Ho fatto una donazione a due delle strutture ospedaliere che, in questo momento, stanno affrontando con maggiore sofferenza l’emergenza da coronavirus. Ci ho pensato un po’ prima di condividere questo gesto perché tendo a pensare che l’impegno civico sia tale se praticato e non raccontato. Ma poi ho capito che quella donazione si portava dietro una serie di valutazioni e riflessioni di valore pubblico. Così, ne scrivo.
https://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/03/coronavirus-striscione.jpg6061200Sarahttp://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/04/sara_lorusso_logo.pngSara2020-03-16 06:54:542020-04-27 07:57:49Il cambiamento al tempo del coronavirus
Quella piattaforma fu sottoscritta da una lista lunghissima di amministratori locali, consiglieri e parlamentari. Ma le premesse, che l’impegno preso avrebbe dovuto cambiare, restano attuali
La consigliera regionale di parità Ivana Pipponzi ha spiegato che solo il 32% delle donne lucane lavora. Il dato, ben al di sotto della media nazionale del 49% e minore persino di quella del Mezzogiorno pari al 36%, fa parte del report su un anno di attività dell’ufficio.
Nell’occasione, la consigliera ha lanciato un programma basato su un manifesto in otto punti intitolato “L’otto tutti i giorni”, «un vero e proprio patto per le donne», con le principali azioni per la parità, a cui istituzioni e organizzazioni sociali sono invitati ad aderire. Alcune sottoscrizioni ufficiali sono già arrivate, altre si aggiungeranno nei prossimi mesi.
In questi giorni mi è capitato di leggere un documento interessante. Si chiama La Carta di Basilicata ed è una piattaforma programmatica che la Commissione Regionale per le Pari Opportunità di Basilicata, all’epoca presieduta da Ester Scardaccione, ha elaborato in un lavoro collettivo tra le donne presenti nelle istituzioni. Era il 1997.
La piattaforma, la prima approvata dopo la Dichiarazione della Conferenza di Pechino, ambiva ad essere «un patto che le istituzioni devono apprestarsi a stringere con la rete delle donne che nelle tante ed articolate realtà hanno scelto di caratterizzare il proprio impegno, a partire dalla differenza di genere, per una nuova qualità della vita e per uno sviluppo equo e sostenibile della nostra Regione».
A sinistra Ester Scardaccione (1997) | foto @ Rep Napoli
Il contesto di partenza in cui il programma aveva preso forma è parte integrante della piattaforma. Le donne che l’avevano elaborato partivano da alcune constatazioni. Per esempio, che «grave è la crisi occupazionale che investe la Regione Basilicata dove la disoccupazione assume il volto di donna, come è dimostrato dal 51% delle donne iscritte all’ufficio di collocamento sul totale degli iscritti.» Oppure che «bassa si rileva la qualità della vita in moltissimi paesi della Basilicata, segnati non solo da una scarsa infrastrutturazione, ma anche da ampie sacche di povertà».
Due anni fa, riconoscendone drammaticamente l’attualità nonostante il tempo passato, l’ufficio di presidenza del consiglio regionale annunciò di volerne ristampare un’edizione.
Quel patto, in premessa, era molto chiaro. Non si trattava di proporre l’istituzionalizzazione di trasversalismi, ma di pratica politica e risposte concrete ai bisogni.
«La Carta di Basilicata è stata costruita a partire da alcune questioni essenziali: la scarsa presenza di donne in campo istituzionale e il conseguente deficit di democrazia anche in Basilicata, la scarsa qualità della vita, le ampie sacche di povertà che avanzano incentivando lavoro nero e precario, la grave crisi occupazionale, la mancanza della prospettiva di genere negli atti di programmazione economica e territoriale intrapresi, la scarsità di relazione tra le varie realtà territoriali per l’estrema frammentazione del patrimonio insediativo, la scarsità di strumenti di informazione e di utilizzazione delle possibilità offerte dai fondi comunitari.»
La piattaforma voleva indicare una cornice precisa in cui inserire programmazione economica e strategia amministrativa: «uno sviluppo che rispetti l’ambiente, il diritto al lavoro soprattutto per le giovani generazioni, un tempo di lavoro che non sia punitivo nei confronti della maternità e dei diritti individuali, il superamento della povertà».
In particolare la piattaforma impegnava il Consiglio e la Giunta regionale a una risoluzione che, tra vari obiettivi, riconoscesse
«la necessità in Basilicata di una nuova progettualità dello sviluppo che potrà essere equo e sostenibile se porterà a sintesi la ricchezza delle diversità territoriali, se utilizzerà il paradigma della differenza, a partire da quella di genere, quale elemento ordinatore sia delle analisi dei bisogni, guardando alla reale condizione di vita di donne e uomini, che della costruzione delle opzioni programmatiche nell’assunzione dell’obiettivo principale di una migliore qualità della vita per tutti i cittadini».
L’impegno assunto sottoscrivendo il documento prevedeva
«l’acquisizione del principio che in ogni azione programmatica a forte valenza territoriale, dalla legge urbanistica ai piani territoriali, l’armonizzazione dei tempi di vita sia un elemento ordinatore capace di generare nuovi rapporti tra ambiente urbano, storia e natura e di garantire, soprattutto, che l’efficienza si coniughi sempre con l’equità».
L’invito era diretto, oltre che a tutte le elette, ai parlamentari europei, ai parlamentari lucani, agli amministratori locali (all’epoca l’84% della rappresentanza in Basilicata). A sottoscriverlo furono in tanti: a guardare la lista trascritta nell’ultima pagina del documento, la politica lucana era sul confine di un nuovo approccio di azione. I dati di questi giorni dicono che per molti settori la situazione si è cristallizzata all’epoca.
https://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/03/Carta-Basilicata_firme.jpg8801200Sarahttp://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/04/sara_lorusso_logo.pngSara2020-03-08 08:22:592020-04-24 20:13:45La Carta di Basilicata, trent'anni fa
La famiglia arriva sotto forme che non t’aspetti, non c’è niente da fare.
La mia si è allargata qualche anno fa saltando il confine di un’area della mia città che non avevo mai frequentato e in cui andava avanti una vita di cui non avevo consapevolezza. E pensare che dicevo di conoscere a fondo la città in cui ero giornalista locale, attenta e vorace.
Difficilmente possiamo dire di conoscere a fondo il luogo in cui abitiamo, anche se è piccolo come Potenza e siamo convinti di essere al centro dei flussi informativi che raccontano, più o meno ufficialmente, ciò che accade in città.
Da cinque anni a Potenza gli amici di Rocco Lauria, il fratello di mio cognato, lo ricordano con un raduno chiassoso, vivace, rumoroso, ma pieno di spazio per chiunque, compresi i bambini. Rocco ancora non era diventato camionista, ma quello era il mestiere che stava inseguendo. Così, in quella famiglia allargata che sono gli autotrasportatori – e credetemi, allargata significa che il sostegno e l’affetto viaggiano senza confini locali, un po’ come certe navi – ci siamo finiti anche noi. Di quella famiglia faceva parte anche il piccolo Donato Santarsiero, quattro anni appena quando nel 2015 un incidente d’auto in pieno centro urbano se l’è portato via. La città ne fu sconvolta, profondamente.
Durante il memorial questi grandi camion strombazzano e percorrono le vie della città a sirene spiegate. È il modo con cui segnano il passo, è il modo con cui riempiono la città pubblica della propria esistenza. Il loro mestiere è uno di quelli che pochi visualizzano e inseriscono tra quelli necessari alla nostra esistenza. Ma la verità è che quei bestioni portano da un capo all’altro del Paese tutto quello di cui oggi non possiamo fare a meno. E le sirene, la preghiera, la coreografia inaspettata con cui i camion si sistemano in cerchio, bloccando il traffico e occupando la strada, e poggiando un mazzo di fiori per ricordare chi non c’è più, non sono altro che il modo di recuperare la memoria dello sgomento che qualche anno fa unì nel dolore la città, e andare avanti.
Una postilla me la concedo, proprio perché in questa famiglia ci sono cascata dentro. E so di essere di parte.
Ogni anno il memorial fa i conti con alcune polemiche sul rumore e il disturbo che le sirene producono agli abitanti del rione, Poggio Tre Galli, in cui si svolge l’evento. Non voglio sminuire il fastidio percepito dagli abitanti del quartiere, ne sono consapevole.
Immagino siano simili al disagio che accompagna altre manifestazioni – penso al festival di fuochi d’artificio di contrada San Luca Branca, ai blocchi del traffico quando il Potenza Calcio fa scintille in campo, al centro storico nei giorni del nostro Santo Patrono, quando musica, comitive e cibo fino a notte fonda ci ricordano che questa città è ancora piena di persone.
Ma ricordo a me stessa che dura il tempo di un saluto, di un lungo e caldo sabato d’estate, come altre manifestazioni che abitano gli altrove di questa città. E che mi ricordano di che cosa è fatta, che c’è una città di cui non si parla spesso, o forse solo poco evidente (almeno negli altri giorni dell’anno), sana, che lavora, vive e condivide tempo e spazio a chiunque abbia voglia di frequentarla, magari a sirene spiegate.
https://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2019/07/memorial-4.jpg16252890Sarahttp://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/04/sara_lorusso_logo.pngSara2019-07-07 22:36:382020-04-24 20:14:24Le forme della famiglia, in una piccola città
Una riflessione sulle liste dei candidati al consiglio comunale della mia città
Il giorno della presentazione delle liste è sempre un misto di confusione, corsa alla documentazione, sorprese amare e inaspettate assenze. È un giorno in cui alcuni partiti e movimenti saldano conti interni e altri costruiscono nuove speranze. Un senso generico di euforia e sfida accompagna le ore frenetiche in cui, negli uffici del Municipio, tra la ressa dei giornalisti e dei curiosi in attesa, faldoni di carte da verificare svelano gli elenchi dei tanti (forse troppi) candidati.
Soprattutto per le amministrative, in una città piccola e di periferia, ciascuno può riconoscere in quegli elenchi storie e giudizi personali, e tifare o indignarsi.
Nei giorni scorsi, almeno negli ambienti abituati al confronto politico, il tema dei transfughi è stato molto presente. In realtà, il tema non è nuovo. Ad ogni competizione elettorale, soprattutto di livello comunale, è capitato di assistere alle polemiche sul caso di quanti, delusi, ambiziosi o legati alla postazione, avevano trovato rifugio presso l’avversario politico. Quello che cambia questa volta è la quantità: per chi ha seguito la vita politica locale è facilissimo rintracciare vecchie e diverse appartenenze, presenze in contesti che nulla hanno a che vedere con la storia percorsa fino a questo momento, o rientri a casa politica dopo un periodo di allontanamento.
La verità è che trascrivere un simile elenco servirebbe solo a ribadire ancora una volta che a furia di basare la competizione elettorale sulla rete di conoscenze e il portato numerico dei candidati, si è perso di vista l’obiettivo: un’idea di città da presentare all’elettorato.
Una delle immagini più indicative della giornata di ieri, quella che tutti i giornalisti hanno voluto immortale, è l’abbraccio tra il candidato sindaco del centrodestra Mario Guarente e Bianca Andretta, la candidata sindaca di una coalizione che il PD ha definito “campo largo”.
Guarente e Andretta hanno condiviso, come altri molti candidati nelle liste presentate, l’esperienza consiliare 2014-2019, quella che tutti hanno salutato come la consiliatura dei giovani: la maggior parte dei consiglieri non aveva già avuto esperienze amministrative, ma apparteneva a una generazione desiderosa di cambiare le cose, pronta a rigenerare la città e, senza lunga presenza nelle istituzioni, avrebbe saputo collaborare per il bene comune.
Con un problema economico enorme da affrontare, un’amministrazione che ha tenuto dentro centrodestra e centrosinistra sotto l’ambizione del buon governo è apparsa una soluzione accettabile. Ma la verità è che non funziona, non basta.
Si governa insieme su una idea di città, su una prospettiva, su punti di vista specifici, che vanno oltre la seppur fondamentale amministrazione quotidiana dei servizi. Il consiglio comunale che lascerà l’incarico non ha consegnato un’idea di città, non ha potuto farlo: sui temi di principio, quelli che determinano ciò che sarà la città, non c’è stato alcun dibattito. Sarebbe finito inevitabilmente con posizioni inconciliabili.
Quello che auguro alla mia città è la possibilità di scegliere ciò che diventerà e di poter votare chi si adopererà per programmarlo.
Ecco perché mi aspetto che in questa campagna elettorale soprattutto i candidati sindaco affrontino i temi più delicati – il confronto pubblico sviluppato soprattutto online sullo stadio e sul parco della città è solo un esempio – rischiando di risultare divisivi, ma chiari sulla posizione da prendere.
Voglio sapere, da elettrice e cittadina, da che parte stare.
https://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2019/04/giornalisti-comune.jpg500770Sarahttp://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/04/sara_lorusso_logo.pngSara2019-04-28 16:07:212020-04-24 20:14:51Da che parte stare
La presentazione delle liste è sempre stato uno dei miei momenti preferiti nell’osservazione (e nella trascrizione) della vita politica locale. Una due-giorni (o giù di lì) di stanza tra i corridoi del Tribunale, a contare le liste in arrivo, a leggere le facce in cerca di sorprese, a spulciare nomi sperando di riconoscere storia locale e storie personali.
C’è un motivo preciso per cui questo appuntamento coinvolge: è il momento fondamentale in cui si compie il processo democratico. Più dell’esercizio del voto. Perché quest’ultimo è un diritto, ma la presentazione delle liste è uno dei passaggi che garantiscono a monte quella possibilità di scelta, ci permette di rendere aperta la competizione.
Se sei un giornalista locale, raccontare la presentazione delle liste significa indagare equilibri istituzionali, aspettative sociali, guerriglie di partito, facce nuove e vecchie vicende.
Il primo giorno ha più o meno sempre lo stesso andamento. Poche liste sono davvero chiuse; altrove, fuori, partiti e movimenti ancora sono impegnati nella raccolta firme.
Il tempo in Tribunale, al quarto piano, nel cuore della sezione civile, scorre lento, in corridoi rigonfi di pratiche, commessi, avvocati e clienti. A piano terra alcuni giornalisti con la telecamera o la reflex in mano devono aspettare che arrivi l’autorizzazione del Presidente della Corte d’Appello. La regola è nota. Ma mi chiedo che senso abbia oggi applicarla anche al momento più pubblico e garantito della nostra democrazia. Lo smartphone non è considerato strumento di ripresa, e supera senza obiezioni il canone di sicurezza.
Nel pomeriggio, a Tribunale svuotato della sua funzione ordinaria, l’atrio davanti all’aula Alessandrini conta un paio di giornalisti e carabinieri in servizio. Il mantra delle chiacchiere d’occasione suona più o meno così: «Arriveranno come sempre tutti domani, sul filo di lana». A me viene da pensare che la casuale scelta logistica di un’aula dedicata a quel magistrato sia in qualche modo un omaggio enorme alla democrazia, speriamo un buon auspicio.
Alle 20.00 di venerdì sera, quando l’aula chiude le porte, le liste presentate sono solo tre. L’indomani arriva, a Potenza nevica. Il bar del Tribunale è aperto, preparerà parecchi caffè durante la mattinata.
L’assalto finale ai tavoli della commissione per il deposito degli elenchi comincia, prevedibilmente, un’ora prima della scadenza. Una decina di liste da raccogliere, numeretto eliminacode alla mano.
Gli affanni sulle carte ai tavoli sparsi nel corridoio rivelano la difficoltà di comporre le liste per quasi tutti. Luogotenenti, candidati e volontari, liste passate su whatsapp, dichiarazioni registrate, controlli incrociati, «ma quante ne mancano all’appello?», caffè, caffè, «ma davvero è in quella lista?».
Quello spazio di Tribunale finisce per ospitare la rappresentazione locale di tutto l’arco parlamentare degli ultimi trent’anni. Un gran caos, la campagna elettorale è già cominciata.
Ma a me quello che resta, da sempre in questa occasione, è la sensazione che ancora una volta la democrazia si sia messa alla prova con se stessa. Solo a partire da questo momento, a conti fatti, si può davvero guardare all’appuntamento con il voto.
https://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2019/02/lista-0.jpg8911584Sarahttp://www.saralorusso.it/wp-content/uploads/2020/04/sara_lorusso_logo.pngSara2019-02-23 17:42:222020-04-24 20:15:24La presentazione delle liste | APPUNTI SPARSI DI GIORNATA
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Il cambiamento al tempo del coronavirus
Covid-19, GiornalismoHo fatto una donazione a due delle strutture ospedaliere che, in questo momento, stanno affrontando con maggiore sofferenza l’emergenza da coronavirus. Ci ho pensato un po’ prima di condividere questo gesto perché tendo a pensare che l’impegno civico sia tale se praticato e non raccontato. Ma poi ho capito che quella donazione si portava dietro una serie di valutazioni e riflessioni di valore pubblico. Così, ne scrivo.
La Carta di Basilicata, trent’anni fa
GiornalismoQuella piattaforma fu sottoscritta da una lista lunghissima di amministratori locali, consiglieri e parlamentari. Ma le premesse, che l’impegno preso avrebbe dovuto cambiare, restano attuali
La consigliera regionale di parità Ivana Pipponzi ha spiegato che solo il 32% delle donne lucane lavora. Il dato, ben al di sotto della media nazionale del 49% e minore persino di quella del Mezzogiorno pari al 36%, fa parte del report su un anno di attività dell’ufficio.
Nell’occasione, la consigliera ha lanciato un programma basato su un manifesto in otto punti intitolato “L’otto tutti i giorni”, «un vero e proprio patto per le donne», con le principali azioni per la parità, a cui istituzioni e organizzazioni sociali sono invitati ad aderire. Alcune sottoscrizioni ufficiali sono già arrivate, altre si aggiungeranno nei prossimi mesi.
In questi giorni mi è capitato di leggere un documento interessante. Si chiama La Carta di Basilicata ed è una piattaforma programmatica che la Commissione Regionale per le Pari Opportunità di Basilicata, all’epoca presieduta da Ester Scardaccione, ha elaborato in un lavoro collettivo tra le donne presenti nelle istituzioni. Era il 1997.
La piattaforma, la prima approvata dopo la Dichiarazione della Conferenza di Pechino, ambiva ad essere «un patto che le istituzioni devono apprestarsi a stringere con la rete delle donne che nelle tante ed articolate realtà hanno scelto di caratterizzare il proprio impegno, a partire dalla differenza di genere, per una nuova qualità della vita e per uno sviluppo equo e sostenibile della nostra Regione».
Il contesto di partenza in cui il programma aveva preso forma è parte integrante della piattaforma. Le donne che l’avevano elaborato partivano da alcune constatazioni. Per esempio, che «grave è la crisi occupazionale che investe la Regione Basilicata dove la disoccupazione assume il volto di donna, come è dimostrato dal 51% delle donne iscritte all’ufficio di collocamento sul totale degli iscritti.» Oppure che «bassa si rileva la qualità della vita in moltissimi paesi della Basilicata, segnati non solo da una scarsa infrastrutturazione, ma anche da ampie sacche di povertà».
Due anni fa, riconoscendone drammaticamente l’attualità nonostante il tempo passato, l’ufficio di presidenza del consiglio regionale annunciò di volerne ristampare un’edizione.
Quel patto, in premessa, era molto chiaro. Non si trattava di proporre l’istituzionalizzazione di trasversalismi, ma di pratica politica e risposte concrete ai bisogni.
«La Carta di Basilicata è stata costruita a partire da alcune questioni essenziali: la scarsa presenza di donne in campo istituzionale e il conseguente deficit di democrazia anche in Basilicata, la scarsa qualità della vita, le ampie sacche di povertà che avanzano incentivando lavoro nero e precario, la grave crisi occupazionale, la mancanza della prospettiva di genere negli atti di programmazione economica e territoriale intrapresi, la scarsità di relazione tra le varie realtà territoriali per l’estrema frammentazione del patrimonio insediativo, la scarsità di strumenti di informazione e di utilizzazione delle possibilità offerte dai fondi comunitari.»
La piattaforma voleva indicare una cornice precisa in cui inserire programmazione economica e strategia amministrativa: «uno sviluppo che rispetti l’ambiente, il diritto al lavoro soprattutto per le giovani generazioni, un tempo di lavoro che non sia punitivo nei confronti della maternità e dei diritti individuali, il superamento della povertà».
In particolare la piattaforma impegnava il Consiglio e la Giunta regionale a una risoluzione che, tra vari obiettivi, riconoscesse
L’impegno assunto sottoscrivendo il documento prevedeva
L’invito era diretto, oltre che a tutte le elette, ai parlamentari europei, ai parlamentari lucani, agli amministratori locali (all’epoca l’84% della rappresentanza in Basilicata). A sottoscriverlo furono in tanti: a guardare la lista trascritta nell’ultima pagina del documento, la politica lucana era sul confine di un nuovo approccio di azione. I dati di questi giorni dicono che per molti settori la situazione si è cristallizzata all’epoca.
Era il 1997. Erano trent’anni anni fa.
Le forme della famiglia, in una piccola città
Cose di cittàLa famiglia arriva sotto forme che non t’aspetti, non c’è niente da fare.
La mia si è allargata qualche anno fa saltando il confine di un’area della mia città che non avevo mai frequentato e in cui andava avanti una vita di cui non avevo consapevolezza. E pensare che dicevo di conoscere a fondo la città in cui ero giornalista locale, attenta e vorace.
Difficilmente possiamo dire di conoscere a fondo il luogo in cui abitiamo, anche se è piccolo come Potenza e siamo convinti di essere al centro dei flussi informativi che raccontano, più o meno ufficialmente, ciò che accade in città.
Io a questo insegnamento sono arrivata con una storia – quella della comunità di autotrasportatori in cui ogni anno mi godo la compagnia e la capacità di essere famiglia accogliente.
Da cinque anni a Potenza gli amici di Rocco Lauria, il fratello di mio cognato, lo ricordano con un raduno chiassoso, vivace, rumoroso, ma pieno di spazio per chiunque, compresi i bambini. Rocco ancora non era diventato camionista, ma quello era il mestiere che stava inseguendo. Così, in quella famiglia allargata che sono gli autotrasportatori – e credetemi, allargata significa che il sostegno e l’affetto viaggiano senza confini locali, un po’ come certe navi – ci siamo finiti anche noi.
Di quella famiglia faceva parte anche il piccolo Donato Santarsiero, quattro anni appena quando nel 2015 un incidente d’auto in pieno centro urbano se l’è portato via. La città ne fu sconvolta, profondamente.
Durante il memorial questi grandi camion strombazzano e percorrono le vie della città a sirene spiegate. È il modo con cui segnano il passo, è il modo con cui riempiono la città pubblica della propria esistenza.
Il loro mestiere è uno di quelli che pochi visualizzano e inseriscono tra quelli necessari alla nostra esistenza. Ma la verità è che quei bestioni portano da un capo all’altro del Paese tutto quello di cui oggi non possiamo fare a meno. E le sirene, la preghiera, la coreografia inaspettata con cui i camion si sistemano in cerchio, bloccando il traffico e occupando la strada, e poggiando un mazzo di fiori per ricordare chi non c’è più, non sono altro che il modo di recuperare la memoria dello sgomento che qualche anno fa unì nel dolore la città, e andare avanti.
Una postilla me la concedo, proprio perché in questa famiglia ci sono cascata dentro. E so di essere di parte.
Ogni anno il memorial fa i conti con alcune polemiche sul rumore e il disturbo che le sirene producono agli abitanti del rione, Poggio Tre Galli, in cui si svolge l’evento. Non voglio sminuire il fastidio percepito dagli abitanti del quartiere, ne sono consapevole.
Immagino siano simili al disagio che accompagna altre manifestazioni – penso al festival di fuochi d’artificio di contrada San Luca Branca, ai blocchi del traffico quando il Potenza Calcio fa scintille in campo, al centro storico nei giorni del nostro Santo Patrono, quando musica, comitive e cibo fino a notte fonda ci ricordano che questa città è ancora piena di persone.
Ma ricordo a me stessa che dura il tempo di un saluto, di un lungo e caldo sabato d’estate, come altre manifestazioni che abitano gli altrove di questa città. E che mi ricordano di che cosa è fatta, che c’è una città di cui non si parla spesso, o forse solo poco evidente (almeno negli altri giorni dell’anno), sana, che lavora, vive e condivide tempo e spazio a chiunque abbia voglia di frequentarla, magari a sirene spiegate.
Da che parte stare
Cose di cittàUna riflessione sulle liste dei candidati al consiglio comunale della mia città
Il giorno della presentazione delle liste è sempre un misto di confusione, corsa alla documentazione, sorprese amare e inaspettate assenze. È un giorno in cui alcuni partiti e movimenti saldano conti interni e altri costruiscono nuove speranze. Un senso generico di euforia e sfida accompagna le ore frenetiche in cui, negli uffici del Municipio, tra la ressa dei giornalisti e dei curiosi in attesa, faldoni di carte da verificare svelano gli elenchi dei tanti (forse troppi) candidati.
Soprattutto per le amministrative, in una città piccola e di periferia, ciascuno può riconoscere in quegli elenchi storie e giudizi personali, e tifare o indignarsi.
Nei giorni scorsi, almeno negli ambienti abituati al confronto politico, il tema dei transfughi è stato molto presente. In realtà, il tema non è nuovo. Ad ogni competizione elettorale, soprattutto di livello comunale, è capitato di assistere alle polemiche sul caso di quanti, delusi, ambiziosi o legati alla postazione, avevano trovato rifugio presso l’avversario politico. Quello che cambia questa volta è la quantità: per chi ha seguito la vita politica locale è facilissimo rintracciare vecchie e diverse appartenenze, presenze in contesti che nulla hanno a che vedere con la storia percorsa fino a questo momento, o rientri a casa politica dopo un periodo di allontanamento.
La verità è che trascrivere un simile elenco servirebbe solo a ribadire ancora una volta che a furia di basare la competizione elettorale sulla rete di conoscenze e il portato numerico dei candidati, si è perso di vista l’obiettivo: un’idea di città da presentare all’elettorato.
Una delle immagini più indicative della giornata di ieri, quella che tutti i giornalisti hanno voluto immortale, è l’abbraccio tra il candidato sindaco del centrodestra Mario Guarente e Bianca Andretta, la candidata sindaca di una coalizione che il PD ha definito “campo largo”.
Guarente e Andretta hanno condiviso, come altri molti candidati nelle liste presentate, l’esperienza consiliare 2014-2019, quella che tutti hanno salutato come la consiliatura dei giovani: la maggior parte dei consiglieri non aveva già avuto esperienze amministrative, ma apparteneva a una generazione desiderosa di cambiare le cose, pronta a rigenerare la città e, senza lunga presenza nelle istituzioni, avrebbe saputo collaborare per il bene comune.
Con un problema economico enorme da affrontare, un’amministrazione che ha tenuto dentro centrodestra e centrosinistra sotto l’ambizione del buon governo è apparsa una soluzione accettabile. Ma la verità è che non funziona, non basta.
Si governa insieme su una idea di città, su una prospettiva, su punti di vista specifici, che vanno oltre la seppur fondamentale amministrazione quotidiana dei servizi. Il consiglio comunale che lascerà l’incarico non ha consegnato un’idea di città, non ha potuto farlo: sui temi di principio, quelli che determinano ciò che sarà la città, non c’è stato alcun dibattito. Sarebbe finito inevitabilmente con posizioni inconciliabili.
Quello che auguro alla mia città è la possibilità di scegliere ciò che diventerà e di poter votare chi si adopererà per programmarlo.
Ecco perché mi aspetto che in questa campagna elettorale soprattutto i candidati sindaco affrontino i temi più delicati – il confronto pubblico sviluppato soprattutto online sullo stadio e sul parco della città è solo un esempio – rischiando di risultare divisivi, ma chiari sulla posizione da prendere.
Voglio sapere, da elettrice e cittadina, da che parte stare.
La presentazione delle liste | APPUNTI SPARSI DI GIORNATA
Cose di città, GiornalismoLa presentazione delle liste è sempre stato uno dei miei momenti preferiti nell’osservazione (e nella trascrizione) della vita politica locale. Una due-giorni (o giù di lì) di stanza tra i corridoi del Tribunale, a contare le liste in arrivo, a leggere le facce in cerca di sorprese, a spulciare nomi sperando di riconoscere storia locale e storie personali.
C’è un motivo preciso per cui questo appuntamento coinvolge: è il momento fondamentale in cui si compie il processo democratico. Più dell’esercizio del voto. Perché quest’ultimo è un diritto, ma la presentazione delle liste è uno dei passaggi che garantiscono a monte quella possibilità di scelta, ci permette di rendere aperta la competizione.
Se sei un giornalista locale, raccontare la presentazione delle liste significa indagare equilibri istituzionali, aspettative sociali, guerriglie di partito, facce nuove e vecchie vicende.
La Basilicata eleggerà il prossimo Presidente della Regione tra poche settimane, il 24 marzo. Ieri e oggi (venerdì 22 e sabato 23 febbraio) sono state presentate le liste collegate a ciascun candidato presidente (ce ne sono cinque in corsa al momento, in attesa della verifica della documentazione depositata).
Il primo giorno ha più o meno sempre lo stesso andamento. Poche liste sono davvero chiuse; altrove, fuori, partiti e movimenti ancora sono impegnati nella raccolta firme.
Il tempo in Tribunale, al quarto piano, nel cuore della sezione civile, scorre lento, in corridoi rigonfi di pratiche, commessi, avvocati e clienti. A piano terra alcuni giornalisti con la telecamera o la reflex in mano devono aspettare che arrivi l’autorizzazione del Presidente della Corte d’Appello. La regola è nota. Ma mi chiedo che senso abbia oggi applicarla anche al momento più pubblico e garantito della nostra democrazia. Lo smartphone non è considerato strumento di ripresa, e supera senza obiezioni il canone di sicurezza.
Nel pomeriggio, a Tribunale svuotato della sua funzione ordinaria, l’atrio davanti all’aula Alessandrini conta un paio di giornalisti e carabinieri in servizio. Il mantra delle chiacchiere d’occasione suona più o meno così: «Arriveranno come sempre tutti domani, sul filo di lana». A me viene da pensare che la casuale scelta logistica di un’aula dedicata a quel magistrato sia in qualche modo un omaggio enorme alla democrazia, speriamo un buon auspicio.
Alle 20.00 di venerdì sera, quando l’aula chiude le porte, le liste presentate sono solo tre. L’indomani arriva, a Potenza nevica. Il bar del Tribunale è aperto, preparerà parecchi caffè durante la mattinata.
L’assalto finale ai tavoli della commissione per il deposito degli elenchi comincia, prevedibilmente, un’ora prima della scadenza. Una decina di liste da raccogliere, numeretto eliminacode alla mano.
Gli affanni sulle carte ai tavoli sparsi nel corridoio rivelano la difficoltà di comporre le liste per quasi tutti. Luogotenenti, candidati e volontari, liste passate su whatsapp, dichiarazioni registrate, controlli incrociati, «ma quante ne mancano all’appello?», caffè, caffè, «ma davvero è in quella lista?».
Quello spazio di Tribunale finisce per ospitare la rappresentazione locale di tutto l’arco parlamentare degli ultimi trent’anni. Un gran caos, la campagna elettorale è già cominciata.
Ma a me quello che resta, da sempre in questa occasione, è la sensazione che ancora una volta la democrazia si sia messa alla prova con se stessa. Solo a partire da questo momento, a conti fatti, si può davvero guardare all’appuntamento con il voto.