Quello che mi ha insegnato un divulgatore scientifico

biazzoA un giornalista di città capita spesso di ripensare il modo di parlare alla comunità.

È quello lo spazio dove si incrociano storie e personaggi che in genere non dicono molto fuori confine. Ma a livello locale sono nodi importanti, originali e necessari di un ecosistema cittadino, in cui il giornalismo locale deve provare a reiventarsi.

Nella maggior parte dei casi, incrociando quelle storie, si impara anche qualcosa.

A me, di recente, è capitato con Manuele. L’ho incontrato perché gira corti divertenti su Potenza. È di quei talenti creativi capaci di chiamare a raccolta amici, famiglia, personaggi più o meno famosi del posto, per coinvolgerli, in un gioco partecipato, chiedendo a ciascuno di recitare il ruolo che può e prestare esperienza.

Sul suo canale You Tube ci sono video che parlano di lavoro, di politica, di sogni. E ci sono i video dedicati alla provincia in cui è cresciuto: sguardo ironico e benevolo, perché nel prendere in giro la città prende sempre in giro anche se stesso. [Se vi va, poi, è tutto qui. Il mio preferito è una citazione in chiave locale di un film di Woody Allen]

Manuele, però, non fa il regista. Non sempre, almeno. È un biotecnologo, con quattro anni di lavoro in Novartis e un PhD in Biologia Molecolare. Così è finito a FameLab, un festival internazionale dedicato alla divulgazione scientifica (e non è andato neanche male). Tre minuti per spiegare in modo divertente un argomento: ha parlato di batteri.

Sul suo blog, I fagioli di Mendel, ti accoglie citando Einstein: «Non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna.»

Una delle sfide più stimolanti per uno scienziato, dice, è tradurre e interpretare il linguaggio dell’invisibile. Il linguaggio di quei sistemi che sanno di vita e ai non addetti ai lavori fanno venire in mente un microscopio, come, per esempio, la sequenza del genoma. Capita, però, che la ricerca si affezioni a una soluzione,  categorizzi qualche risultato, per poi allontanarsene davanti alle risposte mancate.

«Forse – scrive – siamo in tempo per un ripensamento metodologico: occorre ridistribuire le forze e le risorse per andare in direzioni diverse.»

Ripensando al mio lavoro, al giornalismo locale, mi sono detta che il suggerimento vale anche nel partecipare alla narrazione della comunità.

Mettendo assieme le due vite di Manuele mi sono imbattuta in fondo in un bel po’ di buone pratiche, declinate talvolta dal regista dal basso, altre nelle vesti di biotecnologo. Partecipazione collettiva, coinvolgimento delle persone, rigore di metodo, divulgazione semplice, sguardo sul mondo attorno (che sia quello delle particelle molecolari o degli abitanti di una provincia).

Mi ha ricordato che vale la pena sperimentare. E che ripensare un metodo o un linguaggio significa saper imboccare strade diverse.