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Piccole ribellioni per beni (non) necessari |La città delle donne #4

La libreria per Fabrizia è tutto: ora l'emergenza di COVID-19 l'ha costretta a chiudere. E dopo?

«Io non ho mai pensato di poter fare altro. Io e la libreria. Qui dentro riesco a essere me stessa, e a crescere».

Già nel primo dei numerosi DPCM (Decreti del presidente del Consiglio dei Ministri) che avrebbero modificato le nostre vite per l’epidemia di COVID-19 era contenuta l’indicazione che Fabrizia Gioiosa non aveva mai messo in conto: chiudere Kiria, la sua libreria, incastonata da alcuni anni in viale Dante.

Fabrizia Gioiosa
Fabrizia Gioiosa

«Ne ho capito il senso, ma quel provvedimento mi ha catapultato in una condizione che non avrei mai immaginato di dover affrontare. La mia routine è stata completamente stravolta. Mi ha destabilizzata non avere orari da seguire, pacchi da ricevere, libri da smistare o scaffali da sistemare».

Poi è subentrata la razionalità: tanto, tantissimo tempo a disposizione. «Ho deciso di dedicarmi a quelle attività che nella frenesia di tutti i giorni erano diventate marginali. Ovviamente ho fatto scorta di libri!».

Solo che il tempo ha un problema: per quanto scorra regolare, non è mai uguale a se stesso. L’angoscia sta lì, si fa viva quando vuole. «Nessuno sa davvero quando tutto questo finirà, quando e come potremo tornare a lavorare». I timori sono quelli di una piccola impresa, di un’attività indipendente: conti, fornitori, bollette, le scadenze varie da onorare.

«È bello lavorare in proprio, ma c’è un’unica regola in vigore, ed è implacabile: se non lavori non guadagni e nessuno ti garantisce niente. Niente malattia, niente ferie pagate, niente permessi, niente…».

Come un’equazione che risuona in testa, questa sì lineare e sempre uguale.

Una situazione di totale incertezza che aggiunge nuova difficoltà al contesto già precario delle librerie indipendenti.  

Dopo i primi giorni, Fabrizia ha messo in atto la sua piccola strategia di sopravvivenza. «Ho deciso di darmi da fare e cercare un piccolo rimedio, proponendo la consegna a domicilio tramite spedizione, anche in tutta Italia se necessario. Mi tengo impegnata e rendo un servizio a mio parere essenziale alla società». Una risposta anche alla formula tecnica del decreto che, «nell’eccezionalità dell’emergenza, ha relegato i libri nella grande categoria di “beni non strettamente necessari” alla cittadinanza».

«La libreria resta invece un fondamentale punto di ritrovo, un presidio culturale e di vita. E non solo la sola a pensarla così: ho scoperto una grandissima solidarietà fra le librerie di tutta Italia che si sono unite per non abbandonare i propri lettori e gli editori, pure questi ultimi in difficoltà fra presentazioni cancellate e nuove uscite rimandate. Vedo e vivo questo grande supporto della rete indipendente».

Da qualche giorno ha riattivato anche gli appuntamenti di lettura collettiva, spostati per necessità in videochat di gruppo.

E il dopo? È un appello alla comunità locale, per contrastare un orizzonte di distopia. «Il dopo per me coincide con un invito alla mia città a non abbandonare i negozianti locali, magari per inseguire piccoli sconti negli store online. Ciò che stiamo vivendo oggi potrebbe essere la normalità fra qualche tempo: città vuote attraversate soltanto dai corrieri che consegnano continuamente merce, forse presto anche loro sostituiti da droni per massimizzare i guadagni e minimizzare attese e spese. Quartieri fantasma senza più vita, in città morte e isolate».

Meglio di no. Riavvolgiamo e ripartiamo. Il dopo? «Ritorniamo tutti a godere della nostra città e dalla nostra libertà senza darle mai per scontate. Da un’emergenza tanto grave potremmo tutti cogliere un grande insegnamento».

Foto di JULIO VICENTE da Pixabay

«Ho scelto di dividere la famiglia» | La città delle donne #2

Quanto pesa la crisi di COVID-19 sulle famiglie monogenitoriali?

La nuova quotidianità di Elisabetta scorre in bilico tra la paura – quella interiore, verso il futuro – e una sorta “di stato di grazia” – senza dirlo troppo ad alta voce, però. L’emergenza Covid 19 le ha dato l’opportunità di godersi un tempo familiare, che è il tempo della giornata in casa con il figlio undicenne. Lavoro e compiti, film, cucina, lettura, dialogo, lavoro e compiti, cucina, film.

Elisabetta Pennacchia

«Questo è il buono che è arrivato e, onestamente, me lo prendo tutto». Una quotidianità diversa e per certi versi positiva che permette a Elisabetta Pennacchia, in amministrazione all’INPS, di dedicare tempo al figlio nella gestione delle cose normali. «Normalmente quando torno dall’ufficio, a pomeriggio inoltrato, lui ha già finito i compiti e la giornata pesa già così tanto, il tempo di cenare, andare a letto e si ricomincia. Ora ho la possibilità di spendermi anche nelle piccole cose, nella sciocchezza del potergli chiedere che cosa desidera per pranzo, oppure nel poter condividere tempo ad approfondire un argomento, a comprendere un tema più complesso».

Certo, poi c’è la paura che sta lì, sempre, con o senza epidemia. «E se mi ammalo io, che gli succede?» Solo che questo pensiero fisso, oggi assume altre declinazioni.

«In casa siamo solo io e mio figlio. Quando l’emergenza è cominciata ho deciso di separarci dai miei genitori, il cui appartamento, in tempi normali, è anche la nostra base logistica». I genitori di Elisabetta sono un pezzo della giornata, «ma ora ho deciso di spaccare in due il nucleo familiare sperando di abbassare le possibilità che qualcuno di noi si ammali». Eccolo, il peso emotivo.

«Ho deciso di rimanere da sola per una maggiore protezione, pur sapendo che, nonostante le precauzioni e un atteggiamento rigoroso, nessuno può togliermi dalla testa il timore, di ritorno dalla spesa: e se trasmettessi il virus a mio figlio? E se accadesse, chi ci separa? E chi ci tiene insieme?».

Il guadagno è in termini di tempo. «Anche per ragionare insieme su quello che sta accadendo, per capire che la crisi di ora è il preludio di un momento che forse sarà persino più difficile».

La fine dell’emergenza ne aprirà un’altra, diversa. «Non penso avremo poi così tanta voglia di abbracciarci, di accorciare le distanze che stiamo imparando a tenere. Questo sospetto verso l’altro temo ci resterà attaccato addosso». E il lavoro andrà recuperato, pratiche e progetti dovranno ripartire, accelerare.

«Questa emergenza ci ha restituito tempo, e spero saremo capaci di trattenerlo, di trattenere il valore di ciò che oggi ci manca, di ciò che davamo per scontato e scontato non è più. Io, per esempio, sento una potente e profonda nostalgia dei miei genitori, della quotidianità insieme, mangiare un dolce la domenica, guardarli in faccia. Ho paura che possa succedergli qualcosa e che io non possa fare niente, nemmeno rivederli».

Va tutto rivisto su possibilità e contesti che non avremmo immaginato. La scuola, per esempio. Impreparata, per la maggior parte dei casi, al netto delle buone intenzioni e delle distanze colmate dalle tecnologie. «La pratica, diciamolo, è un’altra cosa».

Oppure il lavoro. «Nella pubblica amministrazione questa condizione potrebbe davvero permetterci una valutazione su quali sono gli spazi e i processi da snellire, quali sono i progetti necessari e quali possono essere riformulati per snellire l’intero sistema». Da subito, si spera, appena tornati a un sentore del “prima”.

«Oggi ho scelto di decidere per tutta la mia famiglia, caricandomi la paura dell’intera filiera familiare, tagliando fuori dalla nostra vista affetto e aiuti concreto dei nonni. Ecco perché mi auguro che se le scuole dovessero continuare a essere chiuse, vengano proposte soluzioni coerenti per i genitori». Il tema sul tavolo è quella delle famiglie monogenitoriali, praticamente inesistenti nella programmazione delle politiche per la famiglia. Forse inesistenti in qualunque tipo di riflessione pubblica. Che cosa comporta? «Non posso ammalarmi, è semplice».

Foto di Ronny Overhate da Pixabay

Nello studio vuoto l’aria ormai si è rarefatta | La città delle donne #1

Lo studio dell'avvocata è diventato un luogo vuoto e troppo silenzioso durante questa emergenza di COVID-19

«No, non riesco a concentrarmi, non lavoro molto». Il problema, racconta Angela Pignatari, è quell’aria rarefatta di cui si è impregnato lo studio. Sullo stesso pianerottolo di casa, «sono fortunata». Ma le disposizioni di sicurezza per rispondere alla pandemia di nuovo coronavirus tengono lontani i colleghi, il segretario, i praticanti. 

Angela Pignatari

Avvocata specializzata in diritto penale, Angela ha visto come tutti il lavoro rallentare e la giornata modificarsi. Dall’emanazione da parte del Governo delle disposizioni di sicurezza, con la sospensione della maggior parte delle attività giudiziarie pubbliche, non è ancora tornata in tribunale, probabilmente le toccherà passarci la prossima settimana. «Se le cose non cambiano».

In questa sospensione, nonostante il trattamento dei casi urgenti sia garantito, ci sono persone, magari sottoposte a misura cautelare, che vorrebbero avere una risposta, ma non possono ottenerla, se non con una tempistica molto rallentata. All’interno di una macchina giudiziaria che si mostrava lenta e ingolfata già prima dell’emergenza coronavirus.

«Già dopo il primo DPCM dello scorso 4 marzo ho provato a segnalare, con altri colleghi, la necessità di agire subito con una programmazione dell’attività giudiziaria, per provare a calendarizzare scadenze e impegni urgenti. Ma siamo arrivati allo stop di quasi tutto e temo non saremo pronti alla ripartenza, riprenderemo senza organizzazione».

Come cambia il lavoro? «Quello che pesa è il mancato incontro. Le telefonate d’emergenza e le mail sostitutive ci sono, ma in questo mestiere è l’incontro a essere fondamentale per comprendere il problema e individuare una strada da seguire con la persona che ti si affida. È un tipo di risposta che non si può offrire a distanza, che rende la soluzione difficile e aumenta le solitudini di molte persone, spesso già in difficoltà».

E il peso di questa responsabilità per le donne appare un prezzo più alto. «Ci appartiene il tema della cura, della distanza più breve con l’altro, familiare o assistito, con l’individuo di cui farsi carico».

Da una ventina di giorni la pratica quotidiana è cambiata.

«Entro nello studio, ma riesco a sbrigare solo qualche segnalazione o richiesta di emergenza. Per il resto, ogni proposito di approfondimento o di organizzazione del lavoro fatto nei primi giorni è venuto meno. Il contesto incide, agisce sullo stato d’animo e si riflette sul resto».

In una condizione di emergenza era stato necessario lavorare e riorganizzarsi già quarantanni fa, all’indomani del terremoto del 1980. «Ero ancora all’università, ma ricordo perfettamente la disperazione iniziale di mio padre, avvocato anch’egli, che non riusciva a immaginare come fosse possibile ricominciare. Ma durò poco. Persino alcuni processi vennero subito istruiti sotto i porticati degli edifici di rione Parco Aurora. Quello che prevalse era il bisogno di ripartenza, rafforzato dallo stare insieme. Stavamo in gruppi, vivevamo in nuclei familiari allargati, l’emergenza ci aveva uniti attorno alla necessità di ripartire al più presto, e lo aveva fatto tenendoci insieme fisicamente».

Foto di StockSnap da Pixabay

L’impatto della crisi da COVID-19 sulle donne

Le donne , come già accaduto in altre epidemie, stanno pagando il prezzo più alto della crisi da COVID-19

Ogni crisi produce delle rotture imprevedibili ed impreviste. Ma a seconda della sua natura è possibile individuare categorie e gruppi sociali che ne pagano gli effetti più di altri. Altre crisi, invece, tendono a replicarsi, seppur in modalità e gradazioni differenti. Sta succedendo di nuovo oggi, con la pandemia di Covid-19.

Nonostante ci stiano dicendo che dal punto di vista epidemiologico il virus SARS-CoV-2 le colpisca in maniera minore, sono le donne a pagare il prezzo complessivo maggiore dell’emergenza.

La rivista scientifica The Lancet la settimana scorsa ha pubblicato un articolo firmato da Clare Wenham (London School of Economics and Political Science), Julia Smith (Simon Fraser University) e Rosemary Morgan (Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health) intitolato Gli effetti di genere dell’epidemia.

Il passaggio chiave è il seguente:

«Data la loro interazione in prima linea con le comunità, è preoccupante che le donne non siano state completamente integrate nei meccanismi globali di sorveglianza, indagine e prevenzione della salute pubblica».

Lo studio recupera i risultati delle indagini svolte su epidemie precedenti, come quelle di Ebola, Zika o SARS. Le scelte politiche strategiche che non tengono da conto la specificità, biologica e sociale, continuano a replicarsi.

Le donne sono ovunque la quota di popolazione che ha il carico della cura informale delle famiglie e che paga in maniera maggiore le misure destinate a fronteggiare l’emergenza: con scuole chiuse e sevizi assistenziali ridotti al minimo, finiscono per farsi carico più del solito della gestione di bambini, anziani, malati. Durante l’epidemia di virus Ebola, nell’Africa occidentale, le donne furono maggiormente esposte al virus proprio per il ruolo predominante di caregiver all’interno delle famiglie e di operatrici sanitarie di prima linea.

Durante le crisi, inoltre, è generalmente più difficile l’accesso a servizi sanitari e di sostegno specifici di genere, dalla contraccezione all’aborto, a un accompagnamento adeguato nella gravidanza. Aumenta inoltre il rischio, soprattutto per le donne in condizione di difficoltà sociale, culturale ed economica, che crollino anche le azioni di prevenzione dedicate alla salute dei bambini.

Nella maggior parte delle comunità sono le donne il veicolo delle informazioni sui comportamenti da seguire per prevenire il contagio. Ma nella maggior parte dei casi, non sono le donne a gestire a livello centrale la comunicazione e la selezione delle informazioni da trasmettere.

Ancora oggi, alle donne che operano sul fronte sanitario o dell’assistenza sociale viene chiesto di fronteggiare l’emergenza senza tenere conto delle loro specificità.

Il Rapporto sull’epidemia di Covid-19 e il genere pubblicato dal gruppo di lavoro per Asia e Pacifico dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ricorda che le donne rappresentano il 70% dei lavoratori nel settore sanitario e sociale a livello globale e sono in prima linea nella risposta. All’interno di questo settore, esiste un divario retributivo medio di genere del 28%, che generalmente si acuisce in tempi di crisi.

Per le donne vittime di violenza, le misure restrittive – costrette a casa con uomini oppressori o rimaste prive di supporto legale o psicologico – sono un rischio per la sicurezza tanto quanto il possibile contagio.

Colf e badanti, fornitrici della forma più diffusa di welfare privato e quota rilevante dell’economia sommersa del Paese, si sono ritrovate a dover scegliere tra perdere il guadagno o continuare a muoversi tra varie abitazioni, rischiando malattia e sanzioni.

Per non parlare del carico mentale da assumere quando la “possibilità” di lavorare a casa – o il dramma dell’aver perso il lavoro – coincide con l’organizzazione e la gestione di una vita domestica compressa in ogni spazio di libertà.

L’elenco è lungo, diversificato per ambito sociale, lavorativo, età, condizione economica, educazione, luogo di nascita.

«L’esperienza derivante da epidemie passate – dicono le tre ricercatrici su The Lancet – mostra quanto sia importante saper integrare un’analisi di genere negli sforzi di prevenzione e di risposta, per migliorare l’efficacia degli interventi sanitari e promuovere obiettivi di equità di genere e di salute».

Poiché alle donne dal punto di vista sociale sono ancora oggi prescritti tutti i principali compiti della cura, si trovano in una posizione privilegiata «per identificare le tendenze a livello locale».

Il documento del gruppo di lavoro della OCHA ricorda come solo una raccolta dati disaggregata e che tenga conto di specificità (genere, età, disabilità, etc…) possa generare una lettura capace di interpretare quanto accade e costruire future strategie preventive adeguate.

Ad oggi, tuttavia, basterebbe cominciare a programmare azioni che tengano conto del contesto reale, incorporando le voci delle donne in prima linea in questa emergenza nella costruzione delle politiche di risposta.

Foto di Willfried Wende da Pixabay

In emergenza COVID-19, quello che non è più sopportabile

A passeggio con la mascherina a causa dell'emergenza coronavirus (Covid-19)

Ho fatto due passi sotto casa, rigorosamente attorno al palazzo, svolta a destra lungo la via principale di accesso, avanti e indietro un paio di volte. Finché non è passata una volante della Polizia di Stato. Ho accelerato, ho immediatamente rinunciato all’ultima “vasca di struscio” entro il raggio consentito, ho ripetuto a mente la motivazione da addurre. La volante, in realtà, non si è fermata. Ma io mi sono ritrovata ad aver modificato il mio agire – pur se legittimo e nel pieno rispetto delle direttive – spinta dalla paura. Paura di cosa, poi?

L’indomani sono andata a fare la spesa, rigorosamente settimanale, con lista alla mano e in un orario, la controra, meno affollato. Ero l’unica senza mascherina. Non avevo fino a quel momento cercato di comprarne una perché, consapevole della scarsità del bene primario, ho pensato che fosse il caso di lasciarne i pochi esemplari disponibili al comparto sanitario e sociale, evitando di andare a gravare sul mercato speculativo in atto. Nonostante camminassi con molta attenzione tra gli scaffali, spingendo sempre il carrello a debita distanza dagli altri clienti (pochi e contingentati secondo le direttive), a un certo punto mi sono accorta di aver accelerato nella selezione dei prodotti e di aver preso la via della cassa anzitempo. Ero letteralmente sotto osservazione, additata a vista dagli sguardi mezzi coperti dalle mascherine, praticamente un’aliena a non indossarla. Nel pieno rispetto di prescrizioni e misure di sicurezza mi sono sentita fuori luogo. Ma perché, poi?

Allora ho capito. Sto modificando molti miei comportamenti sotto la spinta di un controllo istituzionale che mi chiede di aderire a numerose prescrizioni in nome della salute pubblica e sotto la spinta di un controllo sociale che trasforma la responsabilità in pressione percepita, talvolta in vero e proprio linciaggio.

Al controllo sociale posso reagire dando spazio a piccole pratiche quotidiane che stanno ridisegnando la mia quotidianità, come modificare le fonti informative da seguire, per esempio.

Al controllo istituzionale, invece, mi attengo. Però reagisco, dubito e mi indigno.

Perché se c’è una cosa che non può essere tollerata in uno stato di emergenza è l’incapacità, volontaria o meno, di comprendere che non siamo tutti uguali.

Una crisi come quella in atto sta ampliando ancora di più il divario esistente tra le persone: lo fa dal punto di vista sociale, economico e culturale.

Pagano le classi più deboli, pagano le donne, paga chi era vittima anche prima della pandemia di Covid-19.

Ecco perché diventa insopportabile qualunque azione o affermazione che non si faccia carico di questa consapevolezza, soprattutto se arriva da chi ha, in questo momento, ruoli pubblici.

Qualche giorno fa, sentito dalla TGR regionale su come affrontare il pendolarismo del personale medico, il direttore generale dell’azienda ospedaliera San Carlo, Massimo Barresi, lanciando un appello al sacrificio, ha lasciato che si sottolineasse il suo stato di forestiero: non vedeva la famiglia da due settimane. In un momento in cui ci sono medici di base, infermiere, commesse, operai che scelgono volontariamente di allontanarsi da figli e genitori per evitare ogni rischio di contagio mentre garantiscono a tutti noi i servizi essenziali, dalla classe dirigente è lecito aspettarsi un approccio diverso.

Antonio Nicastro, paziente di Covid-19 ricoverato al San Carlo, è un cittadino di Potenza. Suo figlio Valerio, bravo blogger, ha aspettato diversi giorni prima di denunciare pubblicamente il rimpallo a cui la sua famiglia è stata sottoposta, in attesa della reazione a un quadro sintomatico fatto di febbre, affanno e tosse persistente. Chi si assume la responsabilità di una risposta di cura, coronavirus o meno?

Il protocollo stabilito dal Ministero della Sanità è rigido e le indicazioni sono quelle contenute nella circolare ministeriale del 9 marzo. L’esecuzione del tampone spetta alle Asl. Alcune Regioni, però, si stanno organizzando in modo differente. In Basilicata diversi amministratori locali hanno chiesto a gran voce l’allargamento della platea dei casi su cui effettuare i tamponi, anche per dare risposta alle aspettative (e alle paure) dei cittadini. Il punto, però, non è la disponibilità dei tamponi, ma del tempo e dei professionisti necessari per analizzarli. Anche perché, nel frattempo, sui test rapidi – l’assessore regionale alla Sanità, Rocco Leone, ha annunciato l’acquisto di 10.000 unità – il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) nazionale dell’emergenza ha spiegato che, per quanto utili, non vi è ancora certezza sull’attendibilità dei test agli anticorpi alternativi al tampone rino-faringeo.

Quando Valerio Nicastro si è visto costretto a denunciare pubblicamente l’assenza di una risposta chiara al bisogno di cure del padre, i contagiati da Covid-19 in Basilicata erano solo 50.

Medici, infermieri, operatori sanitari, addetti alle pulizie, operatori di protezione civile stanno facendo turni massacranti, senza poter disporre delle protezioni necessarie, assumendosi in prima persona responsabilità e peso della cura. In una situazione di carico fisico e stress psicologico elevato.

In una regione che conta circa di 500.000 abitanti e che ha avuto diversi giorni per organizzare, se non i posti letto aggiuntivi in terapia intensiva, almeno un protocollo di comunicazione univoco, non è ammissibile che il sistema sanitario lasci alla pressione sociale esercitata o ai medici di base, d’urgenza ed ospedalieri il peso della valutazione della risposta all’emergenza. Anche a livello comunicativo.

Qualche giorno fa, a Potenza, ci sono state lunghe file fuori da una grande parafarmacia per la conquista di alcuni pezzi delle tanto ricercate mascherine. La comunicazione sull’utilità o meno di indossare le mascherine è stata, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, molto confusa. Per il mercato è stato facile puntare sulle paure comuni e distribuire prodotti a caro prezzo, facendo leva anche sull’ignoranza dei più: fpp2, fpp3, mascherina chirurgica, tessuto TNT, valvola sì, valvola no. Dopo qualche giorno di quarantena, ormai, almeno dal punto di vista tecnico, è possibile districarsi tra le varie tipologie. Le mascherine vendute a quei cittadini in coda sono del tipo fpp1, quelle antipolvere, consigliate per i lavori edili e di falegnameria, che in genere costano una media di 3,20 euro al pezzo: sono state vendute a 6,50 euro. È chiaro che la catena di speculazione parta a monte (un litro di alcol etilico denaturato a 90°, per esempio, in città costa fino a 2,30 euro al litro; in tempi normali 0,90 euro). Però c’è sempre una differenza nelle scelte del singolo. La comunicazione in bella vista in vetrina che recitava “mascherine del tipo fpp1 a 6,5 euro cadauna” mi è sembrata una testimonianza della deresponsabilizzazione di chi è un nodo del settore. Come a dire, io preciso la sigla in linguaggio tecnico, poi il cittadino googola e decide se l’acquisto è valido o meno.