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In sala parto durante l’epidemia |La città delle donne #9

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Ne ha cambiate molte dentro gli ospedali, avamposti di questa crisi, a cui guardiamo con apprensione e ammirazione, incrociando i dati dei bollettini del contagio, in attesa del giorno in cui non dovremo ascoltarne più.

Ma le cose sono cambiate anche oltre i corridoi dell’urgenza e dei reparti COVID-19. Per esempio, in quelli dove, comunque, si continua a nascere.

Maria Laura Pisaturo è medico, ginecologa nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale San Carlo di Potenza, una struttura da 1.600 parti all’anno. E lì dove si continua a nascere l’emergenza da coronavirus non ha impattato sulle dinamiche sanitarie, ma sulla gestione complessiva del momento.

«Per le misure di sicurezza, gli accessi sono ovunque ridotti al minimo. Così la donna si trova a vivere questa esperienza completamente sola». Nel travaglio come nel ricovero post parto, tocca a loro, medici e ostetriche, con il resto del personale coinvolto, accompagnare la donna nella nascita, con un carico nuovo.

«La partoriente viene affidata in tutto a noi, che ci siamo ritrovate a farci carico anche del supporto emotivo in un momento tanto intenso e delicato. In genere, la presenza del compagno, del marito o di un altro familiare durante la nascita è un aiuto importante sul versante emotivo, per la tranquillità della donna. Oggi che per le disposizioni di sicurezza non è possibile, tocca a noi affrontare non solo il versante medico, ma anche quel sostegno. È bello, ma anche faticoso».

Un carico nuovo a cui rispondono con un po’ di ingegno e qualche espediente tecnologico. «Non è la stessa cosa, ma almeno questo possiamo farlo».

Una fotografia scattata un istante dopo la nascita, una videochiamata dalla sala parto, un video in più. «Non ci eravamo abituati, abbiamo dovuto anche noi ridisegnare la presenza. È chiaro che non riusciamo a fermare e comunicare la forza di quel momento, dobbiamo prima portare a termine l’assistenza. Ma è il modo con cui proviamo a rispondere alle necessità delle nostre pazienti di sostegno e condivisione dell’esperienza».

Quanta la paura del virus? «Non ne ho vista tanta, non rispetto alla gravidanza in sè. C’è ancora poca letteratura in materia e ad oggi la tempistica non ci ha ancora messo di fronte a gravidanze avviate nel pieno dell’epidemia. Ma su questo aspetto, fortunatamente, la tensione mediatica non ha agito da detonatore di paura. Non percepisco timore rispetto alla gestazione e alla salute del feto; la paura grande è, invece, nei confronti dell’infezione».

Più preoccupante è forse il tema delle lunghe solitudini a cui la maggior parte della popolazione è costretta. «È evidente che periodi duraturi di relazioni ridotte acuiscano il disagio lì dove già esistono fragilità emotive e psicologiche. E sulle donne questa condizione ricade di più».

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Ovunque. «Io ho guadagnato tempo per la mia famiglia, con cui riesco a stare concedendomi azioni e attività minime. Ho recuperato il tempo della cura e della gestione familiare, che il lavoro mi costringevano generalmente a delegare. Mia figlia si gode questa condizione felice, e anche io».  

L’emergenza da COVID-19 ha cambiato tante cose. Anche nel modo in cui pensiamo a certe competenze. «Mi capitava già prima di ricevere cenni di affetto e gratitudine, magari anni dopo la nascita di un bambino, le foto mentre cresce, cose così. Ma adesso noto qualcosa di diverso, di più. Questa epidemia, per quello che sto percependo, ha modificato lo sguardo dei cittadini sul nostro lavoro, sul senso di missione tipico della professione medica, la consapevolezza che mettiamo a repentaglio la nostra vita e, di conseguenza, le nostre famiglie, per salvare vite. Ecco, è bello aver guadagnato anche questo».

Foto di Free-Photos da Pixabay

L’impossibilità di costruire una routine | La città delle donne #8

Superato il primo impatto del lockdown – «Difficilissimo per me che sono iperattiva» – la parte peggiore è stata organizzare tutto. La gestione della quotidianità, con il carico mentale e quello fisico che ne derivano, è già abitualmente lo spazio tipo dell’enorme dispendio di tempo e risorse richiesto alla maggior parte delle donne. L’emergenza da COVID-19 non ha fatto altro che diventarne un fattore moltiplicatore.

Maria Grazia Russo

Maria Grazia Russo, matematica, da sempre impegnata nella promozione dell’accesso delle donne alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), è coordinatrice del corso di laurea in Informatica presso l’Università degli Studi della Basilicata.

I primi giorni sono stati molto complicati. «Gli studenti hanno risposto bene, tutti già pronti a modificare il modello di didattica. Le uniche difficoltà sono state oggettive per chi abita in luoghi non adeguatamente coperti dalla rete internet. Ma con corsi e docenti diversi, è stato necessario affrontare attitudini al digitale e metodi formativi diversi». In alcuni casi erano più pronti perché erano già in uso piattaforme per materiali e verifiche, in altri casi si è trattato di disegnare completamente il processo.

Poi c’è la gestione della didattica in casa. «Noi siamo in quattro, quindi ciascuno con la propria necessità di privacy, concentrazione, connessione e strumentazione. Capita di essere collegati tutti allo stesso momento, e il wi-fi crolla. O capita che non sia possibile conciliare gli orari per pranzare insieme nonostante ci si trovi sotto lo stesso tetto».  La frustrazione è un sentimento che tocca un po’ tutti. Carico eccessivo di compiti da svolgere a casa, la responsabilità di nuove modalità di gestione del tempo, la costrizione degli spazi di libertà.  «Lo vedo con i miei figli, che si beccano più del normale. Allo stesso tempo, però, hanno ripreso l’abitudine di condividere attività e tempo».

Poi c’è la gestione della casa. «Se dell’isolamento domestico mi son fatta una ragione, quello che continuo a soffrire è la gestione dell’intera organizzazione familiare, la spesa, le pulizie, l’ordine. Trovare una routine è impossibile, è un carico di stress importante».

Anche per questo diventa più incomprensibile che questa prospettiva sull’emergenza non sia assolutamente presa in considerazione nelle decisioni che riguardano la gestione della crisi in atto.

«Nell’ambiente accademico la presenza delle donne in posizioni apicale è minima. Al netto dell’eccezione tutta italiana delle donne numerose in matematica, nelle altre discipline cosiddette scientifiche le percentuali sono basse già a livello di presenza». Sono assenti anche nei luoghi della gestione dell’emergenza.

«Sorprende che in momenti di crisi non si accolga un punto di vista diverso. È assurdo non riuscire a cogliere l’importanza degli argomenti di chi vive e gestisce la risposta dall’interno del problema».

Esempio concreto. «Un paio di settimane fa abbiamo avuto tutti e quattro un’intossicazione alimentare. Nell’immediato, prima di comprendere che era una “banale” intossicazione, ho pensato alla COVID-19, e ho agito in questa direzione. Mi sono presa cura dei figli, ho isolato tutti noi, ho agito secondo modalità di maggiore sicurezza domestica. E tutto questo mentre io stessa stavo male. Ora, anche solo per abitudine o contesto, le donne sono abituate e pronte nella gestione di piccole e grandi emergenze. Perché ignorare questo apporto di prassi e capacità visto che può tramutarsi in un vantaggio nella risposta alla crisi?»

La strategia di ripresa ancora non è chiara. «Sono meno fiduciosa ora, temo il riavvio in condizioni di scarsa sicurezza». Ci ritroveremo diversi? «Credo che ci porteremo dentro questa esperienza a lungo, è stata scioccante per tutti. Anche chi ha avuto più mezzi ha scoperto che la vita cambia da un momento all’altro. Non possiamo più dare niente per scontato. E poi ci sono i più deboli, che questa crisi ha devastato. Dovremo farcene carico tutti».

Foto di Startup Stock Photos da Pexels

Le donne che si fanno coraggio | La città delle donne #7

La verità minima è quella che Valentina snocciola a quasi un mese e mezzo di quarantena, ma con ormai diversi anni di impegno nel terzo settore, praticando la solidarietà e l’inclusione per lavoro. «Non ci si abitua mai a essere di fronte a una persona in difficoltà, ma in questo momento la stra-ordinarietà è nel modo in cui si sta diffondendo il disagio: a macchia d’olio». E a volte, racconta, non si tratta neanche di difficoltà economica, «non solo almeno. È proprio terrore del futuro».

Con l’associazione Io Potentino e il progetto Magazzini Sociali, Valentina Loponte fa parte di un gruppo di operatori che si occupano del disagio economico nella città di Potenza, in particolar modo rispetto al bisogno alimentare.

«Riceviamo chiamate non solo per la prenotazione del cibo. Capita che ci contattino per chiedere: ma se non dovessi riuscire a riaprire la mia attività, potrò contare su di voi? Se mi trovassi ad aver bisogno, posso chiamarvi? Vogliono sapere se ce la faremo. Prima di questa pandemia, le nuove povertà che avevamo imparato a conoscere a Potenza erano quelle di anziani, padri separati, persone che non avevano il lavoro o l’avevano perso. Ora la platea si è allargata anche alle famiglie che si sono riunite proprio per affrontare l’emergenza da COVID-19: vivono insieme nonni, genitori e figli piccoli, spesso con reddito da lavoro sommerso e spesso incapaci di accedere ai sussidi messi a disposizione».

Persone, tante, che dalla sera alla mattina si sono trovate a non sapere come andrà.

«Sono povertà potenziali».

L’organizzazione di Magazzini Sociali, realtà nata per la raccolta e la distribuzione delle eccedenze alimentari, è cambiata con il sopraggiungere della crisi. In un primo momento ha organizzato una raccolta fondi, poi è arrivata l’idea della spesa sospesa. Tra conto corrente bancario e donazioni in denaro lasciate presso alcuni supermercati di Potenza, sono stati raccolti 20.000 euro in soli dieci giorni. Trasformati in spesa per le famiglie in difficoltà: Magazzini Sociali si occupa del primo ascolto e raccoglie le richieste, a consegnare i pacchi è la Protezione Civile.

Duecentotrentaquattro consegne, per 798 persone, in dodici giorni di operatività dal 31 marzo al 16 aprile. «No, non sono stupita. In situazioni di difficoltà ho sempre visto la città rispondere, stupire positivamente».

La città, a proposito. «Le donne soffrono sempre di più. Si caricano anche del peso emotivo del contesto emergenziale, e del disagio in genere. Anche per questo poi chiedono più spesso aiuto, per istinto di sopravvivenza, per proteggere figli e genitori. Le donne si fanno coraggio».

La pandemia è uno spartiacque. «Anche chi credeva di essere immune, ha imparato che tutto può cambiare, andare perduto. Abbiamo imparato ciò che conta davvero, l’essenziale, la famiglia, gli affetti, il cibo a tavola. La mia generazione, così come quella dei miei genitori, dei razionamenti aveva solo sentito parlare. Certo, abbiamo vissuto tutto questo con i confort del 2020, ma non credo torneremo a sprecare, né i prodotti né le occasioni».

Come si affronta? «Emotivamente è difficile. Servono massima professionalità e, per quel che mi riguarda, grande fiducia nel futuro. È l’unico modo che conosco di affrontare una situazione simile, che non possiamo cambiare. Guardo al futuro, ma sono risoluta per il presente, soprattutto per gli altri».

Per Valentina, sorella e figlia, questa emergenza procede in casa con la famiglia. «Ho imparato a calibrare i miei spazi di lavoro in un altro luogo, e tutti abbiamo fatto uno sforzo maggiore per imparare a rispettare anche gli spazi di silenzio e solitudine dell’altro. Sono una camminatrice, le passeggiate sono l’esperienza con cui rifletto e mi riposo. Ma ho guadagnato nella consapevolezza di piccole tenerezze che davo per scontate».

Foto di Daniel Nebreda da Pixabay

Assistere i più fragili in emergenza. E anche un po’ noi | La città delle donne #6

Ci sono stati giorni, soprattutto i primi di questa condizione di emergenza da COVID-19, in cui le cose si erano accavallate e si rincorrevano confuse, in cui Lina Bonomo è capitato di lavorare da mattina a sera, senza interruzioni, senza farci troppo caso. «Ho una tempra resistente»

Lina Bonomo

Psicologa, psicoterapeuta, è la direttrice dei servizi della cooperativa Betania, una realtà potentina che si occupa di assistenza alle persone disabili, con diverse tipologie di fragilità. Il suo è il punto di vista di quanti, impegnati nel terzo settore, stanno sorreggendo in ogni modo le difficoltà sociali con l’assistenza – che spesso è l’unica forma esistente di assistenza.

«La nostra cooperativa è basata sulla centralità della persona: utente, familiare o operatore. Cerchiamo di essere vicini a tutti con varie forme di supporto, dagli incontri individuali alle riunioni di gruppo, nessuno deve sentirsi solo. Ma è evidente che una situazione simile, così imprevista, così eccessiva, abbia accentuato notevolmente ogni tipo di disagio». Anche per questo la cooperativa ha deciso di mettere a disposizione una finestra di sostegno psicologico, aperto non solo agli utenti e alle loro famiglie, attraverso un contatto via mail (betaniacoopsociale@tin.it).

Quali emozioni incontra con più frequenza? «Un po’ tutte. Paura. Rabbia. Sconforto. Resilienza. Senso di responsabilità. La voglia di trovare tutte le energie e le risorse possibili. E le donne sono bravissime a farlo, abituate come sono al carico della cura e del lavoro. Mi trovo davanti a un’incredibile capacità di recuperare energie da mettere a disposizione di chi ha maggiore bisogno. La situazione è difficile per tutti, ma per chi ha meno strumenti, dal punto di vista psicologico, sociale o economico, lo è molto, molto di più. Questa situazione si amplifica e si fa drammatica».

La cooperativa Betania ha in carico situazioni molto diverse. «Nella maggior parte dei casi l’assistenza all’utente è, in realtà, anche un affiancamento all’intero nucleo familiare. Quasi sempre la fragilità si somma ad altre piccole e grandi difficoltà quotidiane. Madri anziane, nuclei monogenitoriali, perdita del lavoro: a seconda del contesto, la reazione all’emergenza è differente». Il non poter uscire è un fattore amplificatore del disagio.

«L’assistente domiciliare finisce per essere l’unico contatto con il mondo, finisce per portare il mondo dentro quelle case».

Il carico è sulle famiglie. Sulle donne di quelle famiglie quasi sempre.

Per Confcooperative Lina Bonomo si occupa della questione di genere. «Non solo nel terzo settore, dove la presenza delle donne è preminente. In quasi tutti gli spazi sociali ed economici, le donne sono state travolte, alle prese con nuove modalità di lavoro e di gestione della famiglia e dell’educazione scolastica dei figli. Tutto dipende dagli strumenti a disposizione: un conto è affrontare questa emergenza in una casa spaziosa con tre pc e un’altra farlo in quaranta metri quadrati e un solo smartphone da condividere. È evidente che al carico delle donne si aggiungano i rischi alimentati dalla povertà educativa. Oppure si pensi alle ricadute in agricoltura, al settore florovivaistico a maggioranza femminile. O, peggio, alle badanti e alle babysitter, spesso impiegate in nero, e adesso rimaste senza lavoro e senza l’accesso agli strumenti di sostegno al reddito».

Essere psicologa nel terzo settore, nel pieno dell’epidemia, significa avere il telefono che squilla senza sosta.

«Sono abituata a lavorare tante ore, a portarmi il lavoro a casa. Ma l’emergenza ha amplificato questo meccanismo. So che serve mettere un argine, è importante concedersi un tempo di messa in pausa. Del resto, se non si sta bene non si può essere di aiuto».

«Un ritmo simile, per un’emergenza tanto lunga, è insostenibile, per tutte».

Pagare l’emergenza, ma non poterne decidere le politiche di uscita. «Un tema antico, l’assenza della voce delle donne nei luoghi della decisione. Le resistenze continuano a essere numerose e solide. Eppure è un punto di vista utile, la lettura di genere non è né migliore né peggiore: è un punto di vista diverso, necessario». Del tutto mancante.

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

La bellezza di certe donne in miniatura | La città delle donne #5

Le miniature disegnate da Fabiana Belmonte per una raccolta fondi contro l'emergenza da COVID-19

Le miniature di Fabiana Belmonte hanno permesso di raccogliere in due giorni 1.600 euro destinati a varie organizzazioni o istituti di cura, tra cui gli ospedali “Cotugno” di Napoli e “Spallanzani” di Roma, Emergency, la Protezione Civile.

Fabiana Belmonte

Fabiana Belmonte è un’insegnante di inglese, scarso feeling con la televisione da guardare e la creatività prestata a progetti pensati per condividere una visione con la comunità. «La verità è che avevo finito le cose da fare in questa lunga quarantena e non avevo più materiale per dipingere. Per noia ho cominciato a realizzare le miniature», ritratti di donna tracciati su pagine di un libro che nessuno avrebbe consumato più. «Ci ho pensato a lungo, poi mi sono detta: osiamo».

La scommessa è stata buttata senza grandi aspettative sul suo profilo Facebook: avrebbe regalato le miniature in cambio di una donazione a un qualunque ente o organizzazione impegnata a fronteggiare l’epidemia di COVID-19. Libera scelta del destinatario e libera, ovviamente, la cifra. Anche minima. Le prime miniature sono state prenotate in una sera. L’indomani sono state aggiudicate tutte le altre. «Non mi aspettavo una risposta simile».

Risiede alle porte di Potenza, a due passi dal bosco, dipinge da sempre, come tutti in famiglia. «Mio padre mi insegnò prima a disegnare le mani, poi imparai a scrivere». A questo periodo, confida, ha risposto con  una reazione di esplosione creativa.

Dipinge e disegna donne, solo donne. «Perché sono esteticamente più interessanti, perché è il genere che comprendo meglio, perché è il genere che amo». Disegnate per lo più in accostamento a un elemento naturale.

«Perché le donne sono forza creatrice, e non c’è forza creatrice più grande della Natura».

Le donne di Fabiana sono entrate senza pretese a far parte delle piccole pratiche individuali di risposta alla crisi in corso.

Quanto al tempo dell’emergenza, «la mia quotidianità non è stata stravolta. Mi mancano le cene a casa con gli amici, quello sì. E temo che a questa distanza dovremo abituarci, la nostra socialità è destinata a essere molto diversa per i prossimi anni. Siamo esseri adattivi, più di quanto siamo disposti ad ammettere».

Mancheranno i viaggi e la possibilità di varcare i confini senza troppe domande. «Dovremo trovare altre mete».

Nel frattempo, finché l’isolamento in casa sarà una condizione quotidiana, ha trovato il suo modo per interpretare il refrain “nessuno si salva da solo”. «Abbiamo ancora tempo davanti. Nel caso, possono disegnarne altre».