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La tutela dei minorenni in periodo di pandemia | La città delle donne #15

Valeria Montaruli è la presidente del Tribunale per i Minorenni di Potenza. Le è toccato gestire l’emergenza e coordinare le nuove forme di operatività nella struttura più delicata del comparto giustizia, quella che ha in carico il benessere e la salute dei più piccoli.

Valeria Montaruli

«Non era immaginabile dover cambiare così repentinamente la nostra organizzazione. Ma è successo e abbiamo dovuto reagire e ripensare il nostro lavoro». A dettare l’indirizzo sono state le disposizioni governative, a partire dal primo decreto legge in materia, il n° 11/2020, fino al “Cura Italia”, di recente convertito in legge. Tutta la prima parte dell’emergenza da COVID-19 ha imposto lo stop all’attività differibile, con operatività solo sull’attività urgente, che per il Tribunale per i Minorenni non è di poco conto: procedure di adottabilità, minori stranieri non accompagnati e tutti gli altri casi in cui emerge «un grave pregiudizio per il minore».

In questi casi sono stati adottati protocolli di sicurezza e misure alternative. L’accesso agli uffici è stato ridotto al minimo, e comunque verificato tramite misurazione della temperatura.  A tutti è stata estesa la richiesta di inviare istanze via mail o chiedere informazioni prima via telefono. Il Ministero di Giustizia ha messo a disposizione alcune piattaforme per svolgere in remoto le camere di consiglio e le udienze. È stato inoltre sottoscritto un protocollo con l’Avvocatura del Distretto per svolgere attività di ascolto dagli studi degli avvocati.

Anche i minori nelle comunità hanno vissuto improvvisi cambiamenti con la sospensione degli incontri protetti e del rientro in famiglia. «Abbiamo cercato di attenuare il disagio promuovendo un più frequente contatto tramite telefonate o videochiamate. Così come stiamo cercando di organizzare attività a distanza per via telematica per i minori messi alla prova o i minori stranieri non accompagnati, cercando di offrire loro spazi di confronto, seppur inusuali».

Anche la rete dei servizi territoriali ha subito un rallentamento. «Il Tribunale per i Minorenni lavora sempre in stretta sinergia con i servizi sociali, consultoriali e sanitari. Una rete preziosa che però già normalmente, con tutti i tagli subiti negli anni, non riesce a rispondere a tutto il disagio esistente. È evidente che questa emergenza, nonostante gli sforzi di chi opera sul territorio, avrà delle ricadute».

Quantificarne gli effetti, però, oggi non è possibile. «I dati non sono ancora disponibili, è impossibile ora definire realmente gli effetti della pandemia. L’unico dato attualmente rilevato è l’aumento delle segnalazioni dei casi di violenza intrafamiliare. Ma per un quadro generale servirà tempo. Nel frattempo, noi continuiamo ad operare con l’obiettivo dell’interesse dei minori e delle situazioni più fragili. Il punto è fare in modo che, seppur in emergenza e nel rispetto delle norme di sicurezza, i minori non siano lasciati soli a loro stessi».

Discutere della responsabilità su tutto questo significa, nel caso di Valeria Montaruli, anche aprire una finestra sullo status quo della magistratura in fatto di rappresentanza di genere.

«Nonostante gli sforzi fatti e sempre maggiori passi in avanti, la voce delle donne in posizioni apicali è ancora residuale».

L’indagine diffusa dal CSM a marzo scorso spiega che su 9.787 magistrati presenti in Italia (dato riferito al 29 febbraio 2020), le donne sono 5.308, pari al 54% circa. Anche i nuovi ingressi in magistratura sono donne per oltre la metà. Nel penultimo concorso le donne hanno rappresentato il 63% dei vincitori, nell’ultimo il 57%. Ma osservando la distribuzione per funzione, la presenza delle donne negli incarichi semidirettivi del è del 42,04%, nei direttivi la quota scende al 28,60%.

«Servirà ancora tempo, sono equilibri radicati che non si modificheranno in poco tempo. Ma ho fiducia nelle battaglie che si stanno facendo, e quel gap si attenuerà».

Foto di florentiabuckingham da Pixabay

La paura e le soluzioni lì dove si cura il cancro|La città delle donne #13

laboratorio di ricerca oncologica

I pazienti oncologici rappresentano una delle fasce di popolazione più fragili su cui l’emergenza di COVID-19 si è riversata. Un carico che ha coinvolto malati, famiglie ma anche gli operatori del settore sanitario impegnati nella ricerca e nella cura del cancro.  Giovanna Mansueto è un’onco-ematologa dell’IRCCS CROB di Rionero in Vulture (PZ). Una delle prime cose che ha dovuto affrontare è il nuovo rapporto con i pazienti. «Siamo abituati ad un confronto e un contatto prolungato, questa emergenza ci ha costretti spesso alla distanza. Ma la nostra professione va oltre i dati delle analisi documentate, richiede una lettura molto più complessiva».

Durante la prima fase dell’emergenza la capacità di adattarsi al cambiamento e trovare strade alternative per non subire l’epidemia è stata particolarmente importante. 

«Il paziente oncologico è un paziente vulnerabile, più a rischio di infezioni (qualunque infezione) e di complicazione sia per l’immunodepressione indotta dalla chemioterapia sia per l’immuno-deficit insito nella patologia stessa. Contemporaneamente sappiamo bene che per la maggior parte dei pazienti con neoplasia il trattamento chemioterapico e la continuità terapeutica rappresentano una priorità». Per questo lo sforzo del CROB è stato diretto a costruire percorsi sicuri di accesso alle terapie standard o sperimentali prendendo però le giuste precauzioni per evitare il rischio di contagio».

Nell’istituto sono stati creati percorsi dedicati, con procedure di triage da parte di personale infermieristico all’ingresso in ospedale, l’esecuzione del tampone naso-faringeo ai pazienti da ricoverare in reparto e uno screening continuo sugli operatori sanitari. 

«Costretti al ridimensionamento degli accessi, soprattutto nella fase acuta dell’emergenza, abbiamo agito sfruttando un servizio di telemedicina per i pazienti sottoposti a trattamenti procastinabili di poche settimane, per forme tumorali meno aggressive, più indolenti. Il nostro lavoro, in questo momento, ha comportato una maggiore presenza sul fronte dell’ascolto e della rassicurazione».

La pandemia ha avuto molti effetti collaterali al dirompente e drammatico diffondersi della malattia. La paura, per esempio.

«I pazienti oncologici sono più spaventati, per il coronavirus in sé e per la consapevolezza di essere particolarmente a rischio». 

Anche la prevenzione ha subito un rallentamento, con lo stop alle campagne di screening. Dovremo recuperare. «Ma è importante non aver paura di chiedere al proprio medico per qualunque dubbio, così da capire che cosa è urgente affrontare e cosa può essere rimandato senza rischio».

Anche l’organizzazione della quotidianità del paziente oncologico richiede molta attenzione. «Non c’è dubbio che l’emergenza abbia accentuato un carico di cura che già normalmente grava sulle donne. A chiamare per i pazienti, lo vediamo quotidianamente, sono soprattutto mogli e figlie». 

E il carico del medico? «Mentirei se dicessi di non aver mai avuto timore. Il nostro lavoro è mettere in atto soluzioni, cercare risposte. In questo caso ci siamo trovati di fronte a qualcosa di sconosciuto. Essere apparentemente impreparati e dover gestire l’ignoto disorienta non poco. Fortunatamente, mentre vediamo arrivare le prime risposte positive sul fronte delle terapie, osservo anche una grande solidarietà nella comunità scientifica, una grande collaborazione verso l’obiettivo comune».

A proposito di obiettivo comune, la sanità pubblica sembra tornata oggetto di grande attenzione. «Speriamo che non si tratti di un momento di ipocrisia e che, finita la fase “eroi”, si scelga davvero di proteggere la sanità pubblica senza tornare ai tagli continui che l’hanno colpita per anni».

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

L’epidemia vista arrivare dall’interno di un reparto di malattie infettive| La città delle donne #12

Il racconto dell'emergenza da COVID-19 della caposala del reparto di malattie Infettive dell'ospedale San cCarlo

A un certo punto Pasqualina si è dovuta fermare, prendersi del tempo e farsi sostenere. «Me lo dicevano, sembravo cambiata, logorroica e tesa oltre il limite». Il merito, racconta, è di sua figlia Irene («Mi ha ricordato che per aiutare gli altri bisogna prendersi cura di sé») e del direttore del reparto («Mi ha sempre sostenuta e mi ha fatto capire che fermarmi qualche giorno non sarebbe stato tradire il lavoro»). Se poi il reparto è quello dove si concentra l’emergenza epidemica, è facile capire quanto conti poter rallentare.

Pasqualina Sarli

Pasqualina Sarli è coordinatrice infermieristica del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale San Carlo di Potenza. Ha visto e conosciuto tutte le epidemie che hanno segnato la storia degli ultimi decenni: AIDS, Sars, Ebola. «Ma come questa no, questa volta è stato diverso».

Il perché lo spiega raccontando il periodo che, dall’inizio dell’anno fino alla consapevolezza del diffondersi della Covid-19, ha vissuto tra il reparto e il costante confronto con i colleghi di ogni parte d’Italia, con cui condivide l’attività nell’associazione dei Coordinatori infermieristici CNC.
«Ho condiviso sui social network un video che ricordava come lavarsi le mani ai primi di gennaio, quando cominciavamo a parlare del virus che circolava a Wuhan: vedevo già il problema. Nelle chat con i colleghi di altre zone d’Italia circolavano i primi segnali preoccupanti, polmoniti atipiche, numeri fuori statistica».

In Basilicata le autorità si sono rese conto del problema con il primo caso di sospetto contagio. «Ma io e i miei colleghi avevamo già visto l’epidemia arrivare, eravamo preparati all’idea che dovesse accadere qualcosa».

È così che, con anticipo sulla realtà, la caposala Sarli ha cambiato la quotidianità lavorativa. «Ho cominciato a pianificare tutto, ho scritto ogni passaggio delle procedure da adottare e le ho condivise con gli operatori interessati. All’arrivo del primo caso sarebbe stato necessario per tutti avere chiaro il da farsi, non solo ai medici o agli infermieri, ma a ogni professionista coinvolto nell’accoglienza di un qualsiasi caso a rischio». Compresi gli addetti alle pulizie. «La ditta, con tutti i lavoratori, è stata straordinaria nel chiedere aiuto per definire protocolli e misure da seguire. Si sono affidati, è stato importante».

La coordinatrice infermieristica è una figura da dietro le quinte, un ponte tra le famiglie, i pazienti, gli infermieri e i medici. «Ho dovuto parlare con tutti, spendere molte energie nello spiegare, nell’insegnare procedure e prospettare scenari di rischio».

Non è stato sempre facile far comprendere e condividere. Livelli diversi del sistema della sanità pubblica hanno percepito a lungo il problema come distante.
«Ho alzato i toni per farmi sentire, ammetto. Ma so che in molti casi, ed è una cosa che ha riguardato un po’ tutti, le riserve sono state dettate dalla paura. Una reazione di difesa per sentire lontano il pericolo».

Paura ne ha avuta anche lei. «Ma non l’ho affrontata, non subito. In genere pianifico, organizzo, coordino il lavoro degli altri. Per ruolo devo avere tutto sotto controllo. Ma questa infezione di controllato mostrava ben poco. Mi è capitato di salutare pazienti arrivati sulle proprie gambe in reparto e ritrovarli al turno successivo intubati e senza grandi speranze di farcela. Ho perso uno zio a Milano per COVID-19. A un certo punto ho dovuto ammettere di non poter controllare questa malattia».

Ritmi forsennati, turni estremi e giornate intere sotto tensione. «Mi sono dovuta fermare per alcuni giorni, per far riposare fisico e testa. Per recuperare un po’ di me stessa».

L’emergenza da COVID-19 ha messo improvvisamente a dura prova ogni esistenza. «Conoscendo bene i rischi del mio lavoro, ho allontanato gli affetti e le amicizie, ho avvisato le amiche, ho accantonato in un angolo le piccole abitudini che fanno la giornata. E nel frattempo avevo il pensiero di mia figlia Irene, da sola a Bologna, e di mio figlio appena diventato medico e chiamato a cominciare la professione in piena pandemia. Credo che tutto questo abbia agito dentro, come una grande solitudine interiore. Non è stato d’aiuto».

Non è stata d’aiuto neanche la disinformazione che a lungo ha dettato l’andamento di comportamenti individuali. «Sulle mascherine nella prima fase abbiamo visto ogni genere di incongruenza. Magari noi operatori dovevamo centellinare i presidi, ma nel frattempo vedevo operai edili usare le preziosissime mascherine FFP3. Un gran caos che abbiamo cercato di affrontare facendo formazione. Se c’è una consapevolezza che mi guida è che nessuno può essere considerato un pezzo meno importante del gruppo. In un reparto di malattie infettive anche un detergente sbagliato ha effetto sulla sicurezza generale. Il reparto di Malattie Infettive del San Carlo è una grande squadra».

Certo, poi c’è il punto generale.

«La sanità pubblica è stata spremuta, noi siamo stati spremuti. Il contratto dei coordinatori infermieristici è stato depotenziato, il ruolo di responsabilità neanche viene riconosciuto. Se non abbiamo imparato la lezione in questa emergenza, non credo ne avremo più la possibilità».

E a tal proposito, «basta con questa retorica degli “eroi”: per noi è il lavoro di tutti i giorni, vorremmo solo poterlo fare, come previsto, in sicurezza e con una giusta retribuzione. Io non ho mai cambiato la dedizione che metto nel lavoro. Non esiste una infermiera “da emergenza” e una infermiera “di tranquillità”».

E quanto pagano di più le donne della sanità? «Molto di più. Il virus SARS-CoV-2 ha colpito meno le donne se il dato analizzato è quello della popolazione, ma non vale per la sanità. Il 68% degli operatori colpiti dall’infezione sono donne, perché le donne sono i due terzi dell’intero settore. Non siamo ai tavoli a cui si decidono le politiche e le strategie di risposta. Ma vogliamo parlare della difficoltà di farci ascoltare anche quando facciamo formazione o spieghiamo pratiche e protocolli che conosciamo? La reazione tipo: e ora chi è questa maestrina?».

Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Su e giù tra scaffale e bancone per soccorrere lo spaesamento| La città delle donne #11

Medicinali in farmacia e in uno studio medico

Ci sono state almeno tre fasi nell’emergenza coronavirus, a guardarla dal di qua del bancone di una farmacia. La prima, racconta Margherita Giordano, 27 anni, farmacista potentina in uno dei quartieri con la popolazione più variegata per età e condizione sociale, è stata di grande allarmismo da parte della popolazione.

Margherita Giordano

«Siamo arrivati ad avere 900 ingressi al giorno. I clienti ci chiedevano soprattutto rassicurazioni rispetto alla paura di non trovare più i farmaci disponibili o, peggio, di non potersi più curare. Abbiamo scoperto insieme che cosa stava accadendo».

Superati i primi giorni di grande confusione, è toccato agli operatori preoccuparsi della sicurezza: plexiglass sul bancone, ingressi contingentati, risposte più veloci e, di conseguenza, meno tempo dedicato all’accoglienza. «Cosa che, inevitabilmente, ha disorientato un po’ tutti, soprattutto quei clienti abituati a vivere la farmacia con un luogo familiare, dove non è raro avere uno scambio informale». La farmacia in molti quartieri è ancora oggi il presidio di prossimità per la salute.

Infine, la terza fase con l’attività a battenti chiusi. «La stanchezza a fine giornata è tanta», avanti e indietro tra la porta, il deposito, il bancone, la cassa. «Anche in questa modalità, e a diversi giorni dall’avvio dell’emergenza, i flussi di accesso restano anomali».

Per mestiere è abituata a conoscere – e a riconoscere – storie diverse, problematiche, di piccoli e grandi disagi. Dovendo però scegliere un’emozione diffusa quale costante del periodo indica lo smarrimento.

«Molti cittadini arrivano con un senso di disorientamento, che si esplicita anche nelle piccole cose, come non riconoscere subito l’ingresso a battente chiuso, o dimenticare dosaggi e nomi dei farmaci. Anche noi, del resto, lavoriamo con maggiore nervosismo, e non per la sicurezza – siamo ormai in una situazione di garanzia dal punto di vista delle misure e dei dispositivi. Ma il carico di pressione c’è, soprattutto ora che la maggior parte degli studi medici sono chiusi e la farmacia è l’unico punto fisico da raggiungere per chiedere un consiglio».

In questo periodo le farmacie sono un punto di ascolto fondamentale del disagio. Nelle ultime settimane, con l’isolamento, sono in aumento anche le prescrizioni di antipsicotici e tranquillanti.

«Sicuramente sono soprattutto le donne a gestire il versante delle cure per la famiglia. Anche nei casi in cui è l’uomo a venire in farmacia, non è raro che telefoni alla moglie o alla figlia per verificare dettagli della prescrizione».

Da diverse settimane la giornata di Margherita corre veloce, con la pausa pranzo spesa nel giro di consegne e rassicurazioni familiari, e l’ultimo cliente della sera che ringrazia perché in farmacia hanno atteso fino a tardi.

«È quello che ci sostiene, la gratitudine dei più deboli che vengono rassicurati dalla nostra presenza. È dura per tutti, anche per noi. È come trovarsi in un continuo affanno, sempre in rincorsa. Certe sere arrivo a casa che vorrei scegliere tra piangere e urlare. Mi sento più esposta, più vulnerabile. Ma so che queste sensazioni faranno parte della lezione che ci porteremo dietro. Saranno le emozioni che ci avranno insegnato a non rimandare le piccole cose, e ad apprezzarle. Anche perché se c’è una cosa che abbiamo capito davvero tutti è che spezzare i rapporti è rischioso: può capitare che le cose cambino in una notte e poi recuperarli è davvero difficile».

E quando non sarà necessario il distanziamento sociale? «Tornerò a baciare e abbracciare i miei clienti in farmacia. Mi prendevano tutti in giro per questa mia fisicità, ma potrò finalmente dire: ve l’avevo detto che era bello!».

Foto di Hayleybarcar da Pixabay

Affrontare l’epidemia in un istituto oncologico | La città delle donne #10

Quando l’emergenza si è palesata nella sua cornice reale, la prima cosa che ha pensato, ammette, è stata «ce la farò? ce la faremo?». Cristiana Mecca è dg del centro IRCSS-CROB di Rionero in Vulture (PZ), per cui svolge anche il ruolo di direttore amministrativo. «Poi, come sempre succede, pensare alle cose le rende più brutte. A un certo punto, tempo per pensare non c’è, bisogna affrontarle e basta».

Cristiana Mecca
Cristiana Mecca

Quel sentimento di «sana paura» l’ha accompagnata nella riorganizzazione dell’istituto lucano specializzato in tumori affinché potesse operare in piena emergenza da COVID-19. «Coinvolgendo le persone, questa è l’unica strada percorribile».

Che cosa significa vivere l’emergenza pandemica per un centro oncologico?

«Ci è stato chiaro fin dal primo momento che non potevamo sospendere la nostra attività sia per definizione ministeriale sia per richiesta del governo regionale. Quelle oncologiche sono prestazioni indifferibili. La sfida stava nel conciliare la tutela di pazienti e operatori con quello che, in sanità come in altri aspetti della vita, è contesto profondamente cambiato dal virus. Ci siamo interrogati, abbiamo studiato. Come svolgere la nostra missione e, soprattutto, non interrompere le relazioni con i pazienti? Sono nate così strategie nuove».

Quali sono state le reazioni?

«Per non abbandonare nessuno, era fondamentale costruire percorsi sicuri per l’accesso e le cure. I pazienti erano spaventati, lo vedevamo dagli sguardi, dal fatto che non toccavano nulla. Anche per i nostri operatori è stato difficile affrontare qualcosa di così nuovo. Sono serviti silenzi, voci grosse, parole dolci, a seconda dei casi. Nonostante fossimo informati, la verità è che nessuno era davvero preparato».

Quali nuovi protocolli sono stati realizzati?

«Abbiamo convertito una delle linee del nostro laboratorio: ora anche al CROB ci occupiamo di virologia. Abbiamo cominciato a processare i tamponi per andare incontro al sistema, ma anche perché ne avevamo bisogno al nostro interno. Non aveva senso lavorare su percorsi di sicurezza per i pazienti, senza una risposta veloce nella diagnosi del contagio. Uno dei momenti più brutti è coinciso con la scoperta del secondo contagiato tra il nostro personale: un amministrativo che, tuttavia, aveva avuto contatto con i medici, per i quali abbiamo predisposto l’effettuazione dei tamponi con la gerarchia dei cerchi concentrici sui contatti avuti. Ma per la risposta, nonostante l’aiuto delle altre aziende sanitarie locali che non smetterò di ringraziare, è stato necessario troppo tempo. Abbiamo così deciso di diventare anche noi un nodo della diagnosi di COVID-19».

Come è andata? Che cosa è cambiato?

«Ci siamo dotati di un estrattore di RNA, il che è stata la prima cosa insolita per un istituto che si occupa di tumori e che, quindi, lavora nel campo del DNA. Il nostro personale, con grande disponibilità, ha fatto formazione e ha contribuito a realizzare l’ambiente adatto. Per quanto riguarda i pazienti, prima di un ricovero, vengono isolati in un reparto vuoto e viene loro somministrato il tampone nasofaringeo, e lì attendono i risultati. Ormai l’attesa è di poche ore. Se il risultato è negativo vengono portati in reparto per il ricovero. Se è positivo, vengono accompagnati fuori dall’istituto in sicurezza e inseriti nel sistema di presa in carico dei pazienti con COVID-19».

Vi siete imbattuti in situazioni estremamente complicate?

«Ci è capitato un paziente oncologico risultato positivo al virus della SARS-CoV-2, in una situazione di estrema fragilità poiché era straniero e, per di più, molto distante dal domicilio. Ancora una volta il protocollo si è dovuto confrontare con nuove fragilità, a livelli di rischio o difficoltà ulteriori. Questo per dire che, per non lasciare nessuno da solo, bisogna anche sapersi adattare alle situazioni volta per volta, mettendo in discussione ciò che si è fatto fino al giorno precedente».

Come è cambiata la quotidianità delle cure oncologiche in istituto?

«Abbiamo dovuto limitare gli accessi dei pazienti provenienti da fuori regione, per l’istituto una quota importante delle attività. Ma ci siamo preoccupati di individuare i centri più vicini alle residenze dei pazienti, chiedendo ad altri medici di prendere in carico la loro terapia. A volte abbiamo avuto risposta positiva, altre volte è andata meno bene».

Questa pandemia avrà un impatto negativo sulla prevenzione e la risposta al tumore?

«Purtroppo sì. Basti pensare alla diagnosi precoce in cui la Basilicata si distingue con gli screening per i tumori mammario, della cervice uterina e del colon-retto. In questo periodo sono state sospese tutte le attività di screening di primo livello, è troppo rischioso ovunque: attese, persone in coda, personale dirottato sulla COVID-19. Ma ciò che non stiamo facendo in questi giorni ci ritornerà come un boomerang, sarà un carico di diagnosi precoci o prestazioni mancate. Ne vedremo gli effetti tra qualche mese».

Che fare, allora?

«Qui in istituto stiamo lavorando a una misura di riavvio delle nostre prestazioni in day hospital, per la maggior parte terapie chemio o radioterapiche, secondo turni che garantiscano la distanza tra i pazienti, non producano attese negli ingressi e ci permettano di assorbire i ritardi accumulati. Oggi arriviamo a fare 70 trattamenti chemioterapici al giorno. Inoltre a tutti i direttori delle unità operative chiederò soluzioni e proposte per portare le misure di sicurezza nella pratica comune delle varie attività. A tutti noi è richiesto uno sforzo aggiuntivo, lavoreremo anche di domenica se necessario. Ma questo comporta poter dare risposte anche ai nostri professionisti».

Eccolo, il tema risorse per la sanità pubblica.

«Onestamente, come possiamo rispondere di “no” a medici, infermieri, operatori a cui chiediamo uno sforzo? Serve poter rispondere loro sia sul versante della strumentazione e delle misure di sicurezza sia sul versante economico».

Questa emergenza cambierà l’approccio alla sanità pubblica?

«Spero ci serva da lezione. Negli ultimi anni abbiamo spremuto persone e spazi sottraendo risorse, parlandone come di uno spreco. È sotto gli occhi di tutti che non sia stata una scelta vincente».

E le donne in sanità? In Basilicata lei è tra le poche in posizioni di vertice.

«Io non ho mai vissuto questa condizione con difficoltà, ed essere donna mi ha sempre aiutato, per senso pratico, impegno, capacità organizzativa. Eppure potevo fare qualunque tipo di progetto, gestire personale e strutture, ma poi il problema del pranzo e della cena erano sempre lì, un problema mio. Se oggi ho due figli straordinari (Giuseppe di 16 e Mimmo di 15 anni) e vivo un matrimonio sereno è perché ho capito da subito che ce l’avrei fatta solo chiedendo aiuto nella quotidianità e nella gestione domestica. È così, se una donna vuole fare carriera e non sentirsi stritolata anche dal carico familiare, almeno per le quotidiane incombenze deve chiedere e ricevere aiuto. Altrimenti il rischio è di impazzire».

Le fanno mai pesare la sua posizione?

«Ricevuta la nomina qualche sguardo dubbioso ammetto di averlo incrociato. Ma come, prima l’incarico era sempre stato ricoperto da professionisti con più esperienza, ma è una donna. Fortunatamente è durato poco, credo si siano tutti convinti che sono le capacità a portare i risultati».

Però bisogna avere l’opportunità di dimostralo.

«Vero. Penso alla sanità, le donne rappresentano la maggior parte del capitale umano. Solo al CROB rappresentano il 70% del personale. Ma in questo settore, come in altri, man mano che si sale lungo la scala di responsabilità quella percentuale crolla. Dovremmo dare più forza alla voce delle donne, alla nostra voce. Anche in Basilicata. Con garbo, ma senza rinunciare alla fermezza».

Foto di Konstantin Kolosov da Pixabay