducia, non esisterebbe il commercio (prendere anche solo il caffè al bar significa fidarsi che il barista usi gli ingredienti giusti) ed ultimamente non esisterebbero le città.

Che cosa significa dare valore sociale all’innovazione?
La rilevanza sociale di una nuova tecnologia dipende ovviamente dalla sua utilità ma anche, e forse soprattutto, dalla sua accessibilità. In questo, i nostri alleati sono il freeware, gli open access, le licenze creative commons. Detto questo, oggi dobbiamo anche puntare sull’innovazione sociale, ovvero su un modo diverso di condurre la società, soprattutto per migliorare la gestione dei beni comuni e per garantire migliori servizi alla persona.

La tua idea di città?
È una città che si comporta come un organismo vivente, ovvero coordinata nei movimenti e che si prenda cura di se stessa. È’ una città vivibile per i cittadini, prima ancora che per le imprese, e che pianifica il suo sviluppo in maniera equilibrata. Faccio un esempio. Pianificare un nuovo quartiere, significa far crescere una città, ma non dobbiamo farci bastare le sole tonnellate di cemento utili per costruire lo spazio da abitare. Dobbiamo domandare quei servizi alla persona essenziali per costruire anche lo spazio relazionale (scuole, luoghi di incontro, servizi culturali, trasporto pubblico, etc.).

La tua idea di comunità?
Non è lontana da quella di città. La differenza, soprattutto oggi, sta nella prossimità spaziale. Ovvero, perché una città sia tale, è necessario che le persone siano in qualche modo vicine fisicamente. Oggi le comunità possono essere delle meta-città.

Come è cambiato negli ultimi anni il modo di osservare i territori? 
Devo ammettere che le idee sono tutto sommato sempre le stesse da oltre un secolo a questa parte. Ma questo, se vuoi, è il dramma delle scienze sociali. Cambiano gli strumenti. Oggi, tracciando i segnali GPS, riusciamo a visualizzare le città e i territori non solo dal punto di vista dello spazio costruito o della geografia fisica, ma anche delle interazioni tra le persone. Ed in questo le città diventano ai nostri occhi davvero degli organismi viventi perché l’immagine di una città alle 10 del mattino, con una certa concentrazione di persone in alcuni luoghi, è diversa da quella delle 10 di sera.

Che cosa significa programmare?
Significa due cose. Avere una visione (ragionevole) di ciò che sarà e potrà essere un territorio. Ideare e far accadere le cose. La nostra Basilicata pecca, ahimè, nell’una e nell’altra cosa. Ma devo ammettere che in questo è in buona compagnia della maggior parte delle regioni italiane. Siamo i sommi sacerdoti delle occasioni perdute.

La tua visione di futuro?
Spero un futuro più trasparente e consapevole: individui e comunità che partecipano alle decisioni collettive in maniera razionale ed informata, senza possibilità di manipolazioni di sorta. Ma so che questo è solo un pio desiderio.

Un pensiero personale

detomasoIl direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe De Tomaso, ha pubblicato un editoriale sull’annuncio del presidente del consiglio Matteo Renzi, che vuole cancellare l’obbligatorietà di pubblicazione di bandi e annunci di aste sui giornali. Presidente ci ripensi, con la stampa muore la libertà, titola De Tomaso.

«Renzi potrebbe replicare: ora c’è Internet – scrive De Tomaso – . Non scherziamo. Internet è una grande invenzione, ma Internet sta all’informazione come una pornostar sta alla verginità.»

Mi sono accorta che il mio disappunto va un po’ oltre l’essere in disaccordo con quello che De Tomaso dice.

C’è qualcosa di più personale, e ha a che fare con il modo in cui tanto giornalismo sta provando a vivere in giro.

Ha a che fare con una sfida quotidiana di minuscoli passi  e mille errori che si combatte in tante piccole testate o in molti percorsi di singoli giornalisti.

Ci sono tanti luoghi del giornalismo in cui il cambiamento viene pensato come un’opportunità. Per questo mi sono arrabbiata leggendo.

Quell’approccio non fa che replicare e legittimare un immaginario di giornalisti chiusi in posizioni di retroguardia.

Ed è un peccato, perché in giro le cose non vanno solo così.

 

 

L’informazione, a occhi aperti

telecameraTi dicono subito: «Stai con gli occhi aperti, osserva, impara». Perché una delle prime cose che restituisce il giornalismo è quel groviglio di storie e persone in cui ti imbatti fin dal primo pezzo e con cui poi devi sempre fare i conti.

Vale in periferia e nella grande realtà: la portata della storia o la dimensione della testata non cambiano il peso della responsabilità del giornalista nei confronti della comunità a cui sta parlando e di cui sta parlando.

Vale quello che dice Don McCullin a Mario Calabresi, direttore de La Stampa: «Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo».

Il fotografo racconta della lezione avuta a Cipro nel 1964 e poi spiega che, in fondo, la regola si impone a ogni latitudine. «Non si deve andare in un altro Paese per testimoniare la sofferenza, ci sono guerre sociali nelle nostre città : poveri, senza tetto, immigrati, rifugiati. Io non me li sono mai dimenticati.»

E anche oggi che il modello a cui eravamo abituati è cambiato, ora che digitale e vite connesse hanno travolto il mestiere, ora che il sistema dell’informazione fatica a reinventarsi sostenibile, la responsabilità verso quel groviglio di storie  resta.

Per questo A occhi aperti è un libro sul giornalismo.

Quella a Don McCullin è solo una delle dieci  interviste che Calabresi ha realizzato a grandissimi nomi della fotografia internazionale. Scorrendo i racconti di chi, guardando in un obiettivo, si è imbattuto «in un appuntamento con la Storia», capita di rileggere alcune consapevolezze del giornalismo.

Lo dice Calabresi nell’introduzione: «Questo non è un libro sulla fotografia, ma sul giornalismo: andare a veder, capire, testimoniare».

Cambiati modelli, tempi e linguaggi, ci sono lezioni che restano invariate.

Lo sguardo dello straniero è tutto nella lezione di Josef Koudelka. Vale soprattutto per i giornalisti locali: è  la capacità di attraversare anche i luoghi di sempre con la voglia della scoperta, quel modo di superare l’abitudine e costruire una narrazione diversa. O, per dirla con Alex Webb, l’idea di lasciarsi sempre aperta «la possibilità di cogliere una realtà inaspettata».

Quando Steve McCurry torna ai reportage dall’Asia piegata dai Monsoni dice: «Non puoi stare un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare, ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo.»

La distanza, la giusta distanza, non è un parametro. 

Capita di dover raccontare tragedie, storture e parecchio dolore. A volte capita, capita anche nelle piccole realtà. Calabresi raccoglie una testimonianza di Abbas che fotografò l’Iran, il Biafra, il Vietnam. Per farlo, spiega, serve sul momento una «una barriera alle emozioni» rispetto a quello si sta raccogliendo, o raccontando. «Ma se pensi di esserti salvato ti sbagli, stai solo immagazzinando tutto nel tuo subconscio e poi arriverà il momento in cui tutto tornerà a galla. È come una bomba a orologeria che prima o poi esplode, e di solito il botto arriva nei sogni.»

È l’idea della responsabilità verso l’informazione, verso la storia e le persone che la riceveranno.

«Il lavoro di un giornalista – scrive Jordan Stead – è quello di riportare una storia al pubblico con chiarezza, precisione e rispetto.»

Stead è un fotografo del SeattlePI. Si è trovato tra tanti colleghi a seguire una frana nello Stato di Washington che ha fatto diverse vittime. These pictures are not for you, scrive.

Come ogni volta che una tragedia irrompe nella quotidianità collettiva di un luogo, i media si affrettano in quello che per un po’ diventa il centro del mondo. Poi l’attenzione si spegne, i media nazionali vanno via e la comunità colpita a dover ricostruire la normalità.

La responsabilità verso una storia e verso chi la leggerà comincia da questa consapevolezza.

Un patrimonio delle piccole e medie città

persone seduteNel 2010 il sindaco di Instabul, intervenendo al forum dei leader locali, spiegò dove stava andando il futuro, almeno in ambito urbano: «Le piccole e le medie città, quelle che nessuno conosce, cresceranno più velocemente».

La citazione fa parte di un pacchetto di dichiarazioni e punti di vista raccolti da Urbantimes, uno spazio collettivo che si occupa di città e persone.

A scorrere tutte le citazioni (Twenty of the best quote about sustainable cities) emerge la consapevolezza che lo sviluppo dei luoghi arriva  - o può arrivare – lì dove si mette l’attenzione sulle persone, sul loro rapporto con l’ambiente, sulle relazioni tra le persone in quell’ambiente.

Ed è facile intuire che le dimensioni ridotte facilitino la progettazione disegnata sulle comunità. Nelle piccole città è più facile recuperare rete, costruire relazioni, mettere in circolazione idee.

Certo, gli spazi adatti a ciascuno e a ogni cosa è più difficile trovarli che nelle metropoli. In genere bisogna mediare, sperimentare, fallire, ripensare, battagliare. È una negoziazione continua capace, però, di produrre spazi creativi, soluzioni, nuove piccole comunità.

Nel 2008, prima dello scoppio della bolla finanziaria, un gruppo di ricercatori italiani ha provato a spiegare l’apparente contraddittoria coesistenza di un aumento del reddito e di uno scarso benessere collettivo negli Stati Uniti. L’unico fattore in grado di equilibrare la serenità dei cittadini, spiegarono i ricercatori, è il capitale sociale, costruito sui network sociali e nelle relazioni di ciascuno.

Se ne parla nel libro Happy City di Charles Montgomery di cui il Guardian pubblica un estratto: The secrets of the world’s happiest cities.

Che cosa fa di una città il posto ideale in cui vivere? La mobilità, l’incontro tra abitanti, il costo degli affitti?

In molti degli esempi raccolti in giro per il mondo la svolta positiva è arrivata dove le amministrazioni hanno saputo costruire una strategia di cambiamento che coinvolgesse in modo positivo la comunità, lavorando su abitudini, atteggiamento, immaginario.

È un’idea che gli amministratori locali dovrebbero sempre tenere presente. Soprattutto ora che in periodo di campagna elettorale in tanti si prodigheranno a raccontare e proporre le città da cambiare.

È un principio che coinvolge tutti quelli responsabili della crescita delle comunità, politici certo, ma anche giornalisti o formatori.

La spinta maggiore all’innovazione e al cambiamento arriva da un capitale sociale fatto di esperienze, competenze, storie, persino errori.

La spinta arriva quando c’è scambio di conoscenze, quando non c’è isolamento.

La classe dirigente ha la responsabilità di capire che la comunità, quel patrimonio, vuole poterlo utilizzare.

Senza rete, è dura

Senza Rete

«Senza rete, il Paese è cresciuto finché ha potuto. Logistica e infrastrutture sono centrali nella vita quotidiana dei cittadini e delle imprese. È il costo della tua bolletta a fine mese. È la puntualità del tuo autobus, il costo del tuo biglietto aereo, la tua libertà di fare un progetto e contare sul resto del paese. Senza rete, è dura.»

Sta tutto qui l’approdo di un percorso che Beniamino Pagliaro ha fatto nella rete (con ancora pochi snodi connessi) dei collegamenti italiani.

Senza rete. Infrastrutture in italia: cronache del cambiamento è un libro che spiega a che punto siamo. Con uno sfondo continuo che sa di amarezza, quella che viene dalla consapevolezza di certe occasioni sprecate per la crescita.

Senza rete è un po’ cronaca, molto inchiesta, per metà ritratto. Con tanti dati, cifre e numeri mescolati a interviste, fatti e fermi-immagine della storia recente di un pezzo importante dell’economia italiana e della quotidianità di tutti noi.

È una delle cose più difficili per un cronista: raccontare, spiegando anche con i numeri, e farlo senza annoiare, o confondere.

«I numeri – scrive Beniamino – aiutano se poi siamo in grado di farli correre, ci provocano ansia crescente se rovesciati ancora una volta sull’affaticata visione di un lunedì mattina».

I numeri nel testo sono quelli dei collegamenti, degli aeroporti lontani, dei binari familiari ai pendolari, dei porti sconosciuti, delle autostrade disseminate di cantieri, di Internet inaccessibile in alcune zone del Paese. Sono i numeri dei lunedì mattina di tutti noi.

Vale la pena leggere Senza Rete per andare un po’ più in là dei «virgolettati del genere» sui treni in ritardo e le grandi opere inutili.

Vale la pena per ricordarci che la connessione di un territorio significa farlo viaggiare più veloce. Significa invogliare le aziende a restare, le comunità a scegliere servizi sostenibili, significa evitare sprechi di risorse, e sprechi di idee.

Per scoprire – soprattutto leggendo qua a Sud della terza corsia dell’A4- che i paradossi, gli errori e le lungaggini nei progetti pubblici non sono solo corollario del dibattito sul Mezzogiorno.

Per uscire da un dibattito su opere più controverse, come nel caso della Tav, fatto spesso di fronti. Certe volte, invece, i numeri e una buona analisi del territorio aiuterebbero a capire se ne vale davvero la pena.

C’è un principio generale affidato nel libro alle parole di Andrea Boitani, docente all’Università Cattolica di Milano.

«L’idea che sia l’infrastruttura a creare la domanda – dice il professore – è un’idea molto discutibile. Sul servizio si può fare il tentativo, può essere costoso ma ragionevole. Sulle infrastrutture è diverso: se sbaglio graverò sulle prossime generazioni.»

Sulle carenze infrastrutturali l’Italia paga un prezzo che è innanzitutto sociale. Perché, ancora una volta, è il costo di una innovazione mancata, in modo costante.

È un costo caricato sulle nostre quotidianità e sulla possibilità di programmare o progettare le nostre vite.

Così, ha ragione Beniamino: «Il costo dell’innovazione è nel pensiero (nel tempo di pensare), nel collegare i punti, non nel possederli.»