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Affrontare l’epidemia in un istituto oncologico | La città delle donne #10

Quando l’emergenza si è palesata nella sua cornice reale, la prima cosa che ha pensato, ammette, è stata «ce la farò? ce la faremo?». Cristiana Mecca è dg del centro IRCSS-CROB di Rionero in Vulture (PZ), per cui svolge anche il ruolo di direttore amministrativo. «Poi, come sempre succede, pensare alle cose le rende più brutte. A un certo punto, tempo per pensare non c’è, bisogna affrontarle e basta».

Cristiana Mecca
Cristiana Mecca

Quel sentimento di «sana paura» l’ha accompagnata nella riorganizzazione dell’istituto lucano specializzato in tumori affinché potesse operare in piena emergenza da COVID-19. «Coinvolgendo le persone, questa è l’unica strada percorribile».

Che cosa significa vivere l’emergenza pandemica per un centro oncologico?

«Ci è stato chiaro fin dal primo momento che non potevamo sospendere la nostra attività sia per definizione ministeriale sia per richiesta del governo regionale. Quelle oncologiche sono prestazioni indifferibili. La sfida stava nel conciliare la tutela di pazienti e operatori con quello che, in sanità come in altri aspetti della vita, è contesto profondamente cambiato dal virus. Ci siamo interrogati, abbiamo studiato. Come svolgere la nostra missione e, soprattutto, non interrompere le relazioni con i pazienti? Sono nate così strategie nuove».

Quali sono state le reazioni?

«Per non abbandonare nessuno, era fondamentale costruire percorsi sicuri per l’accesso e le cure. I pazienti erano spaventati, lo vedevamo dagli sguardi, dal fatto che non toccavano nulla. Anche per i nostri operatori è stato difficile affrontare qualcosa di così nuovo. Sono serviti silenzi, voci grosse, parole dolci, a seconda dei casi. Nonostante fossimo informati, la verità è che nessuno era davvero preparato».

Quali nuovi protocolli sono stati realizzati?

«Abbiamo convertito una delle linee del nostro laboratorio: ora anche al CROB ci occupiamo di virologia. Abbiamo cominciato a processare i tamponi per andare incontro al sistema, ma anche perché ne avevamo bisogno al nostro interno. Non aveva senso lavorare su percorsi di sicurezza per i pazienti, senza una risposta veloce nella diagnosi del contagio. Uno dei momenti più brutti è coinciso con la scoperta del secondo contagiato tra il nostro personale: un amministrativo che, tuttavia, aveva avuto contatto con i medici, per i quali abbiamo predisposto l’effettuazione dei tamponi con la gerarchia dei cerchi concentrici sui contatti avuti. Ma per la risposta, nonostante l’aiuto delle altre aziende sanitarie locali che non smetterò di ringraziare, è stato necessario troppo tempo. Abbiamo così deciso di diventare anche noi un nodo della diagnosi di COVID-19».

Come è andata? Che cosa è cambiato?

«Ci siamo dotati di un estrattore di RNA, il che è stata la prima cosa insolita per un istituto che si occupa di tumori e che, quindi, lavora nel campo del DNA. Il nostro personale, con grande disponibilità, ha fatto formazione e ha contribuito a realizzare l’ambiente adatto. Per quanto riguarda i pazienti, prima di un ricovero, vengono isolati in un reparto vuoto e viene loro somministrato il tampone nasofaringeo, e lì attendono i risultati. Ormai l’attesa è di poche ore. Se il risultato è negativo vengono portati in reparto per il ricovero. Se è positivo, vengono accompagnati fuori dall’istituto in sicurezza e inseriti nel sistema di presa in carico dei pazienti con COVID-19».

Vi siete imbattuti in situazioni estremamente complicate?

«Ci è capitato un paziente oncologico risultato positivo al virus della SARS-CoV-2, in una situazione di estrema fragilità poiché era straniero e, per di più, molto distante dal domicilio. Ancora una volta il protocollo si è dovuto confrontare con nuove fragilità, a livelli di rischio o difficoltà ulteriori. Questo per dire che, per non lasciare nessuno da solo, bisogna anche sapersi adattare alle situazioni volta per volta, mettendo in discussione ciò che si è fatto fino al giorno precedente».

Come è cambiata la quotidianità delle cure oncologiche in istituto?

«Abbiamo dovuto limitare gli accessi dei pazienti provenienti da fuori regione, per l’istituto una quota importante delle attività. Ma ci siamo preoccupati di individuare i centri più vicini alle residenze dei pazienti, chiedendo ad altri medici di prendere in carico la loro terapia. A volte abbiamo avuto risposta positiva, altre volte è andata meno bene».

Questa pandemia avrà un impatto negativo sulla prevenzione e la risposta al tumore?

«Purtroppo sì. Basti pensare alla diagnosi precoce in cui la Basilicata si distingue con gli screening per i tumori mammario, della cervice uterina e del colon-retto. In questo periodo sono state sospese tutte le attività di screening di primo livello, è troppo rischioso ovunque: attese, persone in coda, personale dirottato sulla COVID-19. Ma ciò che non stiamo facendo in questi giorni ci ritornerà come un boomerang, sarà un carico di diagnosi precoci o prestazioni mancate. Ne vedremo gli effetti tra qualche mese».

Che fare, allora?

«Qui in istituto stiamo lavorando a una misura di riavvio delle nostre prestazioni in day hospital, per la maggior parte terapie chemio o radioterapiche, secondo turni che garantiscano la distanza tra i pazienti, non producano attese negli ingressi e ci permettano di assorbire i ritardi accumulati. Oggi arriviamo a fare 70 trattamenti chemioterapici al giorno. Inoltre a tutti i direttori delle unità operative chiederò soluzioni e proposte per portare le misure di sicurezza nella pratica comune delle varie attività. A tutti noi è richiesto uno sforzo aggiuntivo, lavoreremo anche di domenica se necessario. Ma questo comporta poter dare risposte anche ai nostri professionisti».

Eccolo, il tema risorse per la sanità pubblica.

«Onestamente, come possiamo rispondere di “no” a medici, infermieri, operatori a cui chiediamo uno sforzo? Serve poter rispondere loro sia sul versante della strumentazione e delle misure di sicurezza sia sul versante economico».

Questa emergenza cambierà l’approccio alla sanità pubblica?

«Spero ci serva da lezione. Negli ultimi anni abbiamo spremuto persone e spazi sottraendo risorse, parlandone come di uno spreco. È sotto gli occhi di tutti che non sia stata una scelta vincente».

E le donne in sanità? In Basilicata lei è tra le poche in posizioni di vertice.

«Io non ho mai vissuto questa condizione con difficoltà, ed essere donna mi ha sempre aiutato, per senso pratico, impegno, capacità organizzativa. Eppure potevo fare qualunque tipo di progetto, gestire personale e strutture, ma poi il problema del pranzo e della cena erano sempre lì, un problema mio. Se oggi ho due figli straordinari (Giuseppe di 16 e Mimmo di 15 anni) e vivo un matrimonio sereno è perché ho capito da subito che ce l’avrei fatta solo chiedendo aiuto nella quotidianità e nella gestione domestica. È così, se una donna vuole fare carriera e non sentirsi stritolata anche dal carico familiare, almeno per le quotidiane incombenze deve chiedere e ricevere aiuto. Altrimenti il rischio è di impazzire».

Le fanno mai pesare la sua posizione?

«Ricevuta la nomina qualche sguardo dubbioso ammetto di averlo incrociato. Ma come, prima l’incarico era sempre stato ricoperto da professionisti con più esperienza, ma è una donna. Fortunatamente è durato poco, credo si siano tutti convinti che sono le capacità a portare i risultati».

Però bisogna avere l’opportunità di dimostralo.

«Vero. Penso alla sanità, le donne rappresentano la maggior parte del capitale umano. Solo al CROB rappresentano il 70% del personale. Ma in questo settore, come in altri, man mano che si sale lungo la scala di responsabilità quella percentuale crolla. Dovremmo dare più forza alla voce delle donne, alla nostra voce. Anche in Basilicata. Con garbo, ma senza rinunciare alla fermezza».

Foto di Konstantin Kolosov da Pixabay

In sala parto durante l’epidemia |La città delle donne #9

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Ne ha cambiate molte dentro gli ospedali, avamposti di questa crisi, a cui guardiamo con apprensione e ammirazione, incrociando i dati dei bollettini del contagio, in attesa del giorno in cui non dovremo ascoltarne più.

Ma le cose sono cambiate anche oltre i corridoi dell’urgenza e dei reparti COVID-19. Per esempio, in quelli dove, comunque, si continua a nascere.

Maria Laura Pisaturo è medico, ginecologa nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale San Carlo di Potenza, una struttura da 1.600 parti all’anno. E lì dove si continua a nascere l’emergenza da coronavirus non ha impattato sulle dinamiche sanitarie, ma sulla gestione complessiva del momento.

«Per le misure di sicurezza, gli accessi sono ovunque ridotti al minimo. Così la donna si trova a vivere questa esperienza completamente sola». Nel travaglio come nel ricovero post parto, tocca a loro, medici e ostetriche, con il resto del personale coinvolto, accompagnare la donna nella nascita, con un carico nuovo.

«La partoriente viene affidata in tutto a noi, che ci siamo ritrovate a farci carico anche del supporto emotivo in un momento tanto intenso e delicato. In genere, la presenza del compagno, del marito o di un altro familiare durante la nascita è un aiuto importante sul versante emotivo, per la tranquillità della donna. Oggi che per le disposizioni di sicurezza non è possibile, tocca a noi affrontare non solo il versante medico, ma anche quel sostegno. È bello, ma anche faticoso».

Un carico nuovo a cui rispondono con un po’ di ingegno e qualche espediente tecnologico. «Non è la stessa cosa, ma almeno questo possiamo farlo».

Una fotografia scattata un istante dopo la nascita, una videochiamata dalla sala parto, un video in più. «Non ci eravamo abituati, abbiamo dovuto anche noi ridisegnare la presenza. È chiaro che non riusciamo a fermare e comunicare la forza di quel momento, dobbiamo prima portare a termine l’assistenza. Ma è il modo con cui proviamo a rispondere alle necessità delle nostre pazienti di sostegno e condivisione dell’esperienza».

Quanta la paura del virus? «Non ne ho vista tanta, non rispetto alla gravidanza in sè. C’è ancora poca letteratura in materia e ad oggi la tempistica non ci ha ancora messo di fronte a gravidanze avviate nel pieno dell’epidemia. Ma su questo aspetto, fortunatamente, la tensione mediatica non ha agito da detonatore di paura. Non percepisco timore rispetto alla gestazione e alla salute del feto; la paura grande è, invece, nei confronti dell’infezione».

Più preoccupante è forse il tema delle lunghe solitudini a cui la maggior parte della popolazione è costretta. «È evidente che periodi duraturi di relazioni ridotte acuiscano il disagio lì dove già esistono fragilità emotive e psicologiche. E sulle donne questa condizione ricade di più».

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Ovunque. «Io ho guadagnato tempo per la mia famiglia, con cui riesco a stare concedendomi azioni e attività minime. Ho recuperato il tempo della cura e della gestione familiare, che il lavoro mi costringevano generalmente a delegare. Mia figlia si gode questa condizione felice, e anche io».  

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Anche nel modo in cui pensiamo a certe competenze. «Mi capitava già prima di ricevere cenni di affetto e gratitudine, magari anni dopo la nascita di un bambino, le foto mentre cresce, cose così. Ma adesso noto qualcosa di diverso, di più. Questa epidemia, per quello che sto percependo, ha modificato lo sguardo dei cittadini sul nostro lavoro, sul senso di missione tipico della professione medica, la consapevolezza che mettiamo a repentaglio la nostra vita e, di conseguenza, le nostre famiglie, per salvare vite. Ecco, è bello aver guadagnato anche questo».

Foto di Free-Photos da Pixabay

L’impossibilità di costruire una routine | La città delle donne #8

Superato il primo impatto del lockdown – «Difficilissimo per me che sono iperattiva» – la parte peggiore è stata organizzare tutto. La gestione della quotidianità, con il carico mentale e quello fisico che ne derivano, è già abitualmente lo spazio tipo dell’enorme dispendio di tempo e risorse richiesto alla maggior parte delle donne. L’emergenza da COVID-19 non ha fatto altro che diventarne un fattore moltiplicatore.

Maria Grazia Russo

Maria Grazia Russo, matematica, da sempre impegnata nella promozione dell’accesso delle donne alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), è coordinatrice del corso di laurea in Informatica presso l’Università degli Studi della Basilicata.

I primi giorni sono stati molto complicati. «Gli studenti hanno risposto bene, tutti già pronti a modificare il modello di didattica. Le uniche difficoltà sono state oggettive per chi abita in luoghi non adeguatamente coperti dalla rete internet. Ma con corsi e docenti diversi, è stato necessario affrontare attitudini al digitale e metodi formativi diversi». In alcuni casi erano più pronti perché erano già in uso piattaforme per materiali e verifiche, in altri casi si è trattato di disegnare completamente il processo.

Poi c’è la gestione della didattica in casa. «Noi siamo in quattro, quindi ciascuno con la propria necessità di privacy, concentrazione, connessione e strumentazione. Capita di essere collegati tutti allo stesso momento, e il wi-fi crolla. O capita che non sia possibile conciliare gli orari per pranzare insieme nonostante ci si trovi sotto lo stesso tetto».  La frustrazione è un sentimento che tocca un po’ tutti. Carico eccessivo di compiti da svolgere a casa, la responsabilità di nuove modalità di gestione del tempo, la costrizione degli spazi di libertà.  «Lo vedo con i miei figli, che si beccano più del normale. Allo stesso tempo, però, hanno ripreso l’abitudine di condividere attività e tempo».

Poi c’è la gestione della casa. «Se dell’isolamento domestico mi son fatta una ragione, quello che continuo a soffrire è la gestione dell’intera organizzazione familiare, la spesa, le pulizie, l’ordine. Trovare una routine è impossibile, è un carico di stress importante».

Anche per questo diventa più incomprensibile che questa prospettiva sull’emergenza non sia assolutamente presa in considerazione nelle decisioni che riguardano la gestione della crisi in atto.

«Nell’ambiente accademico la presenza delle donne in posizioni apicale è minima. Al netto dell’eccezione tutta italiana delle donne numerose in matematica, nelle altre discipline cosiddette scientifiche le percentuali sono basse già a livello di presenza». Sono assenti anche nei luoghi della gestione dell’emergenza.

«Sorprende che in momenti di crisi non si accolga un punto di vista diverso. È assurdo non riuscire a cogliere l’importanza degli argomenti di chi vive e gestisce la risposta dall’interno del problema».

Esempio concreto. «Un paio di settimane fa abbiamo avuto tutti e quattro un’intossicazione alimentare. Nell’immediato, prima di comprendere che era una “banale” intossicazione, ho pensato alla COVID-19, e ho agito in questa direzione. Mi sono presa cura dei figli, ho isolato tutti noi, ho agito secondo modalità di maggiore sicurezza domestica. E tutto questo mentre io stessa stavo male. Ora, anche solo per abitudine o contesto, le donne sono abituate e pronte nella gestione di piccole e grandi emergenze. Perché ignorare questo apporto di prassi e capacità visto che può tramutarsi in un vantaggio nella risposta alla crisi?»

La strategia di ripresa ancora non è chiara. «Sono meno fiduciosa ora, temo il riavvio in condizioni di scarsa sicurezza». Ci ritroveremo diversi? «Credo che ci porteremo dentro questa esperienza a lungo, è stata scioccante per tutti. Anche chi ha avuto più mezzi ha scoperto che la vita cambia da un momento all’altro. Non possiamo più dare niente per scontato. E poi ci sono i più deboli, che questa crisi ha devastato. Dovremo farcene carico tutti».

Foto di Startup Stock Photos da Pexels

Le donne che si fanno coraggio | La città delle donne #7

La verità minima è quella che Valentina snocciola a quasi un mese e mezzo di quarantena, ma con ormai diversi anni di impegno nel terzo settore, praticando la solidarietà e l’inclusione per lavoro. «Non ci si abitua mai a essere di fronte a una persona in difficoltà, ma in questo momento la stra-ordinarietà è nel modo in cui si sta diffondendo il disagio: a macchia d’olio». E a volte, racconta, non si tratta neanche di difficoltà economica, «non solo almeno. È proprio terrore del futuro».

Con l’associazione Io Potentino e il progetto Magazzini Sociali, Valentina Loponte fa parte di un gruppo di operatori che si occupano del disagio economico nella città di Potenza, in particolar modo rispetto al bisogno alimentare.

«Riceviamo chiamate non solo per la prenotazione del cibo. Capita che ci contattino per chiedere: ma se non dovessi riuscire a riaprire la mia attività, potrò contare su di voi? Se mi trovassi ad aver bisogno, posso chiamarvi? Vogliono sapere se ce la faremo. Prima di questa pandemia, le nuove povertà che avevamo imparato a conoscere a Potenza erano quelle di anziani, padri separati, persone che non avevano il lavoro o l’avevano perso. Ora la platea si è allargata anche alle famiglie che si sono riunite proprio per affrontare l’emergenza da COVID-19: vivono insieme nonni, genitori e figli piccoli, spesso con reddito da lavoro sommerso e spesso incapaci di accedere ai sussidi messi a disposizione».

Persone, tante, che dalla sera alla mattina si sono trovate a non sapere come andrà.

«Sono povertà potenziali».

L’organizzazione di Magazzini Sociali, realtà nata per la raccolta e la distribuzione delle eccedenze alimentari, è cambiata con il sopraggiungere della crisi. In un primo momento ha organizzato una raccolta fondi, poi è arrivata l’idea della spesa sospesa. Tra conto corrente bancario e donazioni in denaro lasciate presso alcuni supermercati di Potenza, sono stati raccolti 20.000 euro in soli dieci giorni. Trasformati in spesa per le famiglie in difficoltà: Magazzini Sociali si occupa del primo ascolto e raccoglie le richieste, a consegnare i pacchi è la Protezione Civile.

Duecentotrentaquattro consegne, per 798 persone, in dodici giorni di operatività dal 31 marzo al 16 aprile. «No, non sono stupita. In situazioni di difficoltà ho sempre visto la città rispondere, stupire positivamente».

La città, a proposito. «Le donne soffrono sempre di più. Si caricano anche del peso emotivo del contesto emergenziale, e del disagio in genere. Anche per questo poi chiedono più spesso aiuto, per istinto di sopravvivenza, per proteggere figli e genitori. Le donne si fanno coraggio».

La pandemia è uno spartiacque. «Anche chi credeva di essere immune, ha imparato che tutto può cambiare, andare perduto. Abbiamo imparato ciò che conta davvero, l’essenziale, la famiglia, gli affetti, il cibo a tavola. La mia generazione, così come quella dei miei genitori, dei razionamenti aveva solo sentito parlare. Certo, abbiamo vissuto tutto questo con i confort del 2020, ma non credo torneremo a sprecare, né i prodotti né le occasioni».

Come si affronta? «Emotivamente è difficile. Servono massima professionalità e, per quel che mi riguarda, grande fiducia nel futuro. È l’unico modo che conosco di affrontare una situazione simile, che non possiamo cambiare. Guardo al futuro, ma sono risoluta per il presente, soprattutto per gli altri».

Per Valentina, sorella e figlia, questa emergenza procede in casa con la famiglia. «Ho imparato a calibrare i miei spazi di lavoro in un altro luogo, e tutti abbiamo fatto uno sforzo maggiore per imparare a rispettare anche gli spazi di silenzio e solitudine dell’altro. Sono una camminatrice, le passeggiate sono l’esperienza con cui rifletto e mi riposo. Ma ho guadagnato nella consapevolezza di piccole tenerezze che davo per scontate».

Foto di Daniel Nebreda da Pixabay

Assistere i più fragili in emergenza. E anche un po’ noi | La città delle donne #6

Ci sono stati giorni, soprattutto i primi di questa condizione di emergenza da COVID-19, in cui le cose si erano accavallate e si rincorrevano confuse, in cui Lina Bonomo è capitato di lavorare da mattina a sera, senza interruzioni, senza farci troppo caso. «Ho una tempra resistente»

Lina Bonomo

Psicologa, psicoterapeuta, è la direttrice dei servizi della cooperativa Betania, una realtà potentina che si occupa di assistenza alle persone disabili, con diverse tipologie di fragilità. Il suo è il punto di vista di quanti, impegnati nel terzo settore, stanno sorreggendo in ogni modo le difficoltà sociali con l’assistenza – che spesso è l’unica forma esistente di assistenza.

«La nostra cooperativa è basata sulla centralità della persona: utente, familiare o operatore. Cerchiamo di essere vicini a tutti con varie forme di supporto, dagli incontri individuali alle riunioni di gruppo, nessuno deve sentirsi solo. Ma è evidente che una situazione simile, così imprevista, così eccessiva, abbia accentuato notevolmente ogni tipo di disagio». Anche per questo la cooperativa ha deciso di mettere a disposizione una finestra di sostegno psicologico, aperto non solo agli utenti e alle loro famiglie, attraverso un contatto via mail (betaniacoopsociale@tin.it).

Quali emozioni incontra con più frequenza? «Un po’ tutte. Paura. Rabbia. Sconforto. Resilienza. Senso di responsabilità. La voglia di trovare tutte le energie e le risorse possibili. E le donne sono bravissime a farlo, abituate come sono al carico della cura e del lavoro. Mi trovo davanti a un’incredibile capacità di recuperare energie da mettere a disposizione di chi ha maggiore bisogno. La situazione è difficile per tutti, ma per chi ha meno strumenti, dal punto di vista psicologico, sociale o economico, lo è molto, molto di più. Questa situazione si amplifica e si fa drammatica».

La cooperativa Betania ha in carico situazioni molto diverse. «Nella maggior parte dei casi l’assistenza all’utente è, in realtà, anche un affiancamento all’intero nucleo familiare. Quasi sempre la fragilità si somma ad altre piccole e grandi difficoltà quotidiane. Madri anziane, nuclei monogenitoriali, perdita del lavoro: a seconda del contesto, la reazione all’emergenza è differente». Il non poter uscire è un fattore amplificatore del disagio.

«L’assistente domiciliare finisce per essere l’unico contatto con il mondo, finisce per portare il mondo dentro quelle case».

Il carico è sulle famiglie. Sulle donne di quelle famiglie quasi sempre.

Per Confcooperative Lina Bonomo si occupa della questione di genere. «Non solo nel terzo settore, dove la presenza delle donne è preminente. In quasi tutti gli spazi sociali ed economici, le donne sono state travolte, alle prese con nuove modalità di lavoro e di gestione della famiglia e dell’educazione scolastica dei figli. Tutto dipende dagli strumenti a disposizione: un conto è affrontare questa emergenza in una casa spaziosa con tre pc e un’altra farlo in quaranta metri quadrati e un solo smartphone da condividere. È evidente che al carico delle donne si aggiungano i rischi alimentati dalla povertà educativa. Oppure si pensi alle ricadute in agricoltura, al settore florovivaistico a maggioranza femminile. O, peggio, alle badanti e alle babysitter, spesso impiegate in nero, e adesso rimaste senza lavoro e senza l’accesso agli strumenti di sostegno al reddito».

Essere psicologa nel terzo settore, nel pieno dell’epidemia, significa avere il telefono che squilla senza sosta.

«Sono abituata a lavorare tante ore, a portarmi il lavoro a casa. Ma l’emergenza ha amplificato questo meccanismo. So che serve mettere un argine, è importante concedersi un tempo di messa in pausa. Del resto, se non si sta bene non si può essere di aiuto».

«Un ritmo simile, per un’emergenza tanto lunga, è insostenibile, per tutte».

Pagare l’emergenza, ma non poterne decidere le politiche di uscita. «Un tema antico, l’assenza della voce delle donne nei luoghi della decisione. Le resistenze continuano a essere numerose e solide. Eppure è un punto di vista utile, la lettura di genere non è né migliore né peggiore: è un punto di vista diverso, necessario». Del tutto mancante.

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay