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Nello studio vuoto l’aria ormai si è rarefatta | La città delle donne #1

Lo studio dell'avvocata è diventato un luogo vuoto e troppo silenzioso durante questa emergenza di COVID-19

«No, non riesco a concentrarmi, non lavoro molto». Il problema, racconta Angela Pignatari, è quell’aria rarefatta di cui si è impregnato lo studio. Sullo stesso pianerottolo di casa, «sono fortunata». Ma le disposizioni di sicurezza per rispondere alla pandemia di nuovo coronavirus tengono lontani i colleghi, il segretario, i praticanti. 

Angela Pignatari

Avvocata specializzata in diritto penale, Angela ha visto come tutti il lavoro rallentare e la giornata modificarsi. Dall’emanazione da parte del Governo delle disposizioni di sicurezza, con la sospensione della maggior parte delle attività giudiziarie pubbliche, non è ancora tornata in tribunale, probabilmente le toccherà passarci la prossima settimana. «Se le cose non cambiano».

In questa sospensione, nonostante il trattamento dei casi urgenti sia garantito, ci sono persone, magari sottoposte a misura cautelare, che vorrebbero avere una risposta, ma non possono ottenerla, se non con una tempistica molto rallentata. All’interno di una macchina giudiziaria che si mostrava lenta e ingolfata già prima dell’emergenza coronavirus.

«Già dopo il primo DPCM dello scorso 4 marzo ho provato a segnalare, con altri colleghi, la necessità di agire subito con una programmazione dell’attività giudiziaria, per provare a calendarizzare scadenze e impegni urgenti. Ma siamo arrivati allo stop di quasi tutto e temo non saremo pronti alla ripartenza, riprenderemo senza organizzazione».

Come cambia il lavoro? «Quello che pesa è il mancato incontro. Le telefonate d’emergenza e le mail sostitutive ci sono, ma in questo mestiere è l’incontro a essere fondamentale per comprendere il problema e individuare una strada da seguire con la persona che ti si affida. È un tipo di risposta che non si può offrire a distanza, che rende la soluzione difficile e aumenta le solitudini di molte persone, spesso già in difficoltà».

E il peso di questa responsabilità per le donne appare un prezzo più alto. «Ci appartiene il tema della cura, della distanza più breve con l’altro, familiare o assistito, con l’individuo di cui farsi carico».

Da una ventina di giorni la pratica quotidiana è cambiata.

«Entro nello studio, ma riesco a sbrigare solo qualche segnalazione o richiesta di emergenza. Per il resto, ogni proposito di approfondimento o di organizzazione del lavoro fatto nei primi giorni è venuto meno. Il contesto incide, agisce sullo stato d’animo e si riflette sul resto».

In una condizione di emergenza era stato necessario lavorare e riorganizzarsi già quarantanni fa, all’indomani del terremoto del 1980. «Ero ancora all’università, ma ricordo perfettamente la disperazione iniziale di mio padre, avvocato anch’egli, che non riusciva a immaginare come fosse possibile ricominciare. Ma durò poco. Persino alcuni processi vennero subito istruiti sotto i porticati degli edifici di rione Parco Aurora. Quello che prevalse era il bisogno di ripartenza, rafforzato dallo stare insieme. Stavamo in gruppi, vivevamo in nuclei familiari allargati, l’emergenza ci aveva uniti attorno alla necessità di ripartire al più presto, e lo aveva fatto tenendoci insieme fisicamente».

Foto di StockSnap da Pixabay

L’impatto della crisi da COVID-19 sulle donne

Le donne , come già accaduto in altre epidemie, stanno pagando il prezzo più alto della crisi da COVID-19

Ogni crisi produce delle rotture imprevedibili ed impreviste. Ma a seconda della sua natura è possibile individuare categorie e gruppi sociali che ne pagano gli effetti più di altri. Altre crisi, invece, tendono a replicarsi, seppur in modalità e gradazioni differenti. Sta succedendo di nuovo oggi, con la pandemia di Covid-19.

Nonostante ci stiano dicendo che dal punto di vista epidemiologico il virus SARS-CoV-2 le colpisca in maniera minore, sono le donne a pagare il prezzo complessivo maggiore dell’emergenza.

La rivista scientifica The Lancet la settimana scorsa ha pubblicato un articolo firmato da Clare Wenham (London School of Economics and Political Science), Julia Smith (Simon Fraser University) e Rosemary Morgan (Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health) intitolato Gli effetti di genere dell’epidemia.

Il passaggio chiave è il seguente:

«Data la loro interazione in prima linea con le comunità, è preoccupante che le donne non siano state completamente integrate nei meccanismi globali di sorveglianza, indagine e prevenzione della salute pubblica».

Lo studio recupera i risultati delle indagini svolte su epidemie precedenti, come quelle di Ebola, Zika o SARS. Le scelte politiche strategiche che non tengono da conto la specificità, biologica e sociale, continuano a replicarsi.

Le donne sono ovunque la quota di popolazione che ha il carico della cura informale delle famiglie e che paga in maniera maggiore le misure destinate a fronteggiare l’emergenza: con scuole chiuse e sevizi assistenziali ridotti al minimo, finiscono per farsi carico più del solito della gestione di bambini, anziani, malati. Durante l’epidemia di virus Ebola, nell’Africa occidentale, le donne furono maggiormente esposte al virus proprio per il ruolo predominante di caregiver all’interno delle famiglie e di operatrici sanitarie di prima linea.

Durante le crisi, inoltre, è generalmente più difficile l’accesso a servizi sanitari e di sostegno specifici di genere, dalla contraccezione all’aborto, a un accompagnamento adeguato nella gravidanza. Aumenta inoltre il rischio, soprattutto per le donne in condizione di difficoltà sociale, culturale ed economica, che crollino anche le azioni di prevenzione dedicate alla salute dei bambini.

Nella maggior parte delle comunità sono le donne il veicolo delle informazioni sui comportamenti da seguire per prevenire il contagio. Ma nella maggior parte dei casi, non sono le donne a gestire a livello centrale la comunicazione e la selezione delle informazioni da trasmettere.

Ancora oggi, alle donne che operano sul fronte sanitario o dell’assistenza sociale viene chiesto di fronteggiare l’emergenza senza tenere conto delle loro specificità.

Il Rapporto sull’epidemia di Covid-19 e il genere pubblicato dal gruppo di lavoro per Asia e Pacifico dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ricorda che le donne rappresentano il 70% dei lavoratori nel settore sanitario e sociale a livello globale e sono in prima linea nella risposta. All’interno di questo settore, esiste un divario retributivo medio di genere del 28%, che generalmente si acuisce in tempi di crisi.

Per le donne vittime di violenza, le misure restrittive – costrette a casa con uomini oppressori o rimaste prive di supporto legale o psicologico – sono un rischio per la sicurezza tanto quanto il possibile contagio.

Colf e badanti, fornitrici della forma più diffusa di welfare privato e quota rilevante dell’economia sommersa del Paese, si sono ritrovate a dover scegliere tra perdere il guadagno o continuare a muoversi tra varie abitazioni, rischiando malattia e sanzioni.

Per non parlare del carico mentale da assumere quando la “possibilità” di lavorare a casa – o il dramma dell’aver perso il lavoro – coincide con l’organizzazione e la gestione di una vita domestica compressa in ogni spazio di libertà.

L’elenco è lungo, diversificato per ambito sociale, lavorativo, età, condizione economica, educazione, luogo di nascita.

«L’esperienza derivante da epidemie passate – dicono le tre ricercatrici su The Lancet – mostra quanto sia importante saper integrare un’analisi di genere negli sforzi di prevenzione e di risposta, per migliorare l’efficacia degli interventi sanitari e promuovere obiettivi di equità di genere e di salute».

Poiché alle donne dal punto di vista sociale sono ancora oggi prescritti tutti i principali compiti della cura, si trovano in una posizione privilegiata «per identificare le tendenze a livello locale».

Il documento del gruppo di lavoro della OCHA ricorda come solo una raccolta dati disaggregata e che tenga conto di specificità (genere, età, disabilità, etc…) possa generare una lettura capace di interpretare quanto accade e costruire future strategie preventive adeguate.

Ad oggi, tuttavia, basterebbe cominciare a programmare azioni che tengano conto del contesto reale, incorporando le voci delle donne in prima linea in questa emergenza nella costruzione delle politiche di risposta.

Foto di Willfried Wende da Pixabay

In emergenza COVID-19, quello che non è più sopportabile

A passeggio con la mascherina a causa dell'emergenza coronavirus (Covid-19)

Ho fatto due passi sotto casa, rigorosamente attorno al palazzo, svolta a destra lungo la via principale di accesso, avanti e indietro un paio di volte. Finché non è passata una volante della Polizia di Stato. Ho accelerato, ho immediatamente rinunciato all’ultima “vasca di struscio” entro il raggio consentito, ho ripetuto a mente la motivazione da addurre. La volante, in realtà, non si è fermata. Ma io mi sono ritrovata ad aver modificato il mio agire – pur se legittimo e nel pieno rispetto delle direttive – spinta dalla paura. Paura di cosa, poi?

L’indomani sono andata a fare la spesa, rigorosamente settimanale, con lista alla mano e in un orario, la controra, meno affollato. Ero l’unica senza mascherina. Non avevo fino a quel momento cercato di comprarne una perché, consapevole della scarsità del bene primario, ho pensato che fosse il caso di lasciarne i pochi esemplari disponibili al comparto sanitario e sociale, evitando di andare a gravare sul mercato speculativo in atto. Nonostante camminassi con molta attenzione tra gli scaffali, spingendo sempre il carrello a debita distanza dagli altri clienti (pochi e contingentati secondo le direttive), a un certo punto mi sono accorta di aver accelerato nella selezione dei prodotti e di aver preso la via della cassa anzitempo. Ero letteralmente sotto osservazione, additata a vista dagli sguardi mezzi coperti dalle mascherine, praticamente un’aliena a non indossarla. Nel pieno rispetto di prescrizioni e misure di sicurezza mi sono sentita fuori luogo. Ma perché, poi?

Allora ho capito. Sto modificando molti miei comportamenti sotto la spinta di un controllo istituzionale che mi chiede di aderire a numerose prescrizioni in nome della salute pubblica e sotto la spinta di un controllo sociale che trasforma la responsabilità in pressione percepita, talvolta in vero e proprio linciaggio.

Al controllo sociale posso reagire dando spazio a piccole pratiche quotidiane che stanno ridisegnando la mia quotidianità, come modificare le fonti informative da seguire, per esempio.

Al controllo istituzionale, invece, mi attengo. Però reagisco, dubito e mi indigno.

Perché se c’è una cosa che non può essere tollerata in uno stato di emergenza è l’incapacità, volontaria o meno, di comprendere che non siamo tutti uguali.

Una crisi come quella in atto sta ampliando ancora di più il divario esistente tra le persone: lo fa dal punto di vista sociale, economico e culturale.

Pagano le classi più deboli, pagano le donne, paga chi era vittima anche prima della pandemia di Covid-19.

Ecco perché diventa insopportabile qualunque azione o affermazione che non si faccia carico di questa consapevolezza, soprattutto se arriva da chi ha, in questo momento, ruoli pubblici.

Qualche giorno fa, sentito dalla TGR regionale su come affrontare il pendolarismo del personale medico, il direttore generale dell’azienda ospedaliera San Carlo, Massimo Barresi, lanciando un appello al sacrificio, ha lasciato che si sottolineasse il suo stato di forestiero: non vedeva la famiglia da due settimane. In un momento in cui ci sono medici di base, infermiere, commesse, operai che scelgono volontariamente di allontanarsi da figli e genitori per evitare ogni rischio di contagio mentre garantiscono a tutti noi i servizi essenziali, dalla classe dirigente è lecito aspettarsi un approccio diverso.

Antonio Nicastro, paziente di Covid-19 ricoverato al San Carlo, è un cittadino di Potenza. Suo figlio Valerio, bravo blogger, ha aspettato diversi giorni prima di denunciare pubblicamente il rimpallo a cui la sua famiglia è stata sottoposta, in attesa della reazione a un quadro sintomatico fatto di febbre, affanno e tosse persistente. Chi si assume la responsabilità di una risposta di cura, coronavirus o meno?

Il protocollo stabilito dal Ministero della Sanità è rigido e le indicazioni sono quelle contenute nella circolare ministeriale del 9 marzo. L’esecuzione del tampone spetta alle Asl. Alcune Regioni, però, si stanno organizzando in modo differente. In Basilicata diversi amministratori locali hanno chiesto a gran voce l’allargamento della platea dei casi su cui effettuare i tamponi, anche per dare risposta alle aspettative (e alle paure) dei cittadini. Il punto, però, non è la disponibilità dei tamponi, ma del tempo e dei professionisti necessari per analizzarli. Anche perché, nel frattempo, sui test rapidi – l’assessore regionale alla Sanità, Rocco Leone, ha annunciato l’acquisto di 10.000 unità – il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) nazionale dell’emergenza ha spiegato che, per quanto utili, non vi è ancora certezza sull’attendibilità dei test agli anticorpi alternativi al tampone rino-faringeo.

Quando Valerio Nicastro si è visto costretto a denunciare pubblicamente l’assenza di una risposta chiara al bisogno di cure del padre, i contagiati da Covid-19 in Basilicata erano solo 50.

Medici, infermieri, operatori sanitari, addetti alle pulizie, operatori di protezione civile stanno facendo turni massacranti, senza poter disporre delle protezioni necessarie, assumendosi in prima persona responsabilità e peso della cura. In una situazione di carico fisico e stress psicologico elevato.

In una regione che conta circa di 500.000 abitanti e che ha avuto diversi giorni per organizzare, se non i posti letto aggiuntivi in terapia intensiva, almeno un protocollo di comunicazione univoco, non è ammissibile che il sistema sanitario lasci alla pressione sociale esercitata o ai medici di base, d’urgenza ed ospedalieri il peso della valutazione della risposta all’emergenza. Anche a livello comunicativo.

Qualche giorno fa, a Potenza, ci sono state lunghe file fuori da una grande parafarmacia per la conquista di alcuni pezzi delle tanto ricercate mascherine. La comunicazione sull’utilità o meno di indossare le mascherine è stata, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, molto confusa. Per il mercato è stato facile puntare sulle paure comuni e distribuire prodotti a caro prezzo, facendo leva anche sull’ignoranza dei più: fpp2, fpp3, mascherina chirurgica, tessuto TNT, valvola sì, valvola no. Dopo qualche giorno di quarantena, ormai, almeno dal punto di vista tecnico, è possibile districarsi tra le varie tipologie. Le mascherine vendute a quei cittadini in coda sono del tipo fpp1, quelle antipolvere, consigliate per i lavori edili e di falegnameria, che in genere costano una media di 3,20 euro al pezzo: sono state vendute a 6,50 euro. È chiaro che la catena di speculazione parta a monte (un litro di alcol etilico denaturato a 90°, per esempio, in città costa fino a 2,30 euro al litro; in tempi normali 0,90 euro). Però c’è sempre una differenza nelle scelte del singolo. La comunicazione in bella vista in vetrina che recitava “mascherine del tipo fpp1 a 6,5 euro cadauna” mi è sembrata una testimonianza della deresponsabilizzazione di chi è un nodo del settore. Come a dire, io preciso la sigla in linguaggio tecnico, poi il cittadino googola e decide se l’acquisto è valido o meno.

Il cambiamento al tempo del coronavirus

Uno striscione a Potenza sull'emergenza coronavirus

Ho fatto una donazione a due delle strutture ospedaliere che, in questo momento, stanno affrontando con maggiore sofferenza l’emergenza da coronavirus. Ci ho pensato un po’ prima di condividere questo gesto perché tendo a pensare che l’impegno civico sia tale se praticato e non raccontato. Ma poi ho capito che quella donazione si portava dietro una serie di valutazioni e riflessioni di valore pubblico. Così, ne scrivo.

Donando una cifra x ad alcune strutture del sistema sanitario nazionale, in un primo momento, ho pensato che stessi facendo un gesto di solidarietà nei confronti del presidio di salute pubblica, ora sotto stress, retto da donne e uomini che mettono a disposizione competenza, studi, scienza, missione, esperienza. Persone che si prendono cura degli altri, di tutti noi.

Poi ho capito che, in realtà, stavo facendo un investimento sul futuro a breve termine, stavo immettendo risorse personali (il che va bene, sia chiaro) su alcuni nodi del sistema sanitario pubblico, quel sistema, cioè, che potrebbe doversi prendere cura di me.

Mi sono sostituita, o meglio, ho affiancato Stato e Regioni, che del sistema sanitario sono i decisori responsabili.

Ho ragionato, allora, su che cosa sta cambiando in questa emergenza

Sul Guardian, Gaby Hinsliff ha spiegato come in la scuola sia stata, almeno in Gran Bretagna, il primo oggetto di riflessione su ciò che ci aspetta in futuro: come affrontare gli esami di maggio per gli studenti a fine ciclo? vale la pena continuare a progettare prove che assembrano studenti in maxi aule? La giornalista è partita da qui per ricordare come le grandi crisi siano quegli spazi di tempo in cui le cose cambiano radicalmente e, in genere, irrimediabilmente.

Successe anche durante la seconda guerra mondiale, con le donne chiamate in fabbrica e negli uffici a sostituire gli uomini al fronte: non tornano più a essere solo casalinghe. O come accadde con il lavoro part-time dei giovani avvocati travolti dalla crisi bancaria del 2008: il sacrifico necessario, chiesto dai grandi studi per affrontare il momento, divenne il modello di lavoro standard.

Abbiamo accettato come conseguenza della crisi economica e di quella della politica, che gli ospedali diventassero aziende e che a decidere tagli e piani fosse la politica locale, che di quelle azienda era nel frattempo diventata azionista di maggioranza.

Ecco, il problema delle grandi crisi è proprio questo. L’emergenza ci mette in condizione di rinunciare a qualcosa – più o meno volentieri, a seconda del contesto – in nome di un obiettivo superiore o una necessità più urgente. Il punto è capire quali cambiamenti meritino di rimanere irreversibili e quali scelte, invece, mettano a rischio i diritti acquisiti.

Ciclicamente ci diciamo che la crisi è, quasi ontologicamente, un’opportunità. Per la scuola, per esempio, che, seppur del tutto impreparata, a causa della pandemia di coronavirus dovrà per forza fare i conti con il digitale. Per il lavoro che, di nuovo, deve fare i conti con la sicurezza e le possibilità tecnologiche.

Ma non tutti i cambiamenti prodotti da una crisi costruiscono una prospettiva positiva.

Mai come in questi giorni, per esempio, stiamo vivendo la perdita di una libertà, quella della mobilità, che per la mia generazione è sempre stata un dato di fatto. La crisi ha fatto alzare muri e rafforzare confini più di quanto già non fossero stati costruiti o sostenuti ideologicamente in diverse aree del mondo, Europa compresa.

«E non sono solo i nazionalisti – ha spiegato Srećko Horvat – a usare il coronavirus per “dimostrare” che hanno ragione sulla chiusura dei confini». In un articolo pubblicato in Italia da Internazionale il filosofo ha spiegato bene il pericolo politico del coronavirus, che non rappresenta una minaccia all’economia neoliberista, di cui sostiene, invece, egregiamente l’ambiente.

«Dal punto di vista politico il virus è un pericolo, perché una crisi sanitaria potrebbe favorire l’obiettivo etnonazionalista delle frontiere rafforzate e dell’esclusività razziale e quello di interrompere la libera circolazione delle persone (soprattutto se arrivano da paesi in via di sviluppo) assicurando però una circolazione incontrollata di merci e capitali.»

Uno dei cambiamenti per cui dobbiamo chiederci fin da ora se siamo disposti a immaginare così il nostro futuro è quello del maggiore controllo.

E magari, quando l’emergenza sarà finita, risvegliandoci stupiti delle molte cose modificate attorno a noi senza che ce ne accorgessimo, sarà il caso di dare uno sguardo al bilancio della Regione e ai conti dello Stato, tanto per capire quante risorse sono state investite su scuola e sanità pubblica, quella che potrebbe nel breve termine doversi prendere cura di noi.

La Carta di Basilicata, trent’anni fa

Quella piattaforma fu sottoscritta da una lista lunghissima di amministratori locali, consiglieri e parlamentari. Ma le premesse, che l’impegno preso avrebbe dovuto cambiare, restano attuali

La consigliera regionale di parità Ivana Pipponzi ha spiegato che solo il 32% delle donne lucane lavora. Il dato, ben al di sotto della media nazionale del 49% e minore persino di quella del Mezzogiorno pari al 36%, fa parte del report su un anno di attività dell’ufficio.

Nell’occasione, la consigliera ha lanciato un programma basato su un manifesto in otto punti intitolato “L’otto tutti i giorni”, «un vero e proprio patto per le donne», con le principali azioni per la parità, a cui istituzioni e organizzazioni sociali sono invitati ad aderire. Alcune sottoscrizioni ufficiali sono già arrivate, altre si aggiungeranno nei prossimi mesi.

In questi giorni mi è capitato di leggere un documento interessante. Si chiama La Carta di Basilicata ed è una piattaforma programmatica che la Commissione Regionale per le Pari Opportunità di Basilicata, all’epoca presieduta da Ester Scardaccione, ha elaborato in un lavoro collettivo tra le donne presenti nelle istituzioni. Era il 1997.

La piattaforma, la prima approvata dopo la Dichiarazione della Conferenza di Pechino, ambiva ad essere «un patto che le istituzioni devono apprestarsi a stringere con la rete delle donne che nelle tante ed articolate realtà hanno scelto di caratterizzare il proprio impegno, a partire dalla differenza di genere, per una nuova qualità della vita e per uno sviluppo equo e sostenibile della nostra Regione».

A sinistra Ester Scardaccione (1997) | foto @ Rep Napoli

Il contesto di partenza in cui il programma aveva preso forma è parte integrante della piattaforma. Le donne che l’avevano elaborato partivano da alcune constatazioni. Per esempio, che «grave è la crisi occupazionale che investe la Regione Basilicata dove la disoccupazione assume il volto di donna, come è dimostrato dal 51% delle donne iscritte all’ufficio di collocamento sul totale degli iscritti.» Oppure che «bassa si rileva la qualità della vita in moltissimi paesi della Basilicata, segnati non solo da una scarsa infrastrutturazione, ma anche da ampie sacche di povertà».

Due anni fa, riconoscendone drammaticamente l’attualità nonostante il tempo passato, l’ufficio di presidenza del consiglio regionale annunciò di volerne ristampare un’edizione.

Quel patto, in premessa, era molto chiaro. Non si trattava di proporre l’istituzionalizzazione di trasversalismi, ma di pratica politica e risposte concrete ai bisogni.

«La Carta di Basilicata è stata costruita a partire da alcune questioni essenziali: la scarsa presenza di donne in campo istituzionale e il conseguente deficit di democrazia anche in Basilicata, la scarsa qualità della vita, le ampie sacche di povertà che avanzano incentivando lavoro nero e precario, la grave crisi occupazionale, la mancanza della prospettiva di genere negli atti di programmazione economica e territoriale intrapresi, la scarsità di relazione tra le varie realtà territoriali per l’estrema frammentazione del patrimonio insediativo, la scarsità di strumenti di informazione e di utilizzazione delle possibilità offerte dai fondi comunitari.»

La piattaforma voleva indicare una cornice precisa in cui inserire programmazione economica e strategia amministrativa: «uno sviluppo che rispetti l’ambiente, il diritto al lavoro soprattutto per le giovani generazioni, un tempo di lavoro che non sia punitivo nei confronti della maternità e dei diritti individuali, il superamento della povertà».

In particolare la piattaforma impegnava il Consiglio e la Giunta regionale a una risoluzione che, tra vari obiettivi, riconoscesse

«la necessità in Basilicata di una nuova progettualità dello sviluppo che potrà essere equo e sostenibile se porterà a sintesi la ricchezza delle diversità territoriali, se utilizzerà il paradigma della differenza, a partire da quella di genere, quale elemento ordinatore sia delle analisi dei bisogni, guardando alla reale condizione di vita di donne e uomini, che della costruzione delle opzioni programmatiche nell’assunzione dell’obiettivo principale di una migliore qualità della vita per tutti i cittadini».

L’impegno assunto sottoscrivendo il documento prevedeva

«l’acquisizione del principio che in ogni azione programmatica a forte valenza territoriale, dalla legge urbanistica ai piani territoriali, l’armonizzazione dei tempi di vita sia un elemento ordinatore capace di generare nuovi rapporti tra ambiente urbano, storia e natura e di garantire, soprattutto, che l’efficienza si coniughi sempre con l’equità».

L’invito era diretto, oltre che a tutte le elette, ai parlamentari europei, ai parlamentari lucani, agli amministratori locali (all’epoca l’84% della rappresentanza in Basilicata). A sottoscriverlo furono in tanti: a guardare la lista trascritta nell’ultima pagina del documento, la politica lucana era sul confine di un nuovo approccio di azione. I dati di questi giorni dicono che per molti settori la situazione si è cristallizzata all’epoca.

Era il 1997. Erano trent’anni anni fa.